ETS marittimo, la partita dei 90 miliardi: Bruxelles vuole trasformare il costo della CO₂ in capitale per la transizione dello shipping


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La Commissione europea trasforma l’ETS in una piattaforma di investimento per sostenere l’indipendenza energetica e la competitività dell’Unione. Gli armatori europei promuovono il sostegno ai carburanti sostenibili e la destinazione dei ricavi, ma chiedono più tecnologia, più risorse per la transizione e garanzie sul rapporto con l’IMO

La partita europea sulla decarbonizzazione entra nella sua fase più complessa. Non si tratta più soltanto di ridurre le emissioni, ma di stabilire quale modello industriale accompagnerà l’Europa nei prossimi quindici anni, quali strumenti finanziari saranno messi in campo e soprattutto come evitare che la transizione energetica si trasformi in un fattore di perdita di competitività rispetto ai grandi concorrenti globali.

È dentro questa cornice che la Commissione europea ha presentato la revisione del sistema di scambio delle quote di emissione dell’Unione europea, l’EU Emissions Trading System (EU ETS), insieme all’Electrification Action Plan, due iniziative che rappresentano uno dei passaggi centrali della strategia europea per il periodo successivo al 2030.

La linea scelta da Bruxelles è quella di trasformare il mercato del carbonio in un vero motore di investimenti. L’ETS, nato nel 2005 come strumento per attribuire un prezzo alle emissioni di CO₂ e incentivare la riduzione dei gas serra, viene ripensato come una infrastruttura economica capace di finanziare la modernizzazione industriale europea.

L’obiettivo dichiarato dalla Commissione è duplice: mantenere il percorso verso la neutralità climatica entro il 2050 e, allo stesso tempo, sostenere la capacità produttiva europea in una fase segnata dalla pressione competitiva internazionale, dall’aumento dei costi energetici e dalle conseguenze delle tensioni geopolitiche.


La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha sintetizzato questa impostazione sottolineando che la riduzione della dipendenza europea dai combustibili fossili importati passa dalla capacità di alimentare l’economia con energia pulita prodotta internamente. La proposta, secondo Bruxelles, punta a fare dell’Europa «il primo continente alimentato dall’elettricità», attraverso un piano che unisce sicurezza energetica, competitività e transizione industriale.

Il punto di partenza della Commissione è un dato economico preciso: la dipendenza europea dalle importazioni di combustibili fossili ha più volte esposto imprese e cittadini agli shock geopolitici, determinando forti oscillazioni dei prezzi energetici e incidendo sulla competitività del sistema produttivo.

Negli ultimi anni l’Unione europea ha compiuto passi significativi nella produzione di energia pulita. Oggi circa il 70% dell’elettricità europea deriva da fonti energetiche interne a basse emissioni. Tuttavia, il livello di elettrificazione della domanda energetica complessiva è rimasto fermo al 23% nell’ultimo decennio.

Da qui nasce la necessità, secondo Bruxelles, di accelerare il passaggio all’elettrico nei settori dove il consumo energetico resta ancora fortemente legato ai combustibili fossili: industria, trasporti ed edifici.

La Commissione indica un obiettivo indicativo di elettrificazione del 46% entro il 2040, un livello che potrebbe consentire, secondo le stime europee, una riduzione della spesa per l’importazione di combustibili fossili fino a 260 miliardi di euro l’anno entro la stessa data.


La transizione energetica diventa quindi anche una questione industriale e finanziaria. Perché la trasformazione richiesta alle imprese europee – dall’elettrificazione dei processi produttivi all’utilizzo dell’idrogeno rinnovabile, fino alla cattura e allo stoccaggio della CO₂ – richiede investimenti di scala molto superiore rispetto a quelli realizzati finora.

L’ETS da meccanismo ambientale a leva finanziaria per l’industria europea

Dal suo avvio nel 2005, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione ha generato oltre 270 miliardi di euro di entrate, risorse che sono state destinate a innovazione, decarbonizzazione industriale e modernizzazione dei sistemi energetici.

Secondo la Commissione, il sistema ha contribuito a ridurre di circa il 50% le emissioni nei settori coperti, garantendo allo stesso tempo un quadro prevedibile per imprese e investitori.

