intervista all’illustratrice Raquel Gu e alla matematica Clara Grim


In occasione della vittoria del Premio di Divulgazione COSMOS 2026 conferito in Spagna, abbiamo parlato con l’illustratrice Raquel Gu e la matematica Clara Grima, autrici di Algoritmos y a lo loco. Il libro, nato dall’incontro tra divulgazione scientifica e linguaggio visivo, racconta il mondo degli algoritmi con un approccio accessibile, creativo e originale. Attraverso la loro unione, arte e scienza dialogano per rendere concetti complessi comprensibili e coinvolgenti per un pubblico più ampio. In questa intervista Raquel Gu e Clara Grima ci raccontano com’è nato il progetto (e la loro amicizia), quali sfide hanno affrontato e perché credono che immagini e matematica possano essere alleate preziose nella divulgazione del sapere – soprattutto quando si tratta di storie mai raccontate prima.

Con Algoritmo y a lo loco, Clara Gama

Intervista a Raquel Gu e Clara Grima

La vostra collaborazione nasce in un modo molto poco accademico: un’interazione su Twitter, una presentazione a Barcellona e un colpo di fulmine d’amicizia. Come è cominciato tutto?
Raquel Gu: Io pubblicavo una rubrica umoristica sul mondo degli adulti e dei bambini. Quando ci lavoravo ormai da più di un anno, mi proposero di raccogliere quelle rubriche in un libro. Si chiamava Canallades, un titolo che in catalano gioca sul doppio senso di canalla: come nome collettivo per bambini e bambine, ma anche come persona birichina, un po’ monella. Quando stavamo per concludere il libro mancava ancora da riempire un capitolo per la stampa, e mi venne in mente di chiedere ad alcuni amici frasi di quelle che dicono i bambini e che fanno molto ridere. Un’amica mi scrisse e mi disse: “Ho un’amica matematica che vive a Siviglia, con due figli piccoli che dicono cose molto divertenti”.
Clara Grima: Sì, perché io avevo cominciato a condividere su Twitter (ora X, che pantano! Mi sono appena cancellata) le reazioni dei miei figli, che allora avevano sei e otto anni, davanti a concetti matematici. Dicevo, per esempio: “Ho detto a mio figlio che il numero pi greco sta tra il 3 e il 4, e lui dice che è impossibile, perché il 4 viene sempre dopo il 3”. Oppure quella sull’infinito: “Ve lo siete inventato voi matematici quando vi siete stancati di contare”. Per me era molto sorprendente perché, dopo tanti anni di insegnamento all’università, era la prima volta che parlavo di matematica a un pubblico che non conosceva la matematica: i miei figli. Non avevo mai fatto divulgazione. E Raquel stava raccogliendo frasi di bambini per un libro. Un’amica comune le passò le frasi, Raquel mi chiese il permesso di usarle e poi mi invitò alla presentazione.

Clara Grima premiada premio Cosmos España 2026 foto de Ángeles Méndez García
Clara Grima premiada premio Cosmos España 2026, foto de Ángeles Méndez García

E poi…?
RG: Quando il libro fu finito, le scrissi: “So che sei a Siviglia e che per te è lontano, ma nel libro compaiono i tuoi bambini, quindi, sei invitata alla presentazione a Barcellona”. E nel bel mezzo della presentazione apparve la rossa. Io ero seduta, stavo per cominciare, e dissi: “Quella è Clara”. Ci fu un colpo di fulmine d’amicizia e da allora abbiamo cominciato a collaborare.
CG: Allora non mi dedicavo ancora alla divulgazione, avevo più tempo e più soldi, e andai a Barcellona. Ci trovammo molto bene e dicemmo: “Dai, facciamo qualcosa insieme”. Così è cominciata la nostra storia: unire la mia componente matematica e la sua componente artistica.

