La Pensilina parte da una domanda che sembra quotidiana: «Dove stai andando?». In realtà, dietro quelle quattro parole si apre un territorio narrativo molto più vasto. C’è la destinazione fisica di chi aspetta un tram, certo, ma ci sono anche il lavoro, le ambizioni, le deviazioni inattese, i dubbi e la direzione che ciascuno prova a dare alla propria vita. È proprio in questa ambiguità semplice e potente che si trova l’identità del programma social ideato e condotto da Filippo Grondona, arrivato al termine della sua prima stagione dopo venticinque incontri.
Una fermata, venticinque ospiti e un pubblico distribuito tra Instagram, TikTok e YouTube. Secondo i dati comunicati dal progetto, i contenuti della stagione hanno superato 10 milioni di visualizzazioni su Instagram, oltre 5 milioni su TikTok e più di 500 mila su YouTube. Su TikTok sono arrivati anche più di 330 mila “mi piace”. Numeri importanti, che vanno letti con la cautela dovuta alle metriche fornite direttamente dagli ideatori, ma che descrivono comunque una capacità concreta di intercettare attenzione e partecipazione.
La chiave, però, non è soltanto quantitativa. Il punto più interessante de La Pensilina è il modo in cui il format recupera il valore dell’intervista in un ambiente digitale dominato dalla velocità. Non costruisce uno studio, non nasconde la strada e non cerca l’illusione di una perfezione televisiva. Fa l’opposto: porta la conversazione nel luogo dell’attesa, lascia entrare il movimento della città e trasforma un’infrastruttura ordinaria in un piccolo palcoscenico dell’ascolto.
La Pensilina chiude la prima stagione dopo venticinque incontri
Ogni viaggio ha bisogno di una prima fermata. Per La Pensilina, la conclusione della stagione non rappresenta tanto un capolinea quanto un momento utile per osservare la strada percorsa. Venticinque ospiti hanno condiviso ricordi, passaggi professionali, progetti e incertezze. La fermata del tram, normalmente percepita come uno spazio anonimo, è diventata il filo rosso che ha unito conversazioni differenti.
È un risultato editoriale prima ancora che social. Mettere insieme venticinque storie significa costruire un archivio di esperienze, non soltanto una sequenza di clip. Ogni episodio può funzionare da solo nel feed, ma acquista un senso ulteriore quando viene considerato insieme agli altri: persone diverse rispondono alla medesima domanda e mostrano quanto possano divergere le idee di successo, percorso, rischio e futuro.
Nel racconto diffuso dal progetto, la produzione ha mantenuto una frequenza di cinque contenuti alla settimana. La continuità è decisiva sulle piattaforme, dove anche un’idea efficace può scomparire se non viene sostenuta da un calendario coerente. Pubblicare con regolarità consente al pubblico di riconoscere un appuntamento, familiarizzare con il tono e comprendere rapidamente la promessa del format.
Questa disciplina produttiva non è visibile come una scenografia, ma costituisce l’infrastruttura reale del progetto. Dietro la spontaneità di pochi minuti ci sono scelta dell’ospite, preparazione, ripresa, montaggio, adattamento ai diversi canali, scrittura dei testi e distribuzione. L’apparente semplicità è il risultato di un meccanismo editoriale preciso.
«Dove stai andando?»: perché la domanda funziona
Le interviste più memorabili non nascono necessariamente dalle domande più elaborate. Spesso funzionano quelle capaci di lasciare spazio. «Dove stai andando?» è comprensibile in un istante e, nello stesso tempo, non impone una sola interpretazione. Può chiedere una destinazione, un obiettivo o una previsione. Può essere affrontata con ironia oppure con una risposta intima.
Per un programma registrato a una fermata, la domanda appare naturale. Non sembra appoggiata dall’esterno: appartiene al luogo. Questa coerenza tra ambiente e linguaggio è uno dei punti di forza de La Pensilina. Il pubblico non deve decifrare un concept complicato; lo comprende appena vede l’inquadratura. La fermata suggerisce il viaggio, il viaggio suggerisce la direzione e la direzione porta alla storia personale.