La nuova revisione nasce però dalla consapevolezza che il contesto economico è cambiato. L’industria europea è sottoposta a una pressione crescente, con costi energetici spesso superiori rispetto a quelli sostenuti dai competitor internazionali e con una competizione globale sempre più legata alla capacità di innovare rapidamente.

Per questo Bruxelles vuole rafforzare l’ETS come strumento di investimento.


La proposta introduce infatti la Industrial Decarbonisation Bank, la Banca europea per la decarbonizzazione industriale, con una capacità finanziaria prevista fino a 100 miliardi di euro destinati a sostenere progetti industriali di trasformazione energetica.

La Banca sarà il principale pilastro finanziario del nuovo approccio europeo: non più soltanto un sistema che impone un costo alla CO₂, ma un meccanismo che restituisce parte delle risorse generate alla trasformazione delle imprese.

Una prima fase sarà rappresentata dall’ETS Investment Booster, che dovrebbe mobilitare circa 30 miliardi di euro entro il 2030 per accelerare gli investimenti iniziali.

L’obiettivo è ridurre il rischio economico delle tecnologie pulite e sostenere quelle imprese che decidono di anticipare la transizione.

A questo strumento si affiancherà il Fondo per l’innovazione dell’EU ETS, che continuerà a finanziare le prime applicazioni industriali delle tecnologie a basse emissioni, soprattutto nei settori dove il salto tecnologico è ancora più complesso.


La Commissione prevede inoltre un rafforzamento del vincolo sull’utilizzo delle entrate nazionali ETS: gli Stati membri saranno chiamati a destinare almeno il 50% dei ricavi derivanti dalle quote di emissione agli investimenti per la decarbonizzazione dei settori coperti dal sistema.

Secondo Bruxelles, queste misure potranno generare oltre 100 miliardi di euro di investimenti prima del 2030.

Il principio politico alla base della riforma è sintetizzato dalla Commissione nella necessità che le risorse provenienti dall’industria tornino all’industria, creando un circuito nel quale il prezzo della CO₂ diventa una fonte di finanziamento per la trasformazione produttiva.

Un percorso più graduale verso il 2040 per accompagnare l’industria

Uno degli elementi più rilevanti della revisione riguarda la modifica della traiettoria di riduzione delle emissioni.

La Commissione propone un aggiornamento del cosiddetto Linear Reduction Factor (LRF), il parametro che determina la riduzione annuale del numero complessivo di quote disponibili sul mercato.


Per il periodo 2031-2035 il nuovo fattore viene fissato al 3,7%, mentre per il periodo 2036-2040 scende all’1,7%.

La scelta viene motivata dalla necessità di mantenere il sistema coerente con l’obiettivo europeo di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040, evitando però una traiettoria considerata troppo rigida per l’industria.

Secondo la Commissione, mantenere gli attuali livelli di riduzione oltre il 2030 avrebbe potuto portare a una contrazione eccessiva delle quote disponibili, riducendo la capacità delle imprese di pianificare investimenti di lungo periodo.

La nuova impostazione punta quindi a un equilibrio tra ambizione climatica e sostenibilità economica.

La riforma prevede inoltre la possibilità di utilizzare fino al 2% di crediti internazionali ad alta integrità dal 2036, destinati a finanziare progetti di decarbonizzazione fuori dall’Europa e offrire maggiore flessibilità nella fase in cui la riduzione delle emissioni interne diventerà più complessa.


Un altro elemento innovativo riguarda l’integrazione nell’ETS degli assorbimenti permanenti di carbonio certificati.

La Commissione propone di consentire l’inserimento fino a 250 milioni di tonnellate di assorbimenti permanenti nazionali, con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo di tecnologie necessarie soprattutto per quei settori industriali dove eliminare completamente le emissioni risulta tecnicamente più difficile.

La priorità, precisa Bruxelles, resterà comunque la riduzione diretta delle emissioni, mentre gli assorbimenti avranno un ruolo complementare e sottoposto a rigidi criteri di controllo.

La revisione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l’EU ETS, nasce con un obiettivo dichiarato: trasformare quello che negli ultimi vent’anni è stato principalmente uno strumento di politica climatica in una vera infrastruttura finanziaria per la competitività industriale europea. La Commissione europea punta infatti a fare del mercato del carbonio un acceleratore di investimenti, un meccanismo capace di accompagnare la trasformazione energetica dell’economia continentale senza indebolire la capacità produttiva dell’industria europea nello scenario globale.

