Senza capo né coda
di Maurizio Oviglia
(pubblicato sulla sua pagina fb il 27 giugno 2026)
Una volta Fiorenzo (Michelin, NdR) mi aveva detto che ogni anno a inizio stagione ripeteva diverse sue vie per pulirle dalla vegetazione, in modo che i ripetitori trovassero tutto in ordine senza incappare in un itinerario fastidiosamente sporco. Confesso di aver pensato all’immagine della padrona di casa che pulisce tutto a fondo perché devono passare gli ospiti a trovarla. No, ho concluso, io non sarò mai così. E invece… Penso di non aver mai conosciuto una persona come Fiorenzo, apritore di vie come me, così legato alle sue creazioni da curarle come le rose del suo giardino.
E penso anche che sia difficile da comprendere per chi non ha la stessa passione nel creare itinerari, in particolare con un fine altruistico come aveva Fiorenzo. Praticamente è incomprensibile per chi non ha mai attrezzato questo tipo di vie, dedicandosi invece a itinerari di stampo alpinistico, dove il destino che avrà la tua via non è in fondo così importante. Vale l’esperienza vissuta, il resto non mi riguarda. D’altra parte tra tutte le domande che potevo fare a Walter Bonatti quando lo incontrai gli chiesi proprio questo: che effetto ti fa sapere che la tua via al Dru non esiste più? O non come tu l’hai salita? La risposta non poteva essere che una, secondo la visione dell’alpinista… Ma, nel caso di Fiorenzo, ci troviamo in un mondo parallelo.
Sono altresì consapevole che questo tipo di persone hanno fatto il loro tempo, e stanno lasciando la scena poco a poco. L’ossessione nel preservare le proprie creazioni dall’oblio, è qualcosa che appartiene ormai al passato. La manutenzione di questo patrimonio, culturale o sportivo comunque lo vogliate chiamare, forse potrà essere ereditato da associazioni (come già in diversi casi) ma sicuramente non da singoli, come in passato, che si spendevano per preservare ciò che avevano creato decenni prima. C’era dell’affetto, che inevitabilmente non ci sarà più.
Il nostro mondo è cambiato notevolmente, come del resto la società, di cui l’arrampicata è solo un insignificante aspetto: già parlare delle prime arrampicate sportive sembra di riferirsi al giurassico, figuriamoci disquisire di manutenzione di vie che non offrono nessun tipo di esperienza prestazionale, ma piuttosto ludica. Si dice che il futuro della scalata sarà sicuramente indoor, che l’outdoor sarà vissuto più che altro come una bella giornata all’aperto, uno svago, senza nessun altro fine. Questa è la frase più interessante che mi è rimasta nella mente del bel documentario di Cedric Lachat, sul futuro della scalata.
Seppur debole nelle conclusioni, il film ha comunque il merito di affrontare il tema di come comportarsi in Natura, affinché si possa continuare a frequentarla. Siamo ad un bivio, dipende da noi. L’umanità, dice Marc Lemenestrel, mai come oggi è in bilico tra una vita digitale e artificiale e l’attrazione verso la Natura, che è nel suo DNA e che per noi era invece preponderante. Noi scappavamo dalla città e da tutto ciò che rappresentavano, non ci trovavamo davvero niente di interessante. Oggi invece scalare chiusi in una sala è figo, incontri un sacco di persone, ci sono eventi, è persino più stimolante e profondo (parole di Chris Sharma). In futuro, conclude un fortissimo ragazzotto poco più che adolescente, si potrebbe arrivare al decimo grado su roccia naturale e anche oltre. Se, conclude, non sarà vietato farlo…
Scusate per queste riflessioni serali senza capo né coda.
Selezione di commenti
Andrea Mantero
Credo che la scalata in ambiente non finirà, probabilmente cambierà il modo, cambieranno gli strumenti, ma non la frequentazione se non altro perché l’ambiente, la natura, nonostante la si voglia controllare, sottomettere se non distruggere, resterà sempre il mondo di fuori, il diverso da sé, con la sua forza immane e invincibile. E questo la fa giustamente temere ma attira e affascina. Credo che sarà’ sempre così!
Igor Tosso
Grazie Maurizio, per il bel pensiero e il ricordo di Fiorenzo, gran persona e grande apritore di vie con un fiuto, un intuito e una passione infinite: per me è sempre stato il riferimento. W Fiurens!