L’inizio della collaborazione tra Raquel Gu e Clara Grima

Così nasce En busca del grafo perdido (Ariel, 2021). Raquel, tu vieni dalla filologia inglese, dall’editoria e dalla traduzione. Clara, tu vieni dalla matematica applicata. In fondo, il vostro lavoro sembra consistere nel tradurre concetti da un linguaggio a un altro. Lo vivete così?
RG: Sì. Io ho sempre disegnato. Da piccola quello che mi piaceva di più era leggere fumetti e libri che mi raccontassero storie. Giocavo a raccontare storie. Mia madre era disegnatrice e ceramista, e mio padre era disegnatore tecnico e scultore. In casa c’era un ambiente molto creativo, ma quando arrivò il momento di scegliere l’università mio padre mi disse che, invece di Belle Arti, avrei dovuto studiare qualcos’altro, perché, se mi piaceva disegnare, avrei sempre potuto disegnare, ma mi conveniva avere un piano B. In quel momento mi sembrò un dramma, ma col tempo ho capito che aveva ragione. Studiai Filologia inglese, cosa che mi permise anche di dedicarmi alla traduzione. E la filologia ha grammatica e sintassi, ma anche letteratura. Anche lì mi raccontavano storie. Alla fine, ciò che faccio, in fondo, è tradurre idee in immagini e parole, da una lingua a un’altra.
CG: Con Raquel è molto facile. Lei dice che prima non le piaceva la matematica, ma io credo di sì, perché penso che a tutti piaccia la matematica, anche se magari non lo sanno ancora. Molte volte le mando l’idea del concetto che vogliamo spiegare. Ora lo faccio con gli audio; quando abbiamo cominciato non esistevano ancora gli audio di WhatsApp. A volte faccio persino io un disegno del concetto e lei lo reinterpreta. I miei disegni sono disegni da matematica: disegni bruttissimi. Non so chi abbia detto che un matematico è una persona che tira fuori idee belle da disegni molto brutti. Io faccio i miei disegni bruttissimi per spiegare concetti, e Raquel li reinterpreta. Per me è una delle migliori artiste che conosca. Ha una sensibilità speciale. Il suo tratto è molto semplice, ma è carico di contenuto. Questo è il miracolo di Raquel.

L’inaspettato dialogo tra matematica e immagini

Quando bisogna spiegare un concetto astratto come un grafo, un algoritmo, una struttura geometrica, come avviene quel passaggio verso l’immagine?
RG: Lavoriamo soprattutto a distanza, perché Clara vive a Siviglia e io a Barcellona: telefonate, WhatsApp, email. Quando c’è qualcosa di più difficile — cosa che non succede spesso, perché Clara racconta tutto in modo molto limpido — ho tutta la fiducia del mondo per dirle: “Spiegamelo di nuovo, così posso disegnarlo”. Inoltre, mi offre moltissima documentazione. Per Con algoritmos y a lo loco mi mandò tantissima documentazione, e questo mi servì per illustrare. Lei sa quanto sia importante documentarsi per realizzare un fumetto o una serie di illustrazioni.
CG: Raquel è molto rigorosa, molto algoritmica, se vuoi, nel tradurre in immagine le cose che le racconto e che vogliamo raccontare al pubblico. Non l’avevo mai pensata così, ma sì: quando disegna un concetto deve ordinare, scegliere, collocare. C’è una pulizia mentale, lì.

Di solito pensiamo che la scienza sia rigorosa e l’arte creativa. Ma nel vostro lavoro appare quasi il contrario: la matematica ha bisogno di creatività, e il disegno ha bisogno di molto rigore. È una falsa opposizione?
CG: Totalmente. Si dice sempre che la matematica sia incompatibile con la creatività, ma non è vero. Di fatto, il successo in matematica si ottiene con la creatività. Io faccio sempre l’esempio di Google. Il motore di ricerca, non l’azienda. Tu inserisci un criterio di ricerca e, tra miliardi di pagine, lui trova quelle che contengono quel concetto e le ordina in meno di un secondo. Come si fa? Con matematica piuttosto di base, a livello universitario. Io quelle matematiche le avevo studiate prima di Larry Page e Sergey Brin, perché sono un po’ più vecchia. Però non ho avuto la capacità creativa di usare quegli strumenti per progettare Google. È come se vai a un corso d’arte: puoi sapere come mescolare pittura bianca, nera e grigia, ma non tutti fanno un Picasso. Devi osare fare qualcosa di diverso. Questo è ciò che fecero loro. La differenza fu la creatività.
RG: Non mi ero mai fermata a pensarci così, ma è vero. Clara può usare l’umorismo, la battuta e i giochi di parole per spiegare un concetto. Quando mi racconta le cose, io ho la missione di tradurre tutto questo in immagini in modo che si capisca. Per farlo ho bisogno di rigore. Posso anche inserire una battuta, ma devo partire dal rigore per riuscire a spiegare quel concetto.