La proposta arriva in una fase nella quale Bruxelles riconosce un cambio di paradigma. La dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili ha mostrato la propria vulnerabilità attraverso crisi geopolitiche, volatilità dei prezzi energetici e pressione sui costi industriali. Secondo la Commissione, l’Europa deve quindi ridurre la propria esposizione esterna puntando sull’elettrificazione dei consumi, sulle tecnologie pulite e su una maggiore capacità produttiva interna.


Il nuovo indirizzo europeo si inserisce nella strategia per fare dell’Unione il primo continente “elettroalimentato”, cioè un’economia nella quale elettricità prodotta da fonti pulite diventi il motore principale della crescita industriale. L’obiettivo indicativo è portare il livello di elettrificazione della domanda energetica al 46% entro il 2040. Un salto che, secondo le stime della Commissione, potrebbe ridurre la spesa europea per l’importazione di combustibili fossili di circa 260 miliardi di euro l’anno entro quella data, rafforzando contemporaneamente sicurezza energetica, competitività e resilienza economica.

Il punto centrale della riforma è dunque il passaggio da un ETS considerato prevalentemente come costo ambientale a un ETS concepito come leva finanziaria per la trasformazione industriale.

Dal 2005, anno della sua introduzione, il sistema europeo delle quote ha generato oltre 270 miliardi di euro di entrate destinate a innovazione, decarbonizzazione industriale e modernizzazione del sistema energetico. Parallelamente, nei settori coperti dall’ETS le emissioni sono diminuite di circa il 50%. Per Bruxelles questi risultati dimostrano che un mercato del carbonio regolato può produrre un doppio effetto: ridurre le emissioni e orientare gli investimenti verso tecnologie più efficienti.

Ma lo scenario economico è cambiato. L’industria europea si trova oggi a competere con aree del mondo dove i costi energetici sono inferiori e dove le politiche climatiche hanno livelli di ambizione differenti. La Commissione, richiamando le conclusioni del Consiglio europeo del giugno 2026 e il Clean Industrial Deal, sostiene quindi la necessità di modernizzare l’ETS affinché diventi «il motore dell’innovazione e degli investimenti» per la competitività e l’indipendenza strategica dell’Europa.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha sintetizzato questa impostazione indicando nell’elettrificazione dell’economia la strada per ridurre la dipendenza energetica europea: meno combustibili fossili importati, più produzione interna di energia pulita, prezzi più competitivi e una nuova fase industriale basata sull’innovazione.


La Banca per la decarbonizzazione industriale: 100 miliardi per accompagnare la trasformazione

Il cuore finanziario della proposta è rappresentato dalla nuova Industrial Decarbonisation Bank, la Banca europea per la decarbonizzazione industriale, destinata a mobilitare fino a 100 miliardi di euro per sostenere progetti industriali di trasformazione energetica su larga scala.

Lo strumento dovrebbe rappresentare una delle principali architetture finanziarie del nuovo ETS. La prima fase sarà costituita dall’ETS Investment Booster, con una dotazione stimata di circa 30 miliardi di euro entro il 2030, destinata ad accelerare gli investimenti delle imprese che anticipano la transizione.

Accanto alla nuova banca continuerà ad operare il Fondo per l’Innovazione dell’EU ETS, pensato per sostenere le prime applicazioni industriali delle tecnologie a basse emissioni, soprattutto nei settori dove il rischio tecnologico e finanziario rappresenta ancora un ostacolo alla diffusione commerciale.

La Commissione introduce inoltre un principio destinato a modificare il rapporto tra imprese e risorse generate dal mercato del carbonio: una quota significativa dei proventi ETS dovrà tornare direttamente ai settori industriali per finanziare la loro trasformazione.

Gli Stati membri saranno infatti chiamati a destinare almeno il 50% delle proprie entrate nazionali derivanti dalle quote ETS agli investimenti per la decarbonizzazione dei settori interessati. Secondo Bruxelles, questo meccanismo potrebbe tradursi in oltre 100 miliardi di euro di investimenti prima del 2030.


Il principio alla base della riforma è chiaro: le risorse generate dalla transizione devono alimentare la transizione stessa.

«I contributi dell’industria devono tornare all’industria», è la logica indicata dalla Commissione, che punta a utilizzare il prezzo della CO₂ non soltanto come incentivo alla riduzione delle emissioni, ma come fonte di capitale per finanziare la trasformazione produttiva.