La domanda funziona anche come elemento seriale. Cambiano gli ospiti, le risposte e le circostanze, ma resta un rituale riconoscibile. Nei media tradizionali questa funzione era spesso affidata alla sigla o allo studio; sui social può essere svolta da un gesto, una frase o un’inquadratura. È un marchio narrativo, non semplicemente grafico.
Inoltre, chiedere dove una persona stia andando sposta l’intervista dal curriculum alla traiettoria. Un curriculum ordina ciò che è già accaduto. Una traiettoria collega passato, presente e futuro, comprende accelerazioni e battute d’arresto. Così il dialogo può superare la promozione del progetto del momento e lasciare emergere la persona.
La fermata del tram diventa un dispositivo narrativo
Una pensilina è un luogo paradossale: serve a restare fermi mentre si aspetta di partire. È pubblica, ma ospita momenti privati; raccoglie sconosciuti vicini per qualche minuto e poi li disperde in direzioni diverse. Per questo offre una cornice particolarmente fertile a un programma di conversazioni.
Nello studio televisivo tutto è progettato per controllare. In strada, invece, il contesto conserva una quota d’imprevisto. Passano mezzi, cambiano luce e rumore, la città prosegue. Questi elementi non sono necessariamente difetti: possono diventare prove di presenza. Dicono allo spettatore che l’incontro è avvenuto in un tempo e in uno spazio reali.
La Pensilina usa dunque la location come parte del significato. Non è un fondale intercambiabile. Se il format fosse trasferito in una stanza neutra, perderebbe una porzione importante della propria identità. La fermata ricorda continuamente che ogni storia è in movimento e che nessuna risposta è definitiva.
Questa scelta produce anche un effetto di prossimità. Un personaggio abituato a essere visto su un palco o in uno studio appare in un luogo accessibile a chiunque. La distanza simbolica si riduce. L’ospite non viene privato del proprio ruolo pubblico, ma viene collocato in una dimensione quotidiana, dove la conversazione può sembrare meno istituzionale.
Oltre i numeri: che cosa raccontano le visualizzazioni
Il comunicato di chiusura indica oltre 15 milioni di visualizzazioni complessive tra Instagram e TikTok, alle quali si aggiungono più di 500 mila visualizzazioni su YouTube. Sommare dati provenienti da piattaforme differenti non permette di ricavare automaticamente il numero di persone uniche raggiunte: ogni servizio applica criteri propri e uno stesso utente può vedere più contenuti. È quindi corretto parlare di visualizzazioni dichiarate, non di spettatori individuali.
Fatta questa distinzione, la distribuzione segnala comunque che il progetto non dipende da un unico canale. Instagram, TikTok e YouTube hanno culture d’uso, sistemi di raccomandazione e aspettative diverse. Portare un format su tutte e tre significa confrontarsi con durate, montaggi, titoli e modalità di scoperta non sovrapponibili.
TikTok premia spesso l’immediatezza del gancio iniziale e la capacità di trattenere l’utente. Instagram inserisce i Reel in un ecosistema fatto anche di profili, storie e relazioni. YouTube può offrire una vita più lunga ai contenuti e un contesto più adatto alla ricerca. La stessa conversazione deve quindi essere pensata come materia editoriale modulare.
I 330 mila like dichiarati su TikTok suggeriscono una risposta attiva, ma anche qui il dato più utile non è il trofeo isolato. Per capire davvero la salute di un format servirebbero nel tempo altre metriche: tasso di completamento, condivisioni, salvataggi, commenti pertinenti, crescita degli iscritti e ritorno degli spettatori. Il valore della prima stagione sta nell’aver generato una base da cui misurare l’evoluzione.
Un programma social, non una trasmissione tagliata in verticale
Molti progetti nati nei media tradizionali arrivano sui social come semplici estratti. La Pensilina, al contrario, nasce per la fruizione sulle piattaforme. Questo cambia il ritmo della domanda, la durata della risposta e l’attenzione dedicata ai primi secondi. Il contenuto non è la versione ridotta di qualcos’altro: è l’oggetto principale.
Essere “social first” non significa inseguire ogni tendenza. Significa comprendere il contesto in cui il pubblico incontra il contenuto. Una clip compare tra video molto diversi, spesso senza preavviso. Deve dichiarare rapidamente il proprio tema e offrire una ragione per restare, ma senza sacrificare del tutto la profondità.
Qui si trova la sfida più delicata del format. La conversazione richiede tempo; il feed chiede velocità. Il montaggio deve ridurre pause e ridondanze, ma non può eliminare ogni respiro senza rendere artificiale il dialogo. La qualità si gioca nell’equilibrio: ritmo sufficiente per competere, spazio sufficiente per ascoltare.
StartThink Magazine ha già approfondito come usare ChatGPT per creare contenuti social, sottolineando l’importanza di script, storytelling e calendari editoriali. Il caso de La Pensilina mostra l’altra metà dell’equazione: gli strumenti possono accelerare la produzione, ma un format riconoscibile ha comunque bisogno di una domanda umana, di un punto di vista e di una relazione credibile con l’ospite.
L’autenticità non coincide con l’assenza di lavoro
Nel linguaggio dei social la parola “autenticità” viene utilizzata continuamente, talvolta in modo superficiale. Un video girato in strada non è automaticamente autentico, così come uno studio non è necessariamente artificiale. L’autenticità percepita nasce dalla coerenza tra promessa, comportamento e messa in scena.
La Pensilina promette un incontro informale in un luogo di passaggio. Riprese realizzate in strada, ambientazione riconoscibile e domande aperte sostengono quella promessa. Ma dietro la naturalezza rimane una costruzione editoriale. Scegliere che cosa mostrare, dove interrompere una risposta e quale clip pubblicare è sempre un atto di mediazione.
Riconoscere questo lavoro non riduce la spontaneità; la rende più comprensibile. I format migliori non fingono che la produzione non esista. La usano per proteggere la qualità dell’incontro. Preparare un’intervista può significare conoscere il percorso dell’ospite abbastanza bene da porre domande pertinenti, senza trasformare la conversazione in un copione rigido.
Anche l’assenza di scenografie elaborate è una scelta estetica. Comunica leggerezza, accessibilità e movimento. È inoltre un modello produttivo potenzialmente più agile, capace di adattarsi a ospiti e occasioni diverse. Agile, però, non vuol dire improvvisato: audio, autorizzazioni, continuità visiva e gestione della strada richiedono competenza.
Filippo Grondona, dalla radio ai format digitali
Il volto e ideatore de La Pensilina è Filippo Grondona, conduttore radiofonico e televisivo cresciuto professionalmente tra web radio, emittenti nazionali, televisione e progetti online. Secondo il profilo diffuso dalla produzione, è nato a Genova il 29 febbraio 2000 e ha iniziato molto giovane, arrivando a m2o a diciotto anni.
Nel 2020 ha condotto Quale Futuro su Rai3 e RaiPlay. Dal 2022 è alla guida di Quelli del Weekend su R101. La radio rappresenta una scuola evidente per un progetto come La Pensilina: insegna a tenere il ritmo senza appoggiarsi soltanto alle immagini, ad ascoltare una risposta e a formulare la domanda successiva in tempo reale.
Grondona ha ideato anche il podcast Lo Stagista, al quale il materiale fornito attribuisce oltre 17 milioni di visualizzazioni, e il late night A Casa Con Fil. Ha partecipato come ospite ricorrente all’Elvis Duran Show negli Stati Uniti e ha portato la propria stand-up comedy a New York, Los Angeles e Chicago. Il profilo segnala interviste con Coldplay, Bryan Adams, Niall Horan, Annalisa, Negramaro, Alberto Angela, Gigi D’Alessio, Mara Maionchi e The Blessed Madonna.