En busca del Grafo Perdido, Copertina
En busca del Grafo Perdido, Copertina

Raquel Gu e Clara Grima tra illustrazione, matematica e natura

Quindi l’illustrazione può essere una forma di traduzione scientifica? Come tradurre dallo spagnolo allo spagnolo: dal linguaggio specialistico a una lingua comune.
RG: Sì. Nella scienza spesso c’è una lingua propria, molto autoreferenziale. Il lavoro grafico può aiutare a trasformarla in qualcosa di accessibile senza semplificarla troppo. Però, per farlo, bisogna capire bene ciò che ti stanno raccontando. Per esempio, in La tabla periódica, un fumetto con molte chimiche, ogni elemento partiva da testi scritti da chimici e chimiche di tutta la Spagna, coordinati da Adela Muñoz Páez. Alcuni testi erano molto accessibili, altri invece lo erano meno, e lì Adela mi aiutò moltissimo a capire bene tutti i concetti e a documentarmi, in modo che io potessi scrivere la sceneggiatura e disegnare le pagine di ogni elemento.
CG: Raccontare bene un’idea matematica è anche tradurla. La matematica non è fare conti. Ragionare matematicamente è una cosa bellissima, ma molte persone non arrivano a scoprirlo per paura o per ansia. Per questo bisogna trovare linguaggi che aprano la porta.

Clara, tu dici che a tutti piace la matematica, anche se non lo sanno. Perché allora viene percepita come qualcosa di freddo, arido o inaccessibile?
CG: Per tradizione. Ci sono battute, magliette, quaderni, serie per bambini, tutto il tempo a insistere sul fatto che la matematica sia difficile e noiosa. Questo crea un ambiente. I bambini e le bambine arrivano a scuola prima ancora che venga insegnata loro la matematica e sanno già che non può piacergli. Racconto sempre un aneddoto su mio figlio Salvador. Da piccolo mangiava di tutto. Gli davi i broccoli e diceva “alberelli”, e li mangiava. Un giorno, a cinque anni, mi chiede: “Mamma, questa è verdura?”. Gli dico di sì. E lui risponde: “Non posso mangiarla? È che a noi bambini non piace la verdura”. Aveva scoperto a scuola che ai bambini non piaceva la verdura. Era quasi un’identità aziendale. Con la matematica succede qualcosa di simile. Se senti continuamente dire che è difficile, noiosa, che non può piacerti perché altrimenti sei strano, finisci per adattarti al gruppo. E poi c’è un altro problema: molti maestri della scuola primaria hanno più paura della matematica dei bambini. Sono persone che magari sono scappate dalla matematica studiando educazione e poi devono insegnarla. Si crea una palla di neve. A me dà molta tristezza pensare che ci siano persone che se ne vanno da questo mondo senza scoprire quanto sia bella la matematica. È come perdersi la musica, la pittura, la poesia o un tramonto.
RG: Io dico sempre che se avessi avuto una professoressa di matematica come Clara, non starei facendo fumetti: credo che starei facendo matematica. Perché Clara racconta cose che, agli occhi di chi non è esperto, non sembrano matematica. Pensi alla matematica e pensi a sommare, dividere, fare equazioni. Ma ci sono i grafi, il cifrario di Cesare, le simmetrie, le tassellazioni, la geometria nella natura. Tutto questo è lì ed è molto bello da raccontare.