Il nuovo equilibrio tra clima e industria: più tempo, ma con obblighi di investimento

La revisione dell’ETS interviene anche sulla traiettoria di riduzione delle emissioni. L’obiettivo europeo resta quello di arrivare a una riduzione netta del 90% delle emissioni entro il 2040 rispetto ai livelli storici, ma Bruxelles modifica il ritmo di riduzione delle quote disponibili.

Il nuovo Linear Reduction Factor viene aggiornato al 3,7% nel periodo 2031-2035 e all’1,7% dal 2036 al 2040. Secondo la Commissione, questa impostazione consente di mantenere l’integrità ambientale del sistema offrendo però all’industria un percorso più prevedibile e compatibile con i tempi necessari agli investimenti.

La proposta introduce inoltre la possibilità di utilizzare fino al 2% di crediti internazionali ad alta integrità dal 2036, destinati a finanziare progetti di decarbonizzazione fuori dall’Unione e offrire maggiore flessibilità nella fase in cui la riduzione delle emissioni europee diventerà più complessa.


Un altro elemento innovativo riguarda l’integrazione degli assorbimenti permanenti di carbonio nell’ETS. La Commissione punta a creare un mercato regolato per tecnologie come la cattura e lo stoccaggio della CO₂, mantenendo però limiti quantitativi e criteri rigorosi per evitare che gli assorbimenti sostituiscano la riduzione effettiva delle emissioni.

Sul fronte della competitività industriale viene mantenuto anche il sistema delle assegnazioni gratuite di quote oltre il 2030, ma con una condizione più stringente: le imprese dovranno collegare il beneficio ricevuto a investimenti concreti nella decarbonizzazione europea.

Per i settori esposti alla concorrenza internazionale e al rischio di rilocalizzazione delle emissioni, Bruxelles prevede una continuità delle protezioni, mentre per i comparti coperti dal meccanismo CBAM l’eliminazione graduale delle quote gratuite viene rallentata e prolungata fino al 2038.

L’elettrificazione diventa la seconda gamba della strategia europea

Parallelamente alla revisione dell’ETS, la Commissione presenta il Piano d’azione per l’elettrificazione, con l’obiettivo di superare uno dei principali ostacoli della transizione: il differenziale di costo tra energia elettrica e combustibili fossili.

Oggi, sottolinea Bruxelles, l’elettricità può arrivare a costare fino a tre volte più del gas in determinati contesti, riducendo l’incentivo per imprese e cittadini a passare a tecnologie più efficienti.


Il piano punta quindi a ridurre il divario attraverso interventi sulle reti, sugli oneri energetici, sulla diffusione dei contatori intelligenti e sulla tassazione, evitando che l’elettricità venga penalizzata rispetto ai combustibili fossili.

La strategia riguarda tutti i principali settori della domanda: industria, edifici e trasporti.

Per i consumatori europei, la Commissione evidenzia i potenziali vantaggi economici dell’elettrificazione: un veicolo elettrico può ridurre significativamente i costi rispetto a un mezzo alimentato con carburanti tradizionali, mentre la sostituzione delle caldaie a gas con pompe di calore può diminuire sensibilmente la spesa energetica domestica.

Per il sistema industriale il messaggio è ancora più forte: senza un’accelerazione dell’elettrificazione, la decarbonizzazione rischia di trasformarsi soltanto in un vincolo regolatorio anziché in un vantaggio competitivo.

Nel grande disegno europeo della decarbonizzazione, il trasporto marittimo occupa una posizione particolare. È un settore indispensabile per il funzionamento dell’economia globale, responsabile del trasferimento della maggior parte delle merci internazionali, ma allo stesso tempo chiamato a una trasformazione tecnologica complessa, perché la riduzione delle emissioni richiede investimenti ingenti, nuove infrastrutture energetiche e una disponibilità ancora limitata di combustibili alternativi.


È proprio sul mare che si concentra una delle parti più delicate della revisione dell’EU ETS proposta dalla Commissione europea. Bruxelles punta a rafforzare il ruolo del mercato del carbonio anche nello shipping, con l’obiettivo di accelerare la transizione verso un trasporto marittimo a basse emissioni, garantendo contemporaneamente condizioni di concorrenza equilibrate per le imprese europee.