Nel 2025 Forbes Italia lo ha inserito nella selezione Under 30, categoria Media & Marketing, indicandolo come conduttore radiofonico e televisivo. Il riconoscimento è verificabile nella lista ufficiale Forbes Under 30 2025. Più che un’etichetta da esibire, aiuta a collocare Grondona in una generazione di professionisti che non separa rigidamente radio, video, palco e social.
La radio come palestra per l’intervista breve
La radio ha una caratteristica preziosa: costringe a costruire immagini con la voce. Chi conduce deve rendere comprensibile la conversazione anche senza una scenografia visibile. Nei video brevi questa competenza torna utile, perché l’inquadratura può attirare, ma è la dinamica verbale a sostenere l’interesse.
Un buon intervistatore non si limita a leggere domande. Deve ascoltare, riconoscere il passaggio che merita di essere seguito e accettare che la risposta conduca altrove. La domanda «Dove stai andando?» offre una partenza comune, ma il valore di ogni episodio dipende dalla capacità di trasformarla in un dialogo specifico.
La brevità aumenta la difficoltà. In pochi minuti bisogna creare un clima, fornire contesto e arrivare a un momento significativo. Non c’è spazio per lunghe introduzioni. Per questo l’esperienza radiofonica e quella del podcast possono diventare un vantaggio: allenano a riconoscere il tono, a usare le pause e a evitare che il format si riduca a un elenco promozionale.
La convergenza tra radio e social non comporta la scomparsa della prima. Piuttosto, le competenze circolano. La voce diventa video; l’intervista lunga genera clip; un incontro online può portare il pubblico verso un programma radiofonico. Grondona si muove proprio in questo territorio ibrido.
La creator economy ha bisogno di format, non soltanto di creator
La crescita dei creator ha spostato molta attenzione sulla personalità individuale. Tuttavia, per costruire continuità non basta avere un volto riconoscibile. Serve un’idea replicabile, capace di accogliere episodi diversi senza perdere identità. In altre parole, serve un format.
La Pensilina possiede alcuni elementi essenziali: un luogo, una domanda, un conduttore, un ospite e una destinazione simbolica. La struttura è abbastanza chiara da essere ricordata e abbastanza aperta da non esaurirsi in una sola puntata. Questa combinazione è centrale nella creator economy, dove la riconoscibilità riduce il tempo necessario al pubblico per capire ciò che sta guardando.
Un format forte può inoltre generare estensioni: episodi più lunghi, audio, eventi dal vivo, collaborazioni, speciali tematici o tappe in altre città. Non tutte le possibilità devono essere percorse. L’espansione funziona solo se conserva il nucleo originario. Nel caso de La Pensilina, quel nucleo è l’incontro tra attesa e direzione.
Il tema si collega ai lavori digitali più richiesti grazie all’AI raccontati da StartThink Magazine. Accanto alle nuove figure tecniche, restano centrali capacità meno automatizzabili: creare una relazione, leggere un’espressione, scegliere una domanda e capire quando non interrompere.
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Cinque contenuti a settimana: la costanza come strategia editoriale
Pubblicare cinque volte alla settimana è un impegno che trasforma un’intuizione in un prodotto editoriale. La costanza permette di sperimentare: si osservano gli argomenti che generano conversazioni, le aperture che trattengono il pubblico e le durate più efficaci. Ogni contenuto diventa anche un piccolo test.
La frequenza, tuttavia, non dovrebbe essere confusa con la quantità fine a sé stessa. Riempire il calendario con clip quasi identiche può affaticare il pubblico. La serialità funziona quando contiene variazioni: ospiti con percorsi differenti, risposte inattese, toni comici e passaggi più riflessivi.
Una buona strategia può articolare lo stesso incontro in più momenti senza farlo sembrare smontato arbitrariamente. Ogni clip deve possedere una propria unità: una domanda chiara, uno sviluppo e una conclusione sufficiente. Allo stesso tempo dovrebbe lasciare il desiderio di conoscere il resto.
Il calendario multipiattaforma richiede poi decisioni specifiche. Pubblicare lo stesso file ovunque è efficiente, ma non sempre efficace. Titolo, copertina, sottotitoli e descrizione possono essere adattati. L’identità resta comune; la confezione dialoga con la piattaforma.
Perché le persone si fermano a guardare qualcuno che aspetta
Nel feed tutto è movimento. La Pensilina propone invece un’immagine di attesa. È un contrasto interessante: lo spettatore scorre velocemente e incontra qualcuno che, almeno simbolicamente, si è fermato. Quell’arresto può creare curiosità.
Guardare un’intervista permette anche di confrontare la propria traiettoria con quella dell’ospite. La domanda non resta confinata sullo schermo. «Dove stai andando?» può essere rivolta implicitamente a chi guarda, soprattutto in una fase storica in cui percorsi lavorativi e identità professionali sono meno lineari.
Le storie personali funzionano quando non sembrano lezioni confezionate. Successi, deviazioni e dubbi rendono più credibile il racconto. Il pubblico non cerca soltanto formule da copiare; spesso cerca linguaggio per interpretare la propria esperienza.
Questo spiega perché una semplice fermata possa diventare uno spazio emotivo. Tutti conoscono l’attesa, la paura di perdere il mezzo o l’incertezza sulla direzione. Il format parte da un’esperienza comune e la usa per avvicinare vite che, altrimenti, potrebbero apparire lontane.
La città non è sfondo, ma coprotagonista
Girare interamente in strada significa accettare che la città partecipi. Anche quando non viene nominata, entra attraverso rumori, passaggi, luce e ritmo. La dimensione urbana rende La Pensilina un prodotto legato alla vita contemporanea, fatta di spostamenti e tempi compressi.
La città è anche il luogo in cui identità diverse si sfiorano. Una fermata non seleziona il pubblico come una sala privata: è attraversata da studenti, lavoratori, turisti, anziani e famiglie. Questa pluralità potenziale rafforza la vocazione inclusiva del luogo, anche se spetta alle scelte editoriali tradurla in una varietà reale di ospiti e storie.
Nelle stagioni future, il rapporto con il territorio potrebbe essere ulteriormente esplorato. Cambiare quartiere o città modificherebbe atmosfera e incontri, ma richiederebbe attenzione a non trasformare la pensilina in un semplice logo itinerante. La forza del progetto sta nella relazione concreta con lo spazio.
La strada impone infine una responsabilità. Chi produce deve rispettare persone presenti, contesto e regole di ripresa. La spontaneità non elimina la necessità di consenso e cura. La credibilità di un format umano passa anche da ciò che avviene fuori dall’inquadratura.
Dall’ospite famoso alla storia rilevante
Un nome noto può aumentare la probabilità del clic, ma non garantisce una buona intervista. La vera sfida consiste nel trovare, dietro la riconoscibilità, una prospettiva che il pubblico non abbia già ascoltato decine di volte. La domanda aperta aiuta, purché venga seguita da curiosità autentica.
In un format seriale, la selezione degli ospiti costruisce indirettamente una visione del mondo. Chi viene invitato? Quali professioni, territori, generazioni ed esperienze trovano spazio? Venticinque episodi sono già sufficienti per far emergere un’identità editoriale, ma anche per indicare possibilità di allargamento.
Il racconto può diventare più ricco alternando personaggi affermati e persone con percorsi emergenti, protagonisti dello spettacolo e figure della cultura, dell’impresa, della scienza o dell’impegno sociale. La domanda sulla direzione è universale proprio perché non appartiene a un settore.
