Quattro anni fa, in questi giorni, salivamo sul Monte Bianco. Eravamo un gruppo di colleghi di Methodos. Avevamo preparato quell’impresa a lungo e raggiungere insieme la cima più alta delle Alpi fu un’esperienza indimenticabile: fatica, paura, bellezza, amicizia. Una di quelle giornate che continuano a vivere anche quando sono finite.
Qualche giorno fa l’ho ricordata nel nostro gruppo. Qualcuno ha risposto con una notizia: il canalone del Goûter aveva fatto altre due vittime. Due alpinisti cechi sono stati travolti da una caduta di massi mentre attraversavano di notte il tratto più pericoloso della via normale francese al Monte Bianco. Quel passaggio è chiamato anche il canalone della morte.
Lo avevamo attraversato anche noi. Ricordo ancora la nostra guida ferma su uno sperone, poco più in alto. Prima di lasciarci passare osservava con il binocolo la parte superiore della parete. Quando le pietre cominciano a cadere, ci spiegò, si vedono prima piccole nuvole di polvere. Il rumore arriva dopo. Noi passammo di giorno, uno alla volta, mentre lui faceva da vedetta. Di notte il terreno dovrebbe essere più stabile per il freddo. Ma al buio le nuvole di polvere non si vedono. E quando arriva il rumore può essere già troppo tardi.
Il canalone è sempre stato pericoloso. Il cambiamento climatico non inventa ogni incidente, ma modifica le condizioni nelle quali gli incidenti avvengono. La neve si scioglie prima, il ghiaccio che tiene insieme le rocce diminuisce, il permafrost si degrada e le cadute di massi diventano più frequenti e meno prevedibili. Pochi giorni dopo il nostro passaggio, nell’estate del 2022, la via venne chiusa. Quest’anno alcune guide del Monte Bianco hanno deciso autonomamente di non accompagnare più i clienti. Anche sul Cervino le guide di Zermatt hanno sospeso temporaneamente le ascensioni per l’aumento del pericolo. La montagna non è diventata improvvisamente ostile. È diventata meno stabile.
Mentre leggevo queste notizie stavo preparando lo zaino per un’escursione di tre giorni nel Parco nazionale dello Stelvio con il mio amico Alessandro. Andremo al capezzale del ghiacciaio dei Forni. Un tempo era il più grande ghiacciaio vallivo italiano. Oggi si è ritirato, assottigliato e frammentato. È una delle sentinelle più studiate del riscaldamento globale nelle Alpi. Non è ancora scomparso, ma non è più il ghiacciaio raccontato dalle fotografie di qualche decennio fa.
Davanti a tutto questo confesso di sentirmi confuso. A casa separo la plastica, il vetro, le lattine, l’umido e l’indifferenziato. Poi, qualche volta, guardando quei sacchi, mi domando se serva davvero. Mi chiedo se serva cambiare automobile, installare pannelli solari, consumare meno, scegliere un’auto elettrica quando ce la si può permettere. Se la somma di milioni di comportamenti individuali abbia ancora un peso davanti alle centrali a carbone, alle acciaierie, alle navi, agli aerei e alla crescita dei consumi mondiali.
Poi penso alle nostre madri anziane. Per fortuna abbiamo installato i condizionatori nelle loro case, a Varese e a Milano. Con temperature come quelle delle ultime estati non so come avrebbero resistito. Anche noi, che ancora non li abbiamo, probabilmente finiremo per montarli. È una delle contraddizioni del cambiamento climatico: per difenderci dal caldo consumiamo altra energia e, se quell’energia non è pulita, contribuiamo al fenomeno dal quale cerchiamo protezione. La tentazione è buttare le braccia in aria. La crisi è troppo grande, il nostro gesto troppo piccolo. Per questo ho cercato i numeri.
Tra il 1990 e il 2024 le emissioni prodotte all’interno dell’Unione europea sono diminuite di circa il 40%, mentre l’economia è cresciuta di oltre il 70%. È un risultato enorme: l’Europa produce molta più ricchezza emettendo molto meno di trent’anni fa. Ma l’obiezione viene spontanea: non abbiamo semplicemente spostato le fabbriche, e quindi le emissioni, in Cina e negli altri Paesi emergenti?