La proposta interviene su più livelli: estensione del perimetro del sistema, sostegno economico alla diffusione dei combustibili sostenibili, semplificazione degli obblighi amministrativi, maggiore coordinamento con il quadro internazionale definito dall’Organizzazione marittima internazionale (IMO) e strumenti specifici per ridurre il rischio di elusione.

Secondo la Commissione, il settore marittimo deve contribuire pienamente agli obiettivi climatici europei e beneficiare allo stesso tempo dei nuovi strumenti finanziari generati dal sistema ETS. La revisione prevede infatti un sostegno dedicato ai combustibili marittimi sostenibili, alle tecnologie pulite e all’idrogeno prodotto nell’Unione europea, con l’obiettivo di creare un mercato capace di rendere economicamente più sostenibile il passaggio verso nuovi modelli energetici.

La logica di Bruxelles è quella di trasformare il prezzo della CO₂ in un meccanismo di investimento: le risorse generate dal carbon pricing devono tornare al settore sotto forma di finanziamenti per accompagnare la trasformazione tecnologica.

110 milioni di quote ETS per lo shipping: il primo nodo del confronto

Uno degli elementi più rilevanti della proposta riguarda la destinazione delle entrate generate dall’ETS al settore marittimo.


La Commissione prevede che 110 milioni di quote vengano dedicate al comparto shipping a livello europeo, una misura che rappresenta una componente significativa del nuovo sistema di sostegno. Inoltre, a livello nazionale, il 50% dei ricavi ETS degli Stati membri dovrà essere destinato a investimenti nei settori coinvolti dalla decarbonizzazione, includendo tra le priorità anche il trasporto marittimo.

Per Bruxelles questa impostazione rappresenta un cambio di approccio: il settore non viene considerato soltanto come soggetto chiamato a sostenere un costo ambientale, ma anche come destinatario delle risorse necessarie per affrontare la transizione.

La Commissione sottolinea che il nuovo quadro punta a creare nuove opportunità industriali, sostenere la produzione europea di carburanti alternativi e rafforzare la competitività delle imprese attraverso investimenti tecnologici.

Sul fronte degli armatori europei, rappresentati da European Shipowners’ Association (ECSA), la valutazione è più articolata. Gli operatori riconoscono il valore della scelta di destinare parte dei proventi ETS alla transizione marittima, considerandola un primo passo nella direzione corretta, ma ritengono che l’impegno finanziario debba essere proporzionato alla dimensione della sfida.

Secondo ECSA, i 110 milioni di quote equivalgono a circa 10 miliardi di euro, una cifra importante ma ancora limitata rispetto alle dimensioni complessive del contributo che il settore sarà chiamato a versare nel sistema.


La stima degli armatori è che tra il 2030 e il 2040 il comparto marittimo potrebbe contribuire al sistema ETS per circa 90 miliardi di euro. Da questa prospettiva, l’assegnazione prevista rappresenterebbe soltanto una parte delle risorse generate dal settore.

La posizione degli armatori è quindi che l’intero potenziale economico derivante dall’ETS debba essere reinvestito nella trasformazione energetica dello shipping, perché la decarbonizzazione richiederà interventi sull’intera filiera: navi, carburanti, infrastrutture portuali e sistemi logistici.

Carburanti sostenibili: il punto di convergenza tra Commissione e industria

Uno degli aspetti sui quali emerge una maggiore convergenza riguarda il sostegno ai carburanti sostenibili.

La Commissione europea considera la disponibilità di combustibili alternativi uno degli elementi fondamentali per rendere possibile la transizione marittima. I nuovi carburanti, tuttavia, presentano ancora costi significativamente superiori rispetto alle soluzioni tradizionali.

Secondo European Shipowners, i carburanti sostenibili possono arrivare a costare mediamente circa quattro volte più dei combustibili convenzionali. Per questo motivo, il sostegno pubblico viene considerato essenziale per creare un quadro economico nel quale gli investimenti possano diventare sostenibili.


Gli armatori accolgono quindi positivamente la possibilità che siano ammessi ai finanziamenti anche carburanti prodotti in Europa e in determinati Paesi terzi dotati di sistemi di scambio delle emissioni riconosciuti.