Sergio Chianale
È interessante come il desiderio che la propria creazione venga ripetuta cambi nel tempo: negli anni ‘80 ancora influenzati dallo stile del passato il fatto che una via non fosse ripetuta o molto poco era sinonimo di alto livello dell’apritore. Sintomatici poi i gesti di Maestri sul Cerro torre o di Harding sull’Half dome, ma anche le prime vie sportive in Verdon o in Valle dell’Orco erano lasciate dagli apritori in modo che le ripetizioni fossero più difficili possibile, poi l’inversione di tendenza del “plasir” ha portato a una cura più attenta alla sicurezza e al divertimento, in questo periodo la bravura dell’aprire è stata quella di mettere il chiodo nel posto giusto, non nello sfidare l’audacia. A questo periodo è corrisposta la manutenzione delle vie da parte digli apritori; ora invece assistiamo ad aperture e manutenzioni a carico di professionisti che ovviamente snobbano ravanate e balzanità. Come sempre dove va un nuovo periodo lo si capirà dopo, come considerazione è comunque interessante…
Pagetti Gabriele
L’arrampicatore rimarrà sempre attratto dalla roccia, è un’attrazione che viene da lontano, da quando bambini si vede un sasso e si viene attirati come calamite, voglio pensarla così sarebbe un finale troppo triste rinchiusi tutti in grandi capannoni.
Giacomo Canone
Noi non siamo un’associazione ma singoli individui, Fiorenzo è sempre nei nostri pensieri quindi ci teniamo a mantenere ciò che lui ha creato con tanta dedizione. Lui è vivo in noi e mai verrà dimenticato come le sue vie. Capolavori che ci fanno scalare e divertire.
Flavio Betemps
Ciò che ci ha lasciato Fiorenzo qui nelle valli torinesi e cuneesi, a livello di arrampicata, è qualcosa di incredibile.
Luca Briconi
Leggerti è sempre un piacere, mai banale in ogni tuo pensiero. A volte spero che questa cosa dello scalare in palestra arrivi il più presto possibile, spesso la convivenza in falesia diventa un peso e solo l’idea di trovare la cordata sbagliata mi rovina la giornata. Capisco di avere scritto un pensiero terribilmente “snob”, ma alcuni incontri (e non pochi…), mi hanno veramente trasformato, mi hanno levato la voglia di “apparecchiare” una nuova via per condividerla con altri. Fino a poco tempo fa, prima di finirla una via aveva già un nome, ora non glielo do neppure. Mi passerà, ma per ora è così. Hang Loose!
Maurizio Oviglia
Anche io sto cambiando il modo di vedere le cose ed è inevitabile perché tutto cambia così velocemente che devi trovare i giusti anticorpi. Fino a 10 anni fa la pensavo come Fiorenzo, cercavo di preservare tutte le cose che avevo fatto, richiodare le vie, adattarle ai tempi. In modo che potessero piacere agli scalatori di oggi. Oggi mi rendo conto che per quanto tu possa fare, certi posti comunque prima o poi verranno abbandonati. E forse è meglio così perché rimarranno per quei pochi che ci vogliono proprio andare. Le falesie alla moda invece verranno richiodate da terzi, e consegnate alle masse, che le frequenteranno. Praticamente rispetto ad oggi che ci sono mille falesie e gli scalatori dispersi ovunque, tutto sarà più concentrato. Questi siti outodoor avranno inevitabilmente delle regole (di questo nel documentario solo si accenna), perché non è pensabile una super frequentazione in natura senza una regolamentazione. Prima o poi ci sarà il numero chiuso come c’è già in alcuni siti USA.
Carlo Gallo
Gli apritori di vie sono i maestri che ‘regalano’ l’opportunità di scalare sulla roccia. I tempi cambiano, inevitabilmente, e per il futuro è importante che ogni apertura abbia già un progetto di mantenimento alle spalle che le consenta di sopravvivere all’apritore.
Emanuele Bascape
Interessanti riflessioni! Mi è rimasta la curiosità: cosa ti disse Bonatti?
Maurizio Oviglia
Che non gli importava nulla. L’importante era l’esperienza che aveva vissuto.
Gianni Mura
Le inconfondibili placchette blu del Bourcet (e delle altre vie di Fiorenzo, NdR). Bellissima riflessione! Sarà il caso che si inizi a pensare meno a ciò che creiamo e vivere ciò che la natura ha creato.
Andrea Mollo
Avete chiodato ovunque, grazie!!! Alle nuove generazioni non è rimasto molto. Chi ha voglia di andare fino ad Abracadabra a Noaschetta? Avete vissuto un momento unico di pareti semi vergini. I millenials cosa possono creare? Dove? Probabilmente rimarranno mantenute solo le più belle e le altre andranno deteriorandosi.
Maurizio Oviglia
A prescindere dagli spazi che sono rimasti, e ci sono basta avere un po’ di occhio, tanto è vero che continuano ad esserci novità, soprattutto opera di chiodatori sui 40/50 anni, per quanto riguarda l’ultima generazione non mi pare che chiodare le interessi molto, tanto meno andare sino ad Abracadabra (salvo un paio di amici che ci vanno ed è un po’ un’eccezione. Per esempio io lì ho iniziato una via che nessuno mai ha terminato. La creatività per i giovani si è spostata in altri ambiti, per esempio tracciare in palestra. Perché appunto il futuro è lì.
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