Questa apertura renderebbe il format coerente con una lettura contemporanea dell’innovazione: non solo tecnologia, ma nuovi linguaggi, carriere ibride e modi diversi di produrre valore. La storia rilevante può arrivare da un palco internazionale oppure dal quartiere accanto.
Il rischio della viralità e la necessità di una memoria editoriale
La viralità può accelerare la conoscenza di un progetto, ma è imprevedibile e spesso effimera. Un picco non coincide automaticamente con una comunità. Per questo la prima stagione de La Pensilina dovrebbe essere letta non solo attraverso il contenuto più visto, ma attraverso la capacità di dare continuità al pubblico.
Costruire memoria significa rendere facile recuperare gli episodi, riconoscere gli ospiti e seguire i temi. Playlist, titoli coerenti, numerazione e pagine di archivio possono trasformare un flusso in catalogo. YouTube, in particolare, può sostenere questa funzione, ma anche Instagram e TikTok stanno diventando luoghi di ricerca.
L’archivio ha valore culturale e commerciale. Culturalmente, conserva testimonianze di una generazione e di un momento professionale. Commercialmente, permette al progetto di non dipendere esclusivamente dalla performance delle ultime ventiquattro ore.
Una seconda stagione potrebbe quindi lavorare su due velocità: la clip capace di conquistare chi non conosce ancora il format e il contenuto più ampio capace di soddisfare chi vuole restare. Non è necessario scegliere tra profondità e distribuzione; occorre progettare il passaggio dall’una all’altra.
Le opportunità per brand e partner, senza perdere credibilità
Un format con identità chiara e pubblico multipiattaforma può interessare brand, media ed eventi. La pensilina stessa richiama mobilità, città, viaggio e futuro: territori narrativi compatibili con numerosi partner. Ma la sponsorizzazione deve entrare con misura.
Se l’integrazione commerciale interrompe il tono o trasforma ogni risposta in promozione, il pubblico percepisce lo scarto. La fiducia si conserva quando il partner sostiene l’esperienza senza appropriarsi della conversazione. Trasparenza e coerenza sono condizioni essenziali.
Possibili collaborazioni potrebbero includere tappe speciali, sostegno alla produzione, progetti culturali o serie tematiche. Il criterio dovrebbe restare la pertinenza: un partner ha senso se aggiunge accesso, qualità o significato, non soltanto visibilità.
In una creator economy sempre più professionale, la sostenibilità economica non è un dettaglio. Senza risorse, anche le idee migliori faticano a mantenere frequenza e qualità. La maturità consiste nel trovare un modello che finanzi il lavoro senza snaturare la promessa editoriale.
Che cosa può insegnare La Pensilina a chi crea contenuti
Il primo insegnamento è che la semplicità deve essere progettata. Una domanda, una fermata e due persone sembrano pochi elementi, ma sono sufficienti se legati da una logica forte. Aggiungere complessità non rende automaticamente più originale un format.
Il secondo riguarda la coerenza. Luogo, titolo e domanda raccontano la stessa idea. Questa unità aiuta il pubblico a ricordare il progetto e rende più facile descriverlo. Se per spiegare un format servono dieci minuti, sarà difficile farlo vivere in un feed.
Il terzo insegnamento è la costanza. Cinque pubblicazioni alla settimana indicano che il successo non nasce da un solo video fortunato. Serve un processo che trasformi ogni incontro in contenuti di qualità mantenendo riconoscibilità.
Il quarto è l’importanza delle competenze trasversali. Radio, podcast, televisione, stand-up e video social non sono compartimenti isolati nel percorso di Grondona. Alimentano presenza scenica, ascolto, ritmo e capacità di sintesi.
Infine, il format ricorda che le piattaforme cambiano, ma la curiosità per le persone resta. Algoritmi e strumenti possono influire sulla distribuzione; non sostituiscono una domanda capace di aprire una storia.