Parliamo della natura. Artisti e scienziati osservano la natura con ritmi diversi, ma entrambi sembrano cercare schemi, forme, proporzioni. Che cosa accade quando la matematica appare nella natura?
RG: Ho illustrato anche un libro di Luisma Escudero che è un percorso attraverso tutta la geometria della natura. Va dalla forma dei minerali – che forse è la prima cosa che ci viene in mente quando parliamo di geometria nella natura – fino all’arcobaleno, alle ragnatele, agli scutoidi, alle celle delle api, a un sacco di cose. Una cosa che mi succede con Clara e con Luisma, quando illustro i loro libri, è che imparo moltissimo. Mi meraviglia tutto quello che raccontano. Che esistano quelle proporzioni e quella geometria nella natura è qualcosa che mi affascina.
CG: Io ho avuto la fortuna di partecipare alla scoperta di una figura geometrica, lo scutoide. Fu molto bello perché noi, i matematici del gruppo, non avevamo la minima idea di biologia cellulare. Facemmo un calcolo: “Se noi fossimo la natura, o se la natura sapesse la matematica, farebbe questo”. Creammo una figura geometrica con certi criteri, collegando strati e usando strutture come i diagrammi di Voronoi. E la sorpresa fu che la natura faceva proprio così. La natura conosceva già quella matematica. Un po’ la stessa cosa è successa con la geometria riemanniana. Riemann inventò una geometria che non esisteva, e poi vai a guardare l’universo e quelle matematiche erano lì. Ci sono matematiche che si scoprono e matematiche che si inventano, e a volte quelle astratte arrivano prima, poi l’universo ti dice: “Io le conoscevo già”.

Questo ci porta a una domanda quasi filosofica: la matematica si scopre o si inventa?
CG: Credo un po’ entrambe le cose. Ci sono matematiche che evidentemente si scoprono, e altre che inventi e che poi esistono. A volte noi matematici facciamo matematica senza appoggiarci a nulla di fisico o biologico, solo per il piacere di continuare a giocare a quel gioco. Apriamo una porta e dietro appare un corridoio pieno di porte chiuse. In generale, quando facciamo matematica non ci importa troppo a che cosa serva. Ci muove l’intrigo, il piacere di avanzare. Però poi arrivano le applicazioni. Gauss fece un sacco di cose che, in linea di principio, erano puro piacere, e oggi le usiamo tutti i giorni. Gauss ha fatto tutto. Mi dà rabbia che tutti conoscano Einstein e quasi nessuno conosca Gauss, quando Gauss è più importante per la storia della scienza. Ha avuto meno stampa.

L’importanza di raccontare storie “diverse”

Raquel, tu hai lavorato anche a un fumetto molto interessante intitolato ¿Es una bruja?, su donne perseguitate o silenziate. Che importanza ha raccontare queste storie?
RG: In ¿Es una bruja? ci sono grandi nomi: Ildegarda di Bingen, Trotula de Ruggiero, Agnodice… Donne che ebbero un ruolo rilevante nella loro epoca perché fecero ciò che volevano fare. Oggi le consideriamo rivoluzionarie perché sappiamo in quali condizioni vivevano, ma non so se loro si sarebbero considerate rivoluzionarie. Però la storia che mi colpì di più fu quella della donna comune. Quelle che venivano bruciate o condannate come streghe non erano solo donne sapienti, donne che studiavano o praticavano la medicina. Erano vedove, donne che avevano deciso di non sposarsi, donne che forse si sentivano identificate con un altro genere, donne anziane che vivevano sole. Il fatto che la gente si accanisse contro di loro solo perché erano diverse o pensavano in modo diverso è ciò che mi ha colpito di più. È importante raccontare queste storie perché non vengano dimenticate, per rendere giustizia a tutte quelle persone. Se non raccontiamo ciò che è accaduto, corriamo il rischio che ci vengano imposti racconti a metà o direttamente falsificati, come purtroppo stiamo vedendo negli ultimi anni, rafforzati in parte dall’uso malevolo dell’intelligenza artificiale generativa e diffusi attraverso i social network.
CG: Molte donne che entrarono in convento lo fecero per studiare. Perché, se ti sposavi, non potevi studiare: dovevi occuparti di tuo marito e dei bambini. Allora, se mi faccio monaca, non devo farmi carico di nessuno e ho una biblioteca. Perché ci sono tante mistiche che fecero cose per la scienza? Perché non sempre era devozione per Dio, ma: attenzione, se resto qui fuori mi sposano, mi metto a lavare pannolini e a prendermi cura di un uomo che è un estraneo; mentre se vado in convento mi libero di quella responsabilità e ho una biblioteca dove posso passare il tempo. Insomma, molte volte non era vocazione: era anche un modo per accedere alla conoscenza senza dover farsi carico dei figli.

