Bagarre alla commissione su “Genova porto di pace”, esponente del Calp dà in escandescenze


Genova. Si è chiusa anzitempo e in un clima surreale la prima seduta di commissione consiliare dedicata alla discussione della delibera di consiglio per l’istituzione di un osservatorio consiliare permanente per la trasparenza, la sostenibilità etica e la sicurezza dei lavoratori del porto di Genova.

Uno degli auditi, Riccardo Rudino, portavoce del Calp, il collettivo autonomo dei lavoratori portuali che in questi mesi, a partire dalle manifestazioni pro Gaza in città, è stato tra i primi soggetti a chiedere di dare concretezza al progetto “Genova porto di pace”, ha dato in escandescenze all’interno della sala rossa, situazione che ha costretto il presidente della commissione a terminare i lavori e convocare una capigruppo.

Il portuale ha reagito in maniera scomposta, alzandosi e gridando all’indirizzo dei banchi del centrodestra, dopo che per alcuni minuti, dai banchi dell’opposizione, si stavano portando avanti alcune critiche su questioni procedurali, nella fattispecie l’assenza momentanea del vicesindaco Alessandro Terrile. Rudino ha interpretato gli interventi come un modo per fare ostruzionismo sulla proposta in discussione e se non fosse stato trattenuto dal suo collega e sindacalista dell’Usb Jose Nivoi forse si sarebbe scagliato contro qualche consigliere.

Il progetto “Genova porto di pace”, le motivazioni

Più che una falsa partenza quindi per l’avvio di un lavoro, fortemente voluto soprattutto dalla sinistra della maggioranza, e che dovrebbe portare – sempre che il progetto non si incagli su questo episodio – all’istituzione a Genova di un osservatorio istituzionale per rendere trasparenti e accessibili alla conoscenza dei cittadini i traffici sulle banchine.


Il senso della delibera era stato illustrato in aula da Francesca Ghio, capogruppo di Avs. “Il testo che portiamo oggi in aula collega la coerenza politica, gli atti amministrativi, con le promesse elettorali. L’attacco normativo – ha ricordato – è l’articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra. E la normativa nazionale mette sullo stesso piano produzione, esportazione e transito di armi. L’istituzione di questo osservatorio è la ricezione di richieste che arrivano da sigle sindacali e associazioni. Genova sarà la prima città in Italia a proporre uno strumento del genere”.

Proprio Riccardo Rudino, intervenendo come audito, aveva aggiunto: “Se avessimo avuto questo osservatorio nel 2019, ai tempi delle tensioni legate ai traffici di materiale per la guerra in Yemen, avremmo evitato tanti problemi. Sappiamo che questo tema è sensibile per spedizionieri, armatori e così via ma questa richiesta arriva dagli stessi lavoratori”.

José Nivoi, Usb, aveva sottilineato: “Quello di cui discutiamo oggi non è solo un problema etico e morale ma anche di sicurezza, sapere cosa attraversa il nostro porto nel momento in cui ci sono navi con esplosivi o missilistiche pone un tema di sicurezza non solo per chi lavora in banchina ma per tutta la città”.

Tra gli esperti e auditi convocati per questa prima seduta anche Carlo Tombola, di Weapon Watch, un osservatorio sui traffici di armi nei porti italiani ed europei: “Il nostro compito è rivelare i traffici non noti di armi, come imporrebbe la legge 185 del 1990 e il trattato internazionale firmato tra i primi dal nostro Paese nel 2013 sulle armi convenzionali. Anche una recente sentenza del Tar relativamente ai traffici nel porto di Ravenna ha sancito il right to know, il diritto a sapere del cittadino. Lo strumento dell’osservatorio che nascerà dovrà essere consultabile e dovrà riportare quelle informazioni che sono in mano agli enti competenti, autorità portuale, capitaneria, dogane, sul materiale che gli armatori e gli operatori del porto devono consegnare loro sulla natura del carico e il destinatario del carico”.

“Vorremmo si creasse una rete di città portuali che dicano no, da noi non passano armi e organizzasse un convegno internazionale sul tema”, aveva concluso Claudia Amerio, Emergency. Poi la bagarre.


Il centrodestra: “Superato il limite, non ci sentiamo tutelati”

Nel pomeriggio i gruppi di minoranza del centrodestra hanno tenuto una conferenza definendosi “sconvolti” per quanto accaduto. “Si è superato il limite, non ci sentiamo tutelati nel nostro lavoro in aula”, il succo delle varie dichiarazioni. “Da settimane nei confronti del centrodestra sono giustificati atteggiamenti inaccettabili, a partire dalle dichiarazioni sui topi di fogna ai modi sprezzanti con cui la stessa sindaca si atteggia nei nostri confronti”, ha detto Alessandra Bianchi, capogruppo di Fratelli d’Italia che aggiunge: “A nome del mio gruppo, e non so ancora cosa pensano i colleghi degli altri partiti, se non arriveranno le scuse del vicesindaco per quanto accaduto oggi in sala rossa noi non parteciperemo alle prossime commissioni”.

Vincenzo Falcone, Noi Moderati, ha aggiunto: “Chiediamo che l’episodio di oggi porti a un ripensamento sulla necessità di effettuare riprese delle commissioni, l’audio non basta. Inoltre esigiamo che nell’eventuale organismo che nascerà, l’osservatorio sui transiti in porto, questo signore non abbia alcun ruolo”.

Sergio Gambino, gruppo misto, ha spiegato che il centrodestra presenterà un esposto alle forze dell’ordine: “Poi valuteranno loro se ci saranno ipotesi di reato, quello che posso affermare è che noi ci siamo sentiti minacciati non solo verbalmente ma anche fisicamente”. In particolare, il più scosso, si è mostrato Nicholas Gandolfo (Fratelli d’Italia): “La reazione alle mie richieste di chiarimenti sulla presenza del vicesindaco in aula, la mia decisione di firmare l’uscita e abbandonare la seduta, è stata totalmente incompatibile con i meccanismi democratici e con il rispetto dell’aula stessa”.

Paola Bordilli, capogruppo della Lega, ha aggiunto: “Il silenzio e la non condanna di quanto accaduto diventano legittimazione, questo deve essere chiaro”.





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 Giulia Mietta

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