È un passaggio considerato strategico perché il mercato marittimo è globale: la disponibilità di combustibili alternativi non può dipendere esclusivamente dalla produzione interna europea, ma deve svilupparsi attraverso catene internazionali affidabili.

Il nodo delle tecnologie: Bruxelles punta sulla neutralità, gli armatori chiedono più apertura

Il principale punto di divergenza tra Commissione europea e industria marittima riguarda invece l’ampiezza delle tecnologie ammesse al sostegno.

La proposta europea punta a favorire tecnologie pulite e nuovi sistemi energetici, ma secondo European Shipowners l’elenco delle soluzioni finanziabili sarebbe troppo ristretto.

Gli armatori sostengono che la transizione non possa essere affidata esclusivamente ad alcune tecnologie emergenti, ma debba includere l’intera gamma di strumenti capaci di ridurre rapidamente le emissioni della flotta esistente.


Secondo ECSA, interventi di efficienza energetica applicabili alle navi già operative potrebbero generare risparmi emissivi immediati e dovrebbero quindi essere pienamente sostenuti.

La critica riguarda il rischio di creare un divario tra l’obiettivo climatico e la realtà industriale: molte navi resteranno operative ancora per anni e la riduzione delle emissioni non potrà dipendere soltanto dalla costruzione di nuove unità alimentate con tecnologie future.

Per gli armatori, servono quindi incentivi più ampi, capaci di comprendere sia le tecnologie innovative per i nuovi combustibili sia le soluzioni che migliorano rapidamente le prestazioni ambientali della flotta esistente.

IMO e doppio regolamento: la questione della governance globale

Uno dei temi più sensibili riguarda il rapporto tra il sistema europeo e il percorso internazionale dell’IMO.

Il trasporto marittimo è infatti un settore globale e, proprio per questa ragione, l’industria navale ha sempre sostenuto la necessità di un quadro regolatorio internazionale uniforme.


La Commissione europea, nella proposta di revisione, introduce un principio per evitare il rischio di doppio pagamento nel caso in cui venga raggiunto un accordo globale presso l’IMO.

Per Bruxelles si tratta di un elemento di coordinamento necessario: l’Europa mantiene il proprio sistema di carbon pricing, ma prevede strumenti per evitare sovrapposizioni qualora il quadro internazionale evolva.

European Shipowners considera questo un passo avanti, ma ritiene che il segnale politico debba essere più forte.

Secondo gli armatori, la proposta europea dovrebbe contenere una clausola di revisione più vincolante, prevedendo un riesame e una possibile eliminazione delle misure UE qualora venga adottato un accordo globale efficace presso l’IMO.

La richiesta dell’industria è quindi quella di garantire certezza regolatoria e di evitare che le imprese europee si trovino sottoposte contemporaneamente a sistemi diversi.


Isole, regioni periferiche e navi classe ghiaccio: il tema della competitività territoriale

Un altro punto di confronto riguarda le deroghe previste per alcune categorie particolari di traffico.

La proposta della Commissione estende fino al 2035 alcune deroghe relative alle piccole isole, alle regioni ultraperiferiche e alle navi classe ghiaccio.

Per Bruxelles questa proroga consente di accompagnare realtà caratterizzate da condizioni operative specifiche, garantendo comunque il percorso di decarbonizzazione.

Gli armatori, tuttavia, chiedono un’estensione più ampia. La posizione di ECSA è che tali deroghe dovrebbero diventare automatiche, permanenti e adeguate alla vita operativa delle navi.

La motivazione riguarda soprattutto la continuità dei collegamenti europei più vulnerabili: alcune rotte insulari o periferiche non possono essere trattate allo stesso modo dei grandi corridoi commerciali internazionali, perché svolgono anche una funzione sociale ed economica essenziale.


Porti europei e rischio di perdita di competitività

Il dossier marittimo si intreccia infine con la competitività dei porti europei.

La Commissione europea intende rafforzare il sistema introducendo strumenti per ridurre i rischi di elusione, in particolare per alcune attività di trasbordo dei container e per le operazioni offshore.

L’obiettivo è evitare che differenze regolatorie possano spingere traffici e attività verso scali esterni all’Unione.

Gli armatori condividono la necessità di garantire condizioni equilibrate, ma sottolineano che ogni intervento sulla competitività portuale deve preservare l’integrità del sistema e assicurare parità di condizioni tra tutti i segmenti del trasporto marittimo.

