Il Consiglio di Stato, secondo e ultimo grado della Giustizia Amministrativa, ha annullato il tentativo di acquisizione al patrimonio comunale del municipio. Il Comune di Rocca di Papa è stato condannato a pagare ben 7mila euro di spese legali (oltre a doversi pagare i propri avvocati).
E mentre la giustizia arriva con oltre due decenni di ritardo, la sentenza pubblicata il 16 luglio lascia dietro di sé anche un altro interrogativo.
Perché oscurare praticamente ogni elemento che nella sentenza permetta ai cittadini di capire dove e come sia nata questa storia?
Non sono forse i cittadini stessi a pagare le spese di condanna e degli avvocati?
Una vera casa costruita abusivamente
Al centro del contenzioso non c’è una piccola tettoia o un’opera marginale, ma una casa: una costruzione di 8 metri per 7, alta 4,20 metri, realizzata con blocchetti di cemento su fondazioni in cemento armato e coperta da un tetto in legno a falda.
Il terreno sul quale è stata edificata risulta inoltre gravato da uso civico. Una costruzione vera e propria, dunque, che il Comune di Rocca di Papa aveva ordinato di demolire già nel lontano 2002. Allora era sindaco Umberto Ponzo.
Ventiquattro anni dopo, siamo ancora qui
Secondo il Comune di Rocca di Papa, il proprietario non avrebbe rispettato quell’ordine di demolizione e, come prevede la legge, la casa e il terreno erano stati successivamente acquisiti al patrimonio comunale.
Ma 24 anni dopo tutto viene annullato. Il Consiglio di Stato ha infatti stabilito che manca la prova fondamentale: il Comune di Rocca di Papa non è riuscito a dimostrare che l’ordinanza del 2002 fosse stata effettivamente notificata al proprietario dell’immobile.
La prova non c’è e l’acquisizione viene cancellata
Il proprietario ha sempre sostenuto di non aver mai ricevuto l’ordinanza.
Già durante il giudizio di primo grado il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio aveva chiesto all’amministrazione di produrre gli atti relativi alla notifica, ma il Comune di Rocca di Papa non aveva dato seguito all’ordine istruttorio.
Nonostante questo, in primo grado il ricorso del proprietario era stato respinto.
Ora il Consiglio di Stato ha ribaltato tutto. Senza la prova della notifica non può essere contestato il mancato rispetto dell’ordine e, di conseguenza, viene meno il presupposto per acquisire gratuitamente casa e terreno.
Una sentenza “oscurata”: dov’è questa casa?
Ma sulla vicenda resta una cortina difficile da comprendere per chi prova a ricostruire un fatto di evidente interesse pubblico.
Nella sentenza sono stati oscurati:
- il nome del proprietario,
- la strada nella quale si trova la casa,
- il foglio e la particella catastale.
- persino la data completa dell’ordinanza di demolizione.
Noi e i cittadini non possiamo dunque sapere dove sorga precisamente l’immobile e non possiamo ricostruire nemmeno sommariamente la genesi amministrativa del caso.
La sentenza dispone l’oscuramento delle generalità e di ogni dato idoneo a identificare la parte interessata, su richiesta dello stesso interessato e per ragioni di tutela della riservatezza.
Ma il risultato concreto è una decisione pubblica nella quale il cittadino riesce a conoscere l’esito della causa senza poter comprenderne pienamente la vicenda che dura da un quarto di secolo.
Di conseguenza il cittadino non può sapere come sono stati spesi i soldi pubblici (ovvero i suoi), né perché.
Oscurato persino il mese dell’ordinanza
Dell’ordine di demolizione sappiamo soltanto che risale al 2002. Anche il mese è stato cancellato. Un dettaglio non irrilevante per ricostruire amministrativamente la vicenda, visto che proprio il 26 e 27 maggio di quell’anno Rocca di Papa tornò al voto per le elezioni comunali.
In quell’occasione Umberto Ponzo, già sindaco dal 1997, venne riconfermato alla guida della città. Non ci fu quindi un cambio di primo cittadino, ma l’oscuramento impedisce comunque di stabilire se l’ordinanza sia stata firmata prima o dopo il passaggio elettorale.
Il Comune di Rocca di Papa paga 7mila euro
Il conto finale, almeno per ora, arriva all’amministrazione comunale. Il Consiglio di Stato ha accolto l’appello del proprietario, riformato la sentenza del TAR del Lazio e annullato gli atti impugnati.
La casa abusiva resterà dov’è e potrà continuare ad essere utilizzata dal proprietario.
In più, Rocca di Papa dovrà restituire al ricorrente 7mila euro di spese per i due gradi di giudizio, oltre agli accessori di legge.
Nella decisione viene richiamata proprio l’inerzia dell’amministrazione, che non aveva risposto all’istruttoria disposta dal TAR e non si è costituita nel giudizio d’appello.
La casa non diventa regolare
Un punto deve però essere chiarito: il Consiglio di Stato non ha sanato la casa abusiva. Non ha dichiarato la costruzione regolare e non ha cancellato automaticamente ogni possibile conseguenza dell’abuso.
Ha stabilito una cosa diversa, ma decisiva: il Comune di rocca di Papa non poteva acquisire casa e terreno sulla base dell’inottemperanza a un ordine di demolizione del quale non è riuscito a provare la notifica.
Resta inoltre distinta la demolizione disposta in sede penale nel 2005, che però non aiuta la posizione del Comune.
I cittadini pagano e sono lasciati all’oscuro
Una vicenda dunque che lascia all’oscuro i cittadini, nonostante siano loro a pagare le spese.
Alla fine il Comune perde perché, dopo 24 anni, non riesce a dimostrare una notifica che avrebbe dovuto rappresentare il primo e più elementare passaggio dell’intera procedura.
Poi arriva la sentenza definitiva della giustizia amministrativa, ma arriva oscurata: niente nome, niente indirizzo, niente riferimenti catastali, nemmeno la data completa del provvedimento originario.
La tutela della privacy è un diritto, ma quando una vicenda riguarda l’esercizio del potere pubblico, un abuso edilizio, un’acquisizione al patrimonio comunale e una causa durata decenni, è legittimo domandarsi quale sia il punto di equilibrio tra riservatezza e trasparenza.
Una giustizia che arriva dopo 24 anni e che, quando finalmente arriva, non consente nemmeno di ricostruire parzialmente il caso pone una domanda inevitabile.
Le sentenze vengono emesse a nome (e a carico) del popolo italiano, ma lo stesso popolo italiano non può conoscerne il contenuto: non è un controsenso inconciliabile?
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StefanoCarugno
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