Per capirlo non basta contare ciò che esce dai camini europei. Bisogna calcolare l’impronta dei nostri consumi: sottrarre le emissioni incorporate nei prodotti esportati e aggiungere quelle generate all’estero per produrre ciò che importiamo. È il conto più onesto. E il risultato è meno spettacolare, ma ancora più interessante. Anche includendo le emissioni contenute nei prodotti importati, l’impronta climatica europea è diminuita. Tra il 2010 e il 2023 le emissioni legate ai consumi dell’Unione sono scese di circa il 21%. Una parte delle emissioni è stata certamente trasferita all’estero. Ma non è vero che il miglioramento europeo sia soltanto una finzione statistica. La riduzione è reale.
Negli Stati Uniti le emissioni prodotte sul territorio sono diminuite, ma l’impronta complessiva dei consumi è rimasta molto più stabile. L’americano medio continua ad avere un’impronta climatica nettamente superiore a quella di un europeo o di un cinese, circa il doppio. La Cina, invece, ha visto crescere enormemente sia le emissioni della produzione sia quelle dei consumi interni. Non si può quindi spiegare tutto con le merci fabbricate per l’Occidente. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà, hanno avuto case, automobili, elettrodomestici e servizi che prima non possedevano. È stato uno dei più grandi miglioramenti materiali della storia umana. Ma è avvenuto soprattutto attraverso carbone, cemento, acciaio ed energia fossile.
Ecco allora la notizia che mi sembra davvero importante. La transizione climatica ha superato la prova della possibilità, ma non quella della scala. L’Europa dimostra che un’economia avanzata può crescere riducendo realmente la propria impronta climatica, anche contando le emissioni incorporate nelle importazioni. Non è stato tutto inutile. Le energie rinnovabili, l’efficienza, le regole sulle emissioni, le case meglio isolate, l’innovazione industriale e milioni di comportamenti individuali hanno prodotto un risultato misurabile.
Ma l’atmosfera non conosce i confini. Non distingue una tonnellata europea da una cinese o americana. Registra soltanto il totale. E le riduzioni ottenute in alcune parti del mondo non sono ancora sufficienti a compensare la crescita della domanda di energia e dell’industrializzazione globale. È questa la vera sfida dell’Africa, dell’India, del Sud-est asiatico e dei Paesi che un tempo chiamavamo Terzo mondo. Hanno lo stesso diritto che abbiamo avuto noi a uscire dalla povertà e costruire benessere. Ma se lo faranno ripercorrendo lo stesso modello energetico seguito dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalla Cina, gli obiettivi climatici diventeranno irraggiungibili. Non dobbiamo chiedere loro di non crescere. Dobbiamo rendere possibile e conveniente un altro modo di crescere: edifici efficienti, mobilità elettrica, reti intelligenti, energie rinnovabili, produzioni circolari.
Molti anni fa, nelle Marche, trascorsi una notte nella Leaf House di Loccioni. Era una casa vera, capace di produrre da fonti rinnovabili l’energia che consumava. Non era un modellino da esposizione. Era la dimostrazione concreta che un altro modo di abitare era già possibile. Allora sembrava quasi fantascienza. Oggi la stessa trasformazione può comparire, senza proclami, anche nel giardino del mio vicino Stefano. Forse il senso dei dati è proprio questo. Non ci autorizzano né all’autocompiacimento né alla disperazione. Dicono che una strada esiste e che abbiamo già cominciato a percorrerla. Dicono anche che siamo ancora troppo pochi, troppo lenti e troppo diseguali.
Continuerò quindi a separare il vetro dalla plastica, sapendo che il mio sacco non salverà il ghiacciaio dei Forni. Ma sapendo anche che il problema non è l’inutilità di ogni singolo gesto. È la nostra incapacità di trasformare ciò che sappiamo fare in un sistema abbastanza grande, economico e rapido da coinvolgere il mondo intero. Il canalone della morte non ci dice che è tutto perduto. Ci dice quanto poco tempo abbiamo per portare su scala globale ciò che abbiamo già dimostrato essere possibile.
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