Le stanze in cui abitiamo come dispositivo della memoria che attraversa tutta la storia della letteratura del Novecento. Non solo uno scenario, ma una forma dell’identità, una sorta di teatro dove il tempo lascia tracce invisibili e concrete. È da questa intuizione che nasce “Casa come me”, una nuova collana Electa curata da Andrea Cortellessa ed Emanuele Trevi. Che, non a caso, prende il titolo dalla definizione con cui Curzio Malaparte indicava la sua dimora caprese, un manifesto esistenziale. Lo scopo della collana, in particolare, è quello di sottrarre le abitazioni di scrittori e altri artisti alla fissità del museo, per restituirle alla vita, alle storie, agli incontri che le hanno attraversate.
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I primi due volumi – Casa come me: Morandi e Casa come me: Einaudi – sono dedicati all’abitazione-studio del pittore italiano in via Fondazza, a Bologna, “illustrata” da Marco Antonio Bazzocchi, e alla storica sede Einaudi di via Biancamano a Torino, raccontata da Paolo Di Stefano. È proprio su quest’ultima che ci siamo concentrati in questa intervista con il co-curatore, Emanuele Trevi.
«È un vero castello dei destini incrociati, per dirla alla Calvino, un punto di incontro di esistenze irripetibili che hanno prodotto non solo un grande catalogo editoriale, ma un laboratorio della cultura italiana del Novecento», ci ha raccontato il vincitore del premio Strega 2021 con Due vite, nonché autore dei recenti La casa del mago (2023) e Mia nonna e il conte (2025). Prima di affrontare temi attigui, come memoria, dimore, giardini.
Nato a Roma nel 1964, premio Strega con Due vite nel 2021, Emanuele Trevi cura con Andrea Cortellessa la nuova collana Electa Casa come me (Getty Images)
Qual è stata l’idea da cui è nata la collana?
Spesso quando si visita la casa di un autore famoso si ha la sensazione di entrare in un tempo congelato, fermo, quasi imbalsamato. A noi curatori interessava, invece, restituire il dinamismo dell’esistenza. Mi viene in mente una frase del romanzo Il colibrì di Sandro Veronesi: “Il modo migliore per descrivere un luogo è raccontare ciò che vi è accaduto”.
In che modo Casa Einaudi è entrata nel progetto?
In quel luogo la metafora della “casa delle idee” si realizza davvero. Via Biancamano non è stata solo una sede editoriale e non avrebbe avuto senso raccontare un ufficio contemporaneo qualsiasi. Serviva un luogo in cui le cose fossero realmente accadute, in cui il tempo avesse lasciato sedimentazioni profonde. In effetti, Paolo Di Stefano, l’autore del saggio che accompagna il volume, analizza il ruolo degli intellettuali e il loro impegno civile. Quando si commissiona un testo a uno scrittore, si butta un seme. Poi la pianta cresce in modi che non puoi prevedere.
Con Cortellessa come scegliete gli autori ?
Immaginiamo una sintonia con il progetto, ma tra l’idea iniziale e il risultato finale c’è sempre uno scarto misterioso. Ciò che ci interessa è anche rilanciare una forma di scrittura saggistica che abbia un’ambizione letteraria.
Che cosa può raccontare un’abitazione più di una biografia?
Quest’ultima può contenere informazioni in modo sparso. Nel caso degli interni, il luogo diventa una forza centripeta della vita, è il punto in cui l’esistenza si manifesta. Descrive il rapporto di una persona con il tempo, gli oggetti, la memoria, il potere, la felicità o l’ossessione. È uno slittamento di prospettiva: non guardi più la vita dal punto di vista cronologico, ma da quello dello spazio.
Casa come me: Einaudi è una delle due prime opere di una nuova collana curata da Andrea Cortellessa ed Emanuele Trevi. Un saggio di Paolo Di Stefano ci accompagna in quel castello di destini incrociati abitato da intellettuali & co (Electa, pag. 144, 41 illustrazioni, euro 22).
Dettagli come i mobili, i materiali, la disposizione degli ambienti sono importanti?
Molto, anche quando nel libro su di essi rimane solo una mezza riga, che però orienta nella costruzione di uno spazio. In letteratura funziona così: da una conoscenza profonda di un luogo possono emergere soltanto una finestra, un corridoio, una porta. Ma quel particolare contiene tutto il lavoro invisibile che c’è dietro.
«La memoria si schiude come un fiore»
La casa nelle sue opere è un tema ricorrente.
Lo spazio rende il tempo visibile. È un po’ come dipingere il vento: non lo dipingi in sé, ma visualizzi gli alberi piegati, i tetti scoperchiati, insomma gli effetti che produce. Ed è nell’abitazione che il tempo lascia traccia. A me interessano le stratificazioni, perché, sovrapponendo le immagini del passato, trovo un punto di intersezione con il mio presente.
Il suo rapporto con la memoria?
I ricordi da soli sono aneddoti. La memoria, invece, si schiude come un fiore e apre delle finestre di significato sul passato. Conta tanto il momento in cui guardi. In Mia nonna e il conte, per esempio, non c’è solo il ragazzo che ero, ma anche il sessantenne che oggi vede quel ragazzo. E poi non invento, piuttosto seleziono. Mi affido all’idea che ciò che non ho dimenticato abbia una ragione per essere rimasto.
Quanto tempo impiega per completare un libro?
Nove mesi, un anno sono per me il tempo ideale. Se vuoi trasformare la memoria in un’opera d’arte, devi mantenere una temperatura emotiva coerente e il punto di vista da cui guardi il passato. Non conta solo il dipinto, contano anche i giorni passati al cavalletto. Il romanzo che mi ha chiesto più tempo è stata La casa del mago, perché mi sono reso conto che non conoscevo la psicanalisi e ho dovuto interrompermi per leggere dei saggi. Però, quando mi ci sono rimesso, la pentola era ancora calda. Ero comunque un cinquantacinquenne che ricordava il padre, psicanalista junghiano, a dieci anni dalla sua morte.
Più che storie lei crea ritratti.
Tutte le discipline tendono a generalizzare: la filosofia, la medicina, la sociologia. La letteratura, invece, si occupa dell’unicità dell’essere umano. Ognuno è folle, razionale, felice o disperato a modo suo. Passare dalle categorie generali a quell’impasto imprevedibile che è il singolo individuo è la sola cosa che mi interessa.
Ha capito quanto una dimora plasmi l’identità?
C’è chi ne è profondamente influenzato e chi ne è quasi impermeabile. Io sono abbastanza distratto: sto bene negli alberghi, sui treni, nelle zone di passaggio. Altri, sviluppano radici potenti attraverso l’attenzione e lo sguardo. Mio padre, per esempio, aveva un legame forte, quasi felice con la casa.
Anche la nonna Peppinella con il suo giardino in Calabria?
Lei era la regina di quel luogo magico, dove trascorrevo le mie estati immerso nei libri. E dove il Conte, l’ultraottantenne studioso di storia borbonica che le chiedeva il permesso di attraversare la proprietà per accorciare il percorso da casa al paese, è diventato il suo ultimo amore. Mia nonna vedeva il prestigio sociale e il potere che uno spazio può regalare.
Qualche anticipazione sulla collana Casa come me?
Carol Rama, Cy Twombly, Luigi Ontani, forse.
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Letizia Rittatore Vonwiller
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