97 detenuti, celle affollate e pochi spazi



Novantasette detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 53 posti, spazi ridotti, carenza di personale e una struttura datata che rende difficile garantire pienamente attività e percorsi di reinserimento. È il quadro emerso dalla visita alla casa circondariale dei Miogni di Varese effettuata dalla delegazione dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, nell’ambito della mobilitazione nazionale che ha coinvolto decine di istituti penitenziari in tutta Italia.


L’iniziativa è nata con l’obiettivo di verificare concretamente le condizioni di vita nelle carceri italiane e richiamare l’attenzione sul principio costituzionale secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere al reinserimento sociale della persona”.

Durante la visita la delegazione ha incontrato il direttore dell’istituto, Fabrizio Rinaldi, il comandante della polizia penitenziaria Giovanni Accardo, gli agenti, gli operatori sanitari di Asst, alcune persone detenute e ha potuto visitare celle, bagni, celle di isolamento, spazi comuni, sale colloqui e il cortile.


Il sovraffollamento e la carenza di personale

Il dato più evidente riguarda il rapporto tra presenze e capienza: nei Miogni sono attualmente ospitati 97 detenuti, di cui 56 italiani e 41 stranieri. Nove persone si trovano in regime di semilibertà o articolo 21, cioè con la possibilità di svolgere attività lavorative all’esterno.

A fronte di questa presenza, il personale di custodia è composto da 52 operatori, ma solo 33 sono effettivamente impegnati all’interno della struttura: sei sono destinati alle traduzioni e tredici agli uffici amministrativi. Gli educatori presenti sono invece due.

Una situazione che, secondo la delegazione, evidenzia una delle criticità più frequenti del sistema penitenziario: strutture sovraffollate accompagnate dalla difficoltà di garantire un adeguato numero di operatori.


Celle sovraffollate e una struttura vecchia

La visita ha evidenziato condizioni strutturali segnate dall’età dell’edificio e dalla scarsità degli spazi. Le celle ospitano almeno due persone, in alcuni casi tre, con una configurazione che prevede un letto a castello per due detenuti e un ulteriore letto singolo.

Le celle sono distribuite su tre piani. Solo quelle al piano terra dispongono di doccia interna, mentre negli altri due piani i detenuti devono utilizzare docce comuni: quattro per piano. Nei bagni mancano i bidet, l’acqua calda non sempre è disponibile e sono state riscontrate perdite d’acqua.


Ogni cella dispone oggi di un ventilatore, installato grazie a una recente donazione arrivata dopo la protesta dei detenuti con la cosiddetta “battitura”. Frigoriferi e freezer sono invece condivisi e collocati nei corridoi.

Anche gli spazi comuni risultano limitati: il cortile esterno è completamente esposto al sole e privo di zone d’ombra.

Otto ore fuori dalla cella e le attività presenti

All’interno dei Miogni le celle restano aperte per circa otto ore al giorno: i detenuti possono infatti richiedere quattro ore di “passeggio” e altre quattro ore dedicate ad attività sociali.


Nonostante i limiti degli spazi, nel carcere sono attivi diversi percorsi formativi e lavorativi. Tra questi la ciclofficina, i corsi di lavanderia e cucina, che permettono successivamente ad alcuni detenuti di lavorare nella lavanderia interna e nella mensa.

Periodicamente vengono inoltre organizzati laboratori e attività grazie alla collaborazione con associazioni e volontari: dal laboratorio rap a quello fotografico, dalla psicomotricità alla calzoleria. Proprio la scarsità degli ambienti disponibili, però, limita la possibilità di ampliare ulteriormente queste esperienze.


L’assistenza sanitaria e il tema delle dipendenze

Sul fronte sanitario la delegazione ha rilevato che il servizio garantito da Asst Sette Laghi non è attivo 24 ore su 24: il presidio medico termina alle 20 e quello infermieristico alle 22.

Un tema rilevante riguarda inoltre le dipendenze: oltre la metà delle persone detenute presenta problemi legati all’uso di sostanze o all’alcol. All’interno dell’istituto opera l’équipe del SerD di Varese, Cittiglio e Arcisate, con accessi almeno due volte alla settimana.

Un carcere legato al territorio

Il carcere dei Miogni è una struttura territoriale, con la maggior parte dei detenuti provenienti dall’area varesina, e la sua posizione vicino al centro cittadino facilita i rapporti con associazioni e realtà sociali.


Dei 97 detenuti presenti, nove sono coinvolti in percorsi di semilibertà: tre di loro svolgono anche una borsa lavoro con il Comune di Varese. Numerose sono inoltre le organizzazioni che collaborano con la direzione dell’istituto per offrire attività e opportunità di reinserimento.

Alla visita hanno partecipato don Matteo Rivolta, cappellano del carcere; gli assessori comunali Andrea Civati ed Enzo Laforgia; la consigliera comunale Maria Grazia D’Amico; la consigliera e segretaria cittadina del Pd Manuela Lozza; il consigliere provinciale Matteo Marchesi; Manuele Battaggi del Coordinamento nazionale Comunità accoglienti; il consigliere regionale Samuele Astuti; Filippo Cardaci, presidente provinciale Acli Varese; Filippo Maroni, coordinatore di Happiness della parrocchia San Vittore; Claudio Lurati, coordinatore della Casa della Carità – Associazione Pane di Sant’Antonio Varese.


La visita ai Miogni si inseriva in un’iniziativa nazionale organizzata dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, costituitasi a Roma lo scorso 6 febbraio dall’unione di numerose associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà.

La tappa varesina si inseriva in una mobilitazione nazionale in altri 34 istituti penitenziari italiani, per un totale di 35 carceri visitate in 30 città, da Torino a Napoli, da Bologna a Cagliari, coinvolgendo complessivamente oltre 330 persone tra amministratori locali, esponenti religiosi, mondo del volontariato, dell’attivismo civico, della cultura e dello spettacolo.






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