La questione è quindi trovare un equilibrio tra protezione ambientale e competitività commerciale: un sistema troppo rigido rischierebbe di spostare attività fuori dall’Europa, mentre un sistema troppo debole potrebbe compromettere gli obiettivi climatici.


a revisione dell’EU ETS e il Piano d’azione per l’elettrificazione rappresentano, nelle intenzioni della Commissione europea, due facce della stessa strategia: trasformare la transizione energetica da vincolo regolatorio a leva industriale. Il nuovo corso europeo parte da una consapevolezza economica precisa: la decarbonizzazione non potrà essere realizzata soltanto attraverso obblighi e riduzione delle emissioni, ma richiederà una capacità di investimento senza precedenti, una nuova politica industriale e una forte integrazione tra energia, manifattura e infrastrutture.

La sfida per Bruxelles è trovare il punto di equilibrio tra tre obiettivi che spesso entrano in tensione tra loro: mantenere l’ambizione climatica necessaria per raggiungere la neutralità al 2050, proteggere la competitività delle imprese europee in un mercato globale sempre più competitivo e garantire sicurezza energetica riducendo la dipendenza dalle importazioni fossili.

È questo il terreno sul quale si misura la riforma dell’ETS. Da un lato, la Commissione considera il sistema europeo di scambio delle emissioni uno degli strumenti più efficaci per orientare l’economia verso tecnologie più pulite. Dall’altro, riconosce che il contesto geopolitico ed economico è profondamente cambiato e che l’industria europea necessita di strumenti finanziari e tempi adeguati per completare la trasformazione.

Il nuovo ETS viene quindi ridisegnato come una piattaforma di investimento.

Dalle quote di emissione ai capitali per la transizione

Uno dei messaggi centrali della riforma è che il valore economico generato dal carbon pricing deve ritornare ai settori chiamati a cambiare modello produttivo.


La Commissione sottolinea come dal 2005 il sistema ETS abbia prodotto oltre 270 miliardi di euro di entrate, utilizzate per sostenere innovazione, decarbonizzazione industriale e modernizzazione energetica. La nuova fase punta a rafforzare questo meccanismo attraverso strumenti dedicati, primo fra tutti la Banca per la decarbonizzazione industriale.

L’obiettivo dichiarato è mobilitare fino a 100 miliardi di euro per accompagnare la trasformazione delle industrie europee ad alta intensità energetica.

La prima fase operativa sarà rappresentata dall’ETS Investment Booster, che dovrebbe mettere a disposizione circa 30 miliardi di euro entro il 2030 attraverso 400 milioni di quote ETS, sostenendo gli investimenti più rapidi e strategici.

Il Fondo per l’Innovazione continuerà invece a svolgere un ruolo complementare, concentrandosi sulle tecnologie ancora in fase di sviluppo e sulle prime applicazioni industriali di soluzioni a basse emissioni.

La logica è quella di ridurre il rischio degli investimenti privati, perché molti settori industriali non possono affrontare da soli il costo iniziale della transizione.


La decarbonizzazione richiede infatti infrastrutture nuove, processi produttivi differenti e tecnologie spesso ancora più costose rispetto alle alternative tradizionali.

La partita dell’elettrificazione: il nuovo pilastro della competitività europea

Parallelamente alla riforma ETS, Bruxelles punta sull’elettrificazione come elemento strutturale della nuova economia europea.

L’Europa oggi produce circa il 70% della propria elettricità da fonti energetiche interne pulite, ma il livello di elettrificazione della domanda è rimasto fermo intorno al 23% nell’ultimo decennio.

Per la Commissione questo rappresenta un limite strategico: non basta produrre energia pulita, occorre riuscire a utilizzarla nei settori dove oggi dominano combustibili fossili.

Industria, trasporti ed edifici diventano quindi i tre grandi ambiti della trasformazione.


Il Piano d’azione europeo per l’elettrificazione punta a ridurre il divario economico tra elettricità e gas, intervenendo sulle reti, sulla fiscalità energetica, sugli oneri di sistema e sulla diffusione delle tecnologie digitali.

La Commissione evidenzia che il passaggio a sistemi elettrici più efficienti può produrre vantaggi economici significativi: dai veicoli elettrici alle pompe di calore, fino ai processi industriali elettrificati.