E nel caso della matematica? In Con algoritmos y a lo loco compaiono figure come Ada Lovelace, Sophie Germain o persino Alan Turing, la cui omosessualità fu criminalizzata dalla società britannica della sua epoca…
CG: Se parliamo di donne nella matematica, ce ne sono molte che non si conoscono. A me è successo con Emmy Noether. All’università avevo studiato gli anelli noetheriani e nessuno mi disse che Noether era una donna. Quando cominciai a studiare fisica e vidi il teorema di Noether, pensai: “Sarà la moglie, la figlia o la famiglia del Noether degli anelli”. E invece no: era la signora degli anelli. Einstein scrisse un necrologio di Noether riconoscendo che lei lo aveva aiutato moltissimo a capire la parte matematica della relatività generale. E tuttavia quasi nessuno la conosce. Ora, inoltre, abbiamo un altro problema: il corso di laurea in matematica si sta mascolinizzando. Fino al 2003 o 2004, in Spagna, uomini e donne erano praticamente alla pari, persino con le donne leggermente sopra. Ora gli uomini sono vicini al 70% e le donne al 30%. E questo è pericoloso, perché l’intelligenza artificiale controllerà tutto. Se le persone che programmano e controllano l’intelligenza artificiale non sono diverse, i bias saranno enormi. Io alle bambine dico: il modo migliore per prenderti cura delle persone è fare matematica. Con l’intelligenza artificiale puoi curare il cancro, progettare antibiotici contro batteri resistenti, migliorare l’agricoltura nella crisi climatica. Non bisogna per forza andare in giro con il cucchiaio per prendersi cura di qualcuno; puoi prendertene cura anche progettando un programma che salva vite.

In tutto questo c’è una dimensione etica molto forte. Se gli algoritmi, l’intelligenza artificiale e i social network organizzano la nostra percezione del mondo, che ruolo ha la matematica nella democrazia?
CG: Sull’utilità sociale della teoria dei grafi, nel 2016 uscì un articolo intitolato The Majority Illusion (Kristina Lerman, Xiaoran Yan, Xin-Zeng Wu, 17 febbraio 2016), “l’illusione della maggioranza”. Mostrava quanto sia facile manipolare i social network. Se sai lavorare con i grafi e riesci a fare in modo che i nodi centrali di una rete sociale lancino un messaggio, puoi ottenere che il resto della rete percepisca quel messaggio come ciò che dice la maggioranza, anche se è falso. È molto difficile sfuggire a questa sensazione di miraggio. Anche se tu credi che qualcosa sia falso, se nella tua rete sociale tutti lo giustificano, arriva un momento in cui dubiti. Conoscere la matematica ti dà potere, e conoscere i dati ancora di più. Però i dati valgono molti soldi: io non posso andare da Meta a chiedere i dati di Instagram; i potenti sì. Se controlli i social network, controlli l’opinione. Ed è molto pericoloso. Bisogna avere anche empatia. Quando guardiamo agli Stati Uniti e diciamo: “Come hanno potuto votare Trump?”, non dobbiamo pensare che siano idioti. Non lo vedono. Sono in una bolla in cui tu non sei. E se tu fossi in quella bolla, probabilmente lo vedresti normale.

L’ultimo lavoro di Raquel Gu

In tempi come questi bisogna moltiplicare le precauzioni contro le bufale. Tuttavia, Raquel, in Margarita contra los vampiros, la tua ultima graphic novel insieme a Javier Pérez Andújar, recuperate il mistero da una prospettiva più ludica e divertente…
RG: Il fumetto e l’illustrazione possono aiutare, perché possono rendere visibile qualcosa che non si vede. Possono raccontare concetti astratti, ma possono anche abbassare la tensione. L’umorismo, la cultura popolare, il gioco, possono aprire una porta. Il mistero, per esempio, può essere usato per produrre paura e bufale, ma può anche essere restituito all’intrattenimento e al pensiero critico.

