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TORRE DEL LAGO –  Ride, ride tanto. Si prende in giro. E ha un’ambizione familiare, più che di carriera: trovare il tempo per stare con i quattro figli, da 3 a 9 anni. Un’estate, almeno un mese, con la moglie  Giorgia Serracchiani, soprano con cui condivide talento e ironia.

Per il momento, si accontenta di qualche settimana rubata all’agenda, ma si sta organizzando. Non è facile: a 44 anni Luciano Ganci, tenore strappato all’ingegneria civile (e al posto fisso), è una delle voci più richieste al mondo. E nel suo caso, non è un modo di dire. Al festival Pucciniano di Torre del Lago,  quest’anno, ha interpretato – per la sola recita del debutto, il 7 agosto – Pinkerton nel nuovo allestimento di Madama Butterfly.

Di più non ha potuto perché dal 25 agosto è in partenza già per Vienna. Poi ci saranno Germania, Giappone, Belgio, tanta Italia. Molti compositori: Verdi, Cilea, Mascagni, Leoncavallo. E tanto Puccini. Certo, con due novità ghiotte. La prima a Liegi, a giugno 2027, in piene celebrazioni per il centenario di Turandot: Ganci è stato scelto come protagonista dell’incompiuta che avrà un nuovo finale, ancora italiano.

Dopo i due di Alfano e quello di Berio, a Liegi debutterà il finale di Turandot composto da Andrea Battistoni, veronese, non ancora quarantenne, che fra i tanti incarichi ricoperti in Giappone, Australia è anche compositore, oltre che direttore musicale del Teatro Regio di Torino. E proprio qui, Ganci sarà protagonista della seconda opera di Puccini, l’Edgar, poco rappresentata anche in Italia. Verrà riproposta nella versione originale in 4 atti di cui non esiste spartito pubblicato: al Regio di Torino è stato fornito (in copia) dalla Fondazione festival Pucciniano di Torre del Lago.

Un invisibile filo musicale che attraversa i palcoscenici d’Europa, con un inconfondibile retrogusto italiano. E, nel caso, di Ganci, anche romano.

Luciano Ganci bambino che cosa desiderava diventare?

“Io ho sempre subito il fascino dell’edilizia, non dal punto di vista di quelli che si sporcano le scarpe: volevo fare il costruttore o l’ingegnere. Volevo essere quello che progettava. Avrei voluto fare l’architetto, ma non potevo perché non avevo né i soldi né il tempo. Così mi sono iscritto a ingegneria e mi sono anche laureato. La professione l’ho pure lambita, anche se il mio primo lavoro è stata in una grande azienda italiana – Terna (società di trasmissione dell’energia elettrica, ex partecipata di Enel, ndr). Poi volevo anche diventare musicista, ma non il cantante. Tutto, insomma, tranne il cantante”.

In apparenza l’ingegneria avrebbe poco di artistico: che cosa la affascinava di questo settore?

“La mentalità. Ma la risposta è anche più articolata.  Forse mi sono iscritto a questa facoltà un po’ anche per riscatto sociale: vengo da una famiglia normalissima, di operai, e avevo anche questa voglia di riscatto sociale, appunto, di ambizione. Mi piaceva essere chiamato ingegnere, probabilmente. E ho scelto quel ramo dell’ingegneria legato all’edilizia: ho preso l’indirizzo in civile e infrastrutture; poi mi sono specializzato in urbanistica. E questa è una grande passione che mantengo ancora adesso: guardo gli immobili, li studio. La progettazione,  la ristrutturazione mi sono sempre piaciute, anche se più dal punto di vista strutturale che estetico, anche perché non ho potuto sviluppare la parte estetica dell’architetto. Ho sviluppato quella funzionale dell’ingegnere: calcoli del cemento armato e quelle cose lì insomma. Che poi, sembrano lontane dalla musica, ma in realtà sono la base”.

Ingegneria e musica con lo stesso terreno comune.

“Un mio maestro diceva, ricordava un fatto semplice: la musica è matematica e fisica. Al di là di chi la esegue, dobbiamo ammettere che non c’è più nulla di scientifico della musica: basta pensare a Pitagora, Fibonacci. Purtroppo se lo sono scordati in tanti”.

Così sembra che suonino o possano suonare un po’ tutti.

“Lo spiegò bene Indro Montanelli, anche se in realtà si riferiva soprattutto al canto: il canto è l’unica arte che non richiede alfabetizzazione. Ed è vero. Questa frase è sconvolgente nella sua profondità. Perché gli italiani cantano tutti? Perché non serve alfabetizzazione (andare a scuola) per cantare. Però, attenzione: una cosa è cantare, un’altra è fare il cantante di professione. Come una cosa è giocare a pallone e una cosa è fare il calciatore. Però, per essere un cantante lo studio, a tutto tondo, ci vuole. Altrimenti ha ragione chi dice: il cantante sentilo cantare, ma non lo ascoltare se parla. Invece, la musica è profonda, anche se tutti la possiamo ascoltare e la possiamo comprendere. Però, io parlo per chi la deve proporre. Prendiamo l’opera, ad esempio: l’opera è quasi esoterismo. Se un artista non si diverte ad andare oltre il suono, non c’è molto”.

Basta pensare a Mozart,  per esempio.

“Ma anche Verdi, Puccini…Nelle loro opere non c’è una parola, un punto di una nota messo a caso. Io a Torre del Lago, ad esempio, ho cantato Pinkerton in Madama Butterfly. A oggi posso dire di aver cantato in moltissime produzioni e pure ho trovato uno cosa che non sapevo”.

Che cosa ancora non conosceva di Madama Butterfly e ha scoperto in questa nuova produzione del festival di Torre del Lago?

“Siamo al finale del primo atto. Pinkerton sta duettando con Cio cio san (Madama Butterfly).  Il tenore attacca “Vieni, vieni” per stringere finalmente a sé la sposa adolescente. Finora io ho sempre cantato i due “Vieni, vieni…” con la stessