“Scenari”: il bando che doveva rivoluzionare la cultura sarda e che, letto bene, esclude giovani e nuovi player in Sardegna


C’è un genere letterario, ormai consolidato nella burocrazia regionale italiana, che potremmo chiamare “il bando disruptive” o, meglio “il contributo a fondo perduto”. Ha sempre lo stesso incipit: un obiettivo specifico enunciato con solennità e retorica, una manciata di parole magiche – innovazione, competitività, trasformazione digitale, sostenibilità – e un titolo che suona come lo slogan di una startup della Silicon Valley.

Il bando “Scenari” della Regione Sardegna, dedicato al “Sostegno alla Cultura per Emergere in Nuovi Ambiti e Rafforzare le Imprese”, rientra perfettamente nel genere. E come ogni esemplare del genere, promette di essere (con tanto di immagine di una giovane sorridente) un ponte verso il futuro per chi il futuro lo deve ancora costruire: i giovani, le nuove imprese culturali, chi ha talento ma non ha alle spalle un patrimonio.

Peccato che, leggendo l’articolato con un minimo di attenzione, il ponte si riveli piuttosto un cancello. E le chiavi ce le ha solo chi il patrimonio ce l’ha già.

Il requisito che nessuno annuncia in conferenza stampa.

Partiamo dai numeri, perché sono loro a raccontare la storia vera. Il bando mette sul piatto 2,5 milioni di euro, con contributi a fondo perduto fino all’80% dei costi ammissibili. Ottimo. Poi, all’articolo 5, si scopre che ogni piano di investimento deve avere una dimensione finanziaria non inferiore a 70.000 euro. E all’articolo 7 si legge che l’intensità massima dell’aiuto è, appunto, dell’80%: il restante 20% – minimo 14.000 euro, su un piano da 70.000 – deve arrivare dalle tasche del proponente, o da un finanziamento che il proponente deve procurarsi da solo.


Fin qui, si potrebbe dire, è la normale logica del cofinanziamento comunitario. Il problema è cosa succede subito dopo.

Il fondo perduto che non si può intercettare senza garante o risorse proprie. Si finanzia chi è già strutturato.

Il meccanismo di erogazione, disciplinato dall’articolo 12, è un piccolo capolavoro di ironia involontaria per chi si aspettava un bando “a sostegno delle imprese emergenti”. Le spese (nulla di nuovo) devono essere sostenute e pagate dal beneficiario, con fattura e tracciabilità, prima di essere rendicontate. Il saldo del contributo – la parte più consistente – arriva solo a investimento concluso, dopo un’istruttoria che può richiedere fino a 90 giorni. Tradotto: prima spendi (tutto), poi, ti rimborsano l’80%.

C’è, certo, la possibilità di un’anticipazione fino al 40% del contributo concesso. Peccato che vada richiesta con una fideiussione bancaria o una polizza assicurativa a garanzia. E qui il bando, involontariamente, si smaschera del tutto: perché una fideiussione, chi la rilascia? Non certo a chi ha aperto la partita IVA tre anni fa e non possiede immobili, patrimonio consolidato o un bilancio storico che faccia sorridere un istituto di credito. La fideiussione, in Italia, si ottiene con garanzie reali o con un garante solido alle spalle. Il “giovane creativo sardo”, in altre parole, deve già avere un piede nel “sistema” per accedere a un bando che dice di volerlo far entrare nel sistema.

“Rafforzare le imprese”, cioè quelle che già ci sono.

Il titolo del bando – “Sostegno alla Cultura per Emergere in Nuovi Ambiti e Rafforzare le Imprese” – è, a ben vedere, involontariamente onesto. Rafforzare le imprese. Non crearne di nuove, non abbattere le barriere d’ingresso per chi il settore lo vuole ancora conquistare. Rafforzare chi già è dentro.

Non a caso, l’articolo 3 richiede che il proponente sia operante da almeno due anni nel settore culturale e creativo. Chi ha aperto la sua attività da pochi mesi – magari proprio ispirato dalla retorica pubblica sul “sostegno ai giovani nella cultura” che la Regione ripete a ogni convegno – è semplicemente escluso. Fuori dai giochi prima ancora di poter presentare domanda.


E per chi invece i due anni li ha, la domanda vera resta un’altra: quanti under 40 nel settore culturale sardo – un comparto storicamente fatto di partite IVA precarie, cooperative sottocapitalizzate, associazioni che vivono di progetti a singhiozzo – hanno davvero 70.000 euro di investimento da mettere in piedi, 14.000 euro di liquidità propria da anticipare, e la possibilità di ottenere una fideiussione bancaria? La risposta, per chi conosce anche solo superficialmente il tessuto culturale sardo, è: pochissimi. E probabilmente sono già quelli più strutturati, quelli che un bando in più serve relativamente, non quelli per cui un bando può fare la differenza tra continuare o chiudere.

La domanda, dunque, è lecita. Ma per chi si fanno questi bandi?

Il premio a chi ha già i soldi.

Se tutto questo non bastasse, il bando aggiunge un tocco di classe finale. Tra i criteri di valutazione (articolo 11, tabella 1, criterio 3.2), viene assegnato un punteggio premiale a chi cofinanzia con una percentuale superiore al minimo del 20% richiesto: il punteggio massimo va proprio a chi mette più soldi propri. Un algoritmo di selezione che, semplificando solo un po’, premia chi ha più capitale disponibile con… più punti per ottenere altro capitale pubblico. Chi ha risorse, competitivamente, ne riceve altre. Chi non ne ha, parte già svantaggiato in graduatoria, oltre che nella capacità pratica di partecipare.

Il paradosso sardo.

C’è, in tutto questo, un paradosso che meriterebbe più attenzione di quanta gliene sia stata dedicata finora. La Sardegna, quando si parla di cultura, ama definirsi un giacimento da valorizzare: patrimonio materiale e immateriale, tradizioni, arti performative, un tessuto di piccole realtà creative diffuse su tutto il territorio, spesso guidate proprio da under 40 che hanno scelto di restare o di tornare nell’isola scommettendo su questo settore. È la narrazione che si sente in ogni presentazione istituzionale, in ogni tavolo sulla “Sardegna che innova”.

Poi arriva lo strumento concreto per sostenere quella narrazione, e si scopre che è tarato – nei fatti, se non nelle intenzioni – su chi nella cultura ha già una struttura da “rafforzare”, non su chi deve ancora costruirla. Un bando pensato, verrebbe da dire con un po’ di malizia, più per la media impresa culturale già consolidata che per il collettivo di giovani che ha aperto una start-up culturale l’anno scorso in un paese dell’interno, con zero patrimonio e tanta voglia di provarci.


Si potranno mantenere i talenti in Sardegna con tali azioni e bandi? La narrazione istituzionale, come rilevato recentemente, afferma che è possibile.

Chi resta fuori, in fondo, è chi la retorica regionale dice di voler includere.

Non è un problema di cattiva fede: è verosimilmente un problema di disegno tecnico, lo stesso che si ripete di bando in bando, di programmazione in programmazione, senza che nessuno si fermi davvero a chiedersi chi, concretamente, riesce ad accedere a questi fondi e chi invece resta escluso per ragioni strutturali – non di merito, non di qualità del progetto, ma di liquidità disponibile e di accesso al credito.

Il risultato è che l’ennesimo bando “per l’innovazione e la competitività delle PMI culturali sarde” finanzierà, come di consueto, chi ha già i mezzi per crescere, lasciando fuori chi avrebbe bisogno di quei fondi per nascere davvero. E se la domanda è chi, in un settore cronicamente sottocapitalizzato come quello culturale sardo, dispone di 70.000 euro di investimento e della possibilità di ottenere una fideiussione bancaria, la risposta onesta è: non i giovani o le nuove imprse per cui, a parole, questi bandi vengono scritti.


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 Gabriele Frongia

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