Roma, 28 luglio 2026 – «Chiudere le aree a caldo significa la resa – dichiarano senza mezzi termini Ferdinando Uliano e Valerio D’Alò, rispettivamente segretario generale e nazionale della Fim Cisl -, sono necessari subito interventi e strumenti straordinari del Governo per scongiurare la chiusura o sarà scontro sociale».
IL TAVOLO A PALAZZO CHIGI DOPO LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE
Si è da poco concluso il vertice a Palazzo Chigi sull’ ex-Ilva, incontro con i rappresentanti del Governo che era stato richiesto dalle organizzazioni sindacali. Esso ha avuto luogo praticamente in coincidenza con la sentenza emanata dalla Corte d’Appello di Milano, giunta a sorpresa nella giornata di ieri, che impone interventi da effettuarsi entro novanta giorni, altrimenti, in caso contrario verrà predisposta la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria tarantina. «Come organizzazioni sindacali, abbiamo il dovere di rappresentare la gravità della situazione che si determinerebbe già da domani negli stabilimenti del Gruppo – hanno aggiunto al riguardo i due leader sindacali della Fim Cisl –, quando parliamo di aree a caldo che vengono di fatto fermate, parliamo della totalità dei lavoratori dell’Ilva di Taranto e di tutti gli altri siti del Gruppo, oltre all’indotto diretto e indiretto».
POSSIBILI EFFETTI DELLA CHIUSURA DELLA AREE A CALDO DI TARANTO
Si tratta di più di 17.000 lavoratori, aspetto che ad avviso dei sindacati porrebbe a rischio la tenuta sociale nel Paese. «Nell’indotto assistiamo a situazioni drammatiche che si trascinano nel tempo – sottolineano Uliano e D’Alò -, con aziende che faticano a garantire la continuità d’impresa, poiché la fermata dell’area a caldo priverà queste realtà, già fortemente in crisi, di qualsiasi sostenibilità economica. Questo innesca un effetto domino devastante, stimato al 90% sugli altri stabilimenti dell’area a freddo, compresi Genova e Novi Ligure, che si fermerebbero per la mancanza del materiale prodotto nell’area a caldo pugliese. In questo contesto, non possiamo limitarci a spiegare ai lavoratori di chi sia o meno la colpa o strumentalizzare le sentenze. Il dato di fatto è che il Governo vorrebbe procedere attraverso un cronoprogramma di chiusura degli stabilimenti, e questa è per noi e per migliaia di lavoratori e una prospettiva drammatica e devastante».
RICHIESTO UN RUOLO ATTIVO DELLO STATO
In passato – proseguono i due sindacalisti della Fim Cisl -, pur tra mille difficoltà c’era la percezione che si stesse tentando di costruire e di mantenere attiva la produzione, cercando una via d’uscita a una crisi oggettivamente complessa. Chiudere le aree a caldo, invece, significa una cosa ben precisa: la resa. Come sindacati non possiamo accettare che ciò avvenga. Se questo dovesse avvenire, genererà inevitabilmente un forte conflitto sociale già dalle prossime ore. Per questo motivo, chiediamo al Governo di entrare nell’ottica di adottare interventi e strumenti straordinari. Bisogna ricostruire un piano che salvaguardi i livelli occupazionali, l’ambiente e la salute e al contempo rilanci l’industria. Rinunciare alla produzione d’acciaio in Italia significa compromettere la competitività del nostro Paese e l’intero settore industriale, con gravosi aumenti dei costi per l’intera industria metalmeccanica nazionale. Abbiamo sempre ritenuto fondamentale un ruolo attivo dello Stato per difendere un patrimonio industriale strategico».
PIANO STRAORDINARIO PER L’ACCIAIO ITALIANO
«Riteniamo ancora oggi – concludono Uliano e D’Alò che lo Stato debba esercitare un ruolo primario, mettendo in campo un piano straordinario per rilanciare una produzione dell’acciaio che sia attenta alle questioni ambientali, sanitarie e industriali del nostro Paese. Per questo, la situazione che ci viene presentata oggi al tavolo è inaccettabile e non garantisce alcuna compatibilità sociale. Speriamo che la drammaticità del momento venga recepita appieno dalle Istituzioni”. Accogliendo le richieste del sindacato il Governo ha deciso di tornare sui propri passi riservandosi nei prossimi giorni di lavorare attraverso I vari dicasteri interessati a soluzioni alternative a quelle del cronoprogramma per lo spegnimento dell’area a caldo. Come organizzazioni sindacali abbiamo indetto 8 ore di sciopero con articolazione territoriale e assemblee già a partire dalla giornata di domani su tutti i siti del Gruppo».
