La ricerca fotografica di Matilde Damele (Bologna, 1969), oggi esposta al Museo di Roma in Trastevere, nella mostra a cura di Giovanni De Angelis, si colloca in quella tradizione della fotografia contemporanea che considera la città non soltanto come uno spazio architettonico, ma come un organismo vivente e pulsante, attraversato da corpi, relazioni, memorie e continue trasformazioni. Le immagini realizzate tra New York e Roma restituiscono una geografia umana nella quale i flussi urbani diventano il luogo privilegiato per osservare le dinamiche sociali e culturali del nostro tempo. L’approccio dell’artista presenta una forte sensibilità antropologica: lo sguardo non si concentra sull’evento eccezionale, ma sull’ordinario, fatto di gesti quotidiani, incontri casuali, momenti di attesa e frammenti di vita che acquisiscono valore autonomo.
La strada come laboratorio etnografico nella ricerca di Matilde Demele
La fotografia diventa così uno strumento di osservazione partecipante, capace di trasformare la strada in un vero e proprio laboratorio etnografico, dove ogni individuo contribuisce alla costruzione del paesaggio sociale. In questa prospettiva risulta inevitabile il richiamo al pensiero di Susan Sontag, che in Sulla fotografia (I ed. italiana, 1978) interpreta l’atto fotografico come una modalità di conoscenza del mondo. Fotografare significa scegliere, selezionare, attribuire significato a una porzione della realtà, rendendo visibile ciò che spesso sfugge allo sguardo quotidiano. Le immagini di Matilde Damele sembrano, così, condividere questa consapevolezza: non documentano semplicemente la città, ma costruiscono una riflessione sul vivere contemporaneo, sulle identità metropolitane e sulla relazione tra individuo e spazio urbano. Allo stesso tempo emerge un dialogo ideale con la fotografia intimista di Nan Goldin. Pur mantenendo una propria autonomia stilistica, Damele condivide con Goldin l’interesse per l’autenticità dell’esperienza umana, per la vulnerabilità dei corpi e per la capacità della fotografia di entrare in prossimità delle persone senza trasformarle in semplici oggetti di osservazione. Lo sguardo resta empatico, partecipe, rispettoso della complessità delle esistenze incontrate.
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5 / 5Roma e New York al Museo di Roma in Trastevere
Il confronto tra New York e Roma non assume i caratteri della contrapposizione, ma evidenzia piuttosto come ogni metropoli produca forme differenti di socialità. New York appare attraversata da ritmi accelerati e da una costante mobilità, mentre Roma conserva una temporalità più stratificata, nella quale il presente dialoga continuamente con la memoria storica. In entrambe le città, tuttavia, la fotografa individua gli stessi bisogni fondamentali: abitare lo spazio, costruire relazioni, cercare un’identità all’interno della folla.
La fotografia antropologica di Matilde Demele in mostra a Roma
Queste immagini invitano il visitatore a superare una lettura puramente estetica: ogni fotografia diventa una testimonianza culturale, un documento capace di raccontare i mutamenti della società contemporanea e di interrogare il rapporto tra individuo, memoria e città. In questo senso il lavoro di Matilde Damele si inserisce pienamente nella tradizione della fotografia antropologica, dove osservazione, sensibilità visiva e riflessione culturale si fondono in un’unica narrazione, offrendo una lettura profonda delle molteplici forme dell’abitare urbano.
La fotografia come “fatto culturale” nella poetica di Matilde Demele
La fotografia, in questa accezione, si avvicina anche all’arte contemporanea perché non offre risposte, ma genera domande. Invita lo spettatore a sospendere il proprio sguardo abituale, trasformando il visibile in occasione di riflessione. L’artista non si limita a mostrare ciò che accade davanti all’obiettivo, ma costruisce una relazione tra chi osserva e ciò che viene osservato, facendo della visione un’esperienza critica e metodologica. È in questa tensione che l’immagine si emancipa dalla cronaca per entrare nella dimensione della ricerca artistica. L’antropologia dell’immagine ci insegna che ogni fotografia è anche un fatto culturale: essa produce memoria, seleziona ciò che una comunità ritiene degno di essere conservato e contribuisce alla costruzione dell’immaginario sociale. In questo senso, il lavoro in bianco e nero di Matilde Damele, dialoga con quella tradizione che considera la fotografia non solo un linguaggio estetico, ma una forma di pensiero, capace di indagare malinconicamente la complessità del vivere odierno.
Fabio Petrelli
Roma // Fino al 13 settembre 2026
New York di Matilde Damele
MUSEO DI ROMA IN TRASTEVERE, Piazza Sant’Egidio 1b
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