Una prima stagione è anche una promessa
Concludere venticinque incontri consente di riconoscere ciò che funziona e ciò che può crescere. Per La Pensilina, la promessa è quella di mantenere intima la conversazione anche se aumentano numeri e notorietà. È una sfida comune ai progetti emergenti: scalare senza perdere il dettaglio che li aveva resi riconoscibili.
La seconda stagione, se e quando verrà sviluppata, potrà ampliare ospiti, territori e modalità di racconto. Ma avrà soprattutto il compito di approfondire la relazione con il pubblico. Commenti e domande possono diventare non soltanto indicatori di engagement, ma materia editoriale.
Anche la misurazione può maturare. Oltre alle visualizzazioni, sarà utile osservare quanti spettatori completano le clip, quanti ritornano e quanti passano da una piattaforma all’altra. Sono segnali meno spettacolari, ma più vicini alla costruzione di una comunità.
Il risultato della prima stagione resta notevole perché mostra che l’intervista può trovare spazio nel linguaggio breve senza rinunciare completamente all’ascolto. La pensilina non risolve la tensione tra velocità e profondità; la mette in scena.
FAQ su La Pensilina e Filippo Grondona
Che cos’è La Pensilina?
La Pensilina è un programma social ideato e condotto da Filippo Grondona. Le interviste vengono realizzate in strada, presso una fermata del tram, e partono dalla domanda «Dove stai andando?».
Quanti ospiti hanno partecipato alla prima stagione?
La prima stagione si è conclusa dopo venticinque ospiti. Ogni incontro ha esplorato esperienze personali, progetti professionali, ricordi e aspirazioni.
Quante visualizzazioni ha ottenuto La Pensilina?
Secondo i dati comunicati dal progetto, la prima stagione ha superato 10 milioni di visualizzazioni su Instagram, 5 milioni su TikTok e 500 mila su YouTube. Su TikTok avrebbe inoltre raccolto più di 330 mila like. Le metriche provengono dalla produzione e non equivalgono al numero di utenti unici.
Chi è Filippo Grondona?
Filippo Grondona è un conduttore radiofonico e televisivo, autore e creatore di format. Ha lavorato per m2o, Rai3, RaiPlay e R101; ha ideato il podcast Lo Stagista e il late night A Casa Con Fil. Nel 2025 è stato inserito da Forbes Italia nella selezione Under 30 Media & Marketing.
Dove si può seguire La Pensilina?
Il programma pubblica contenuti su Instagram e TikTok, mentre i video legati al percorso di Filippo Grondona sono presenti anche su YouTube. Prima della pubblicazione è consigliabile sostituire i link di tracciamento presenti nel materiale stampa con gli URL diretti dei profili ufficiali.
Perché il format si svolge a una fermata del tram?
La fermata è parte del concept: rappresenta attesa, passaggio e direzione. Consente di collocare gli ospiti in una dimensione quotidiana e rende naturale la domanda che apre ogni conversazione.
La Pensilina, il valore di fermarsi prima di ripartire
La prima stagione di La Pensilina dimostra che, per attirare attenzione, non è sempre necessario alzare il volume. A volte basta scegliere il posto giusto e fare una domanda chiara. Nel rumore del feed, fermarsi ad ascoltare può diventare un gesto distintivo.
I numeri dichiarati raccontano una distribuzione ampia; i venticinque ospiti raccontano la costruzione di un format; la domanda racconta l’ambizione più interessante. «Dove stai andando?» non chiede soltanto un aggiornamento professionale. Invita a mettere in ordine una direzione, sapendo che potrebbe cambiare alla fermata successiva.
È qui che il progetto trova la propria originalità. La pensilina non è il luogo in cui la storia si interrompe, ma quello in cui diventa possibile raccontarla. Per qualche minuto il tram può aspettare: prima di ripartire, vale la pena capire dove si sta andando.
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Luciana Mancini
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