NOVANTA: LA PAURA
«Novanta è un numero che può fare paura – sostiene al termine dell’incontro a Palazzo Chigi sull’ex Ilva Davide Sperti, segretario generale della Uilm -, ma noi non ne abbiamo e questi novanta giorni devono essere utilizzati fino in fondo per costruire una sommatoria di soluzioni concrete: definire un vero progetto industriale con un ruolo centrale e diretto dello Stato con l’introduzione di strumenti straordinari di tutela e di risarcimento per i lavoratori che, in questi anni, hanno pagato il prezzo più alto. Nel frattempo proclamiamo da subito 8 ore di sciopero in tutti gli stabilimenti. Le sentenze si applicano e i rischi sanitari non possono essere ignorati. Ma non è possibile né accettabile che, nell’ennesimo scontro tra poteri dello Stato, a subirne ancora una volta le conseguenze siano i lavoratori, attraverso la perdita del salario, dell’occupazione e di diritti costituzionalmente garantiti».
LA LEGGE SPECIALE PER TARANTO
«Da anni – sottolinea Sperti – chiediamo una legge speciale per Taranto e misure straordinarie capaci di restituire ai lavoratori e al territorio almeno una parte di ciò che è stato loro sottratto. Ora servono risposte occupazionali e salariali vere, anche attraverso nuove opportunità, non promesse destinate a rimanere sulla carta. Occorre uscire dalla logica del tutti contro tutti. Per questo partono dalla prossima settimana, una serie di incontri tecnici al Mimit con tutti i ministeri interessanti, i sindacati e gli enti locali, per trovare soluzioni condivise e definitive. Nei prossimi novanta giorni il Governo dovrà assumersi la responsabilità di guidare questo processo, garantendo trasparenza, risorse e una presenza pubblica forte. Non c’è più spazio per rinvii, soluzioni parziali o operazioni costruite senza il coinvolgimento dei lavoratori. Questa volta il tempo deve servire a decidere».
PER USB È LA «RESA POLITICA E INDUSTRIALE»
Il tavolo convocato oggi dal Governo sul futuro di Acciaierie d’Italia si è aperto con l’annuncio di una resa politica e industriale affermano mediante un proprio comunicato dal Comitato Usb di Taranto -, di fronte al decreto della Corte d’Appello di Milano, che impone la sospensione entro novanta giorni delle attività dell’area a caldo di Taranto, il Governo ha dichiarato di voler ri-perimetrare la gara sugli impianti a freddo e sulle attività che potranno continuare. Una prospettiva presentata senza indicare cosa si produrrà, con quali volumi, con quali investimenti e soprattutto con quanti lavoratori. Questa non è una soluzione industriale, è la gestione amministrativa della progressiva dismissione del gruppo. Il problema non è quanto deciso dalla magistratura, siamo di fronte alla sesta pronuncia consecutiva e al risultato di quattordici anni di errori, rinvii, deroghe e scelte sbagliate compiute dalla politica e dai diversi Governi che si sono succeduti.
GESTIONE AMMINISTRATIVA DELLA DISMISSIONE
«La magistratura – prosegue il comunicato di Usb – non può diventare l’ennesimo alibi dietro il quale nascondere l’assenza di una strategia per l’acciaio, per Taranto e per l’intero sistema industriale nazionale. Il Governo ha affermato di avere avuto pronta, fino a ieri, una soluzione industriale. Oggi sostiene invece che tutto sarebbe stato cancellato dalla decisione della Corte d’Appello. Una ricostruzione che non convince e che conferma l’assoluta fragilità del percorso seguito fino a questo momento. Da mesi vengono prospettate soluzioni tra loro contraddittorie, mentre si continua a trattare con soggetti privati che hanno già dichiarato di non voler investire risorse proprie. Nel frattempo, sui lavoratori diretti, sugli addetti degli appalti e sui dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria vengono scaricati tutti i costi degli errori commessi dallo Stato e dalla politica. La riperimetrazione della gara sull’area a freddo, senza un progetto produttivo definito, rischia di rappresentare soltanto un ulteriore passaggio verso lo spezzettamento del gruppo e la cancellazione della produzione primaria di acciaio in Italia. Per l’Unione sindacale di base resta necessaria una scelta chiara: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia. Il Governo deve avere il coraggio di compiere la scelta necessaria per salvaguardare produzione e occupazione: nazionalizzare la fabbrica, garantire tutti i lavoratori e costruire un vero piano pubblico per l’acciaio in Italia».
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Redazione Insidertrend
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