La famosa conferenza di C. P. Snow parlava delle “due culture”: scienze e discipline umanistiche come mondi separati. Siamo ancora intrappolati in questa divisione?
RG: Io l’ho visto lavorando con Clara: questa divisione non ha senso. In questo Paese si è sempre detto “io sono di scienze” o “io sono di lettere”, come se questo ci dividesse. Però con Clara e con la divulgazione ho visto come tutto si mescoli. Collaboro anche con la rivista Principia, il cui motto è “Una sola cultura”. Offre contenuti di divulgazione accessibili a tutti, illustrati da grandi illustratori. Né scienze né lettere: tutto è mescolato e tutto ci arricchisce.
CG: Ci sono molte parti della matematica che sono filosofia pura e semplice. E oggi più che mai. Molte delle sfide dell’intelligenza artificiale e della tecnologia sono etiche. Pensa all’auto a guida autonoma. Quando tutto andrà bene, l’auto sarà migliore di un essere umano, perché non si ubriaca, non si distrae, non ha testosterone, non subisce un attacco d’ira. Però quando qualcuno le attraverserà davanti e dovrà decidere se frenare, se andare sul marciapiede, se salvare una persona o un’altra, lì appare il dilemma del carrello. Come si programma tutto questo? Chi è responsabile quando una macchina prende decisioni su vite umane senza supervisione e in frazioni di secondo? Il MIT ha una pagina, Moral Machine, in cui ti pongono dilemmi di questo tipo per studiare i bias filosofici in culture diverse. In Europa diamo un po’ più importanza alla vita di un neonato che a quella di un anziano; in Giappone può accadere il contrario, per ragioni culturali. Allora, se compro un’auto giapponese, arriva con norme giapponesi? La filosofia è più necessaria che mai.

Raquel, quali sono i tuoi principali riferimenti grafici?
RG: Ho lavorato molto sulla striscia di umorismo grafico. Bill Watterson fu un grande innovatore in questo campo. Anche Richard Thompson, l’autore di Cul de Sac. Amo il suo umorismo, le sue storie. Ho riso a crepapelle, ad alta voce, leggendo le sue strisce. Un altro dei miei riferimenti è Charles Schulz, l’autore dei Peanuts, con un tratto bellissimo; e poi ci sono Quino, Forges, Perich e Bretécher. Anche Sempé ha un tratto e un umorismo che mi affascinano. Le Petit Nicolas, con sceneggiatura di Goscinny, mi sembra una delizia. E poi un’autrice catalana, Núria Pompeia, pioniera in Spagna dell’umorismo grafico, che nel 1967 pubblicò Maternasis, una visione molto critica della gestazione. È un’altra figura rimasta un po’ silenziata, e dal Collettivo delle autrici di fumetto, creato nel 2013, cerchiamo di recuperare queste figure. Da piccola leggevo i classici di Bruguera, ma anche i grandi albi di Astérix, di Uderzo e Goscinny. Da piccola leggevo Tintin, Martina… E mi affascinava Il principe Valiant di Harold Foster.

Il valore della collaborazione tra un’illustratrice e una matematica

Se doveste riassumere questa collaborazione, direste che il fumetto e l’illustrazione permettono di rendere visibile il fatto che la matematica è una vera opera maestra dell’umanità?
RG: Sì. Per me, lavorare con Clara significa imparare continuamente. Io traduco i suoi concetti in immagini, ma in questo processo scopro anche una bellezza che non sapevo fosse lì. E credo che questo possa accadere anche al lettore.
CG: Per me la matematica è una delle arti umane più belle. Il problema è che molte persone ci arrivano con paura. Se riusciamo a rompere questa barriera, la gente sorride. Nessuno mi ha mai detto: “Ah, va bene, l’ho capito, che noia”. Al contrario: “Che bello”. E io penso: certo, perché è molto bella. Bisognava solo darle un’opportunità.

Thomas Villa

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