Ma il nodo resta quello degli investimenti infrastrutturali.

Le reti europee, pur essendo tra le più avanzate al mondo, devono essere potenziate per gestire una domanda elettrica crescente. I tempi di connessione rappresentano ancora un ostacolo per molte imprese e per nuovi impianti energetici.

La transizione, quindi, non riguarda soltanto la produzione di energia, ma la capacità dell’intero sistema europeo di distribuirla e utilizzarla in modo efficiente.


Il ruolo dell’industria: dalla protezione alla trasformazione

La Commissione europea cerca con la riforma ETS di modificare anche il rapporto tra politica climatica e industria.

Il principio è che il sostegno pubblico non debba diventare una semplice compensazione dei costi, ma un incentivo alla trasformazione.

Per questo l’assegnazione gratuita delle quote oltre il 2030 viene mantenuta, ma collegata maggiormente agli investimenti nella decarbonizzazione.

Le imprese che beneficeranno delle quote gratuite dovranno dimostrare di aver adottato piani di investimento coerenti con la transizione industriale europea.

Per i settori esposti alla concorrenza internazionale il sistema mantiene invece strumenti di protezione per evitare il rischio di carbon leakage, cioè il trasferimento della produzione verso Paesi con regole ambientali meno stringenti.


La proposta prevede inoltre un rafforzamento del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, il CBAM, con l’obiettivo di garantire condizioni di concorrenza più equilibrate tra produzioni europee e importazioni.

La sfida politica è delicata: accelerare la transizione senza indebolire la base industriale europea.

Il settore marittimo come simbolo della complessità della transizione

Il confronto sul trasporto marittimo sintetizza molte delle tensioni presenti nella riforma.

La Commissione europea considera lo shipping un settore essenziale della strategia climatica e punta a utilizzare l’ETS per finanziare la diffusione di carburanti sostenibili, tecnologie pulite e idrogeno.

Gli armatori europei riconoscono la necessità della transizione e accolgono positivamente alcuni elementi della proposta, in particolare il reinvestimento delle entrate ETS, il sostegno ai carburanti sostenibili e la semplificazione degli obblighi amministrativi.


Ma chiedono maggiore equilibrio.

La posizione di European Shipowners/ECSA è che il sostegno economico previsto rappresenti un primo passo, ma non sia ancora sufficiente rispetto alla dimensione della trasformazione richiesta.

Il settore sottolinea che la decarbonizzazione dello shipping non può dipendere soltanto da poche tecnologie selezionate, ma deve includere tutte le soluzioni capaci di ridurre rapidamente le emissioni, comprese quelle legate all’efficienza energetica delle flotte esistenti.

Il confronto riguarda anche il rapporto con l’IMO. Gli armatori chiedono che l’Unione europea mantenga un forte collegamento con il processo internazionale e introduca una clausola più chiara per evitare sovrapposizioni normative qualora venga raggiunto un accordo globale.

È il tema centrale della governance della transizione marittima: come conciliare leadership europea e necessità di un quadro globale.


Una nuova politica industriale europea: la vera sfida sarà l’esecuzione

Alla fine del percorso, la revisione ETS racconta una trasformazione più ampia della politica economica europea.

Il carbon pricing non viene più presentato soltanto come strumento ambientale, ma come elemento di una strategia industriale che punta a mobilitare capitali, accelerare innovazione e ridurre la dipendenza energetica esterna.

La Commissione europea prova così a costruire un modello nel quale clima e competitività non siano necessariamente contrapposti, ma parti dello stesso progetto.

La riuscita dipenderà però dall’attuazione concreta.

Le risorse previste dovranno arrivare rapidamente alle imprese. Le tecnologie dovranno diventare disponibili su scala industriale. Le infrastrutture energetiche dovranno essere adeguate. E i diversi settori economici, dalla manifattura al trasporto marittimo, dovranno trovare un equilibrio tra obiettivi ambientali e sostenibilità economica.


La partita dell’ETS non è quindi soltanto una riforma normativa.

È una scommessa sulla capacità dell’Europa di trasformare la transizione energetica in un nuovo ciclo industriale.

Una scommessa che coinvolge governi, istituzioni europee, imprese, porti, armatori e filiere tecnologiche.

Il punto decisivo sarà capire se il prezzo della CO₂ riuscirà davvero a diventare il prezzo dell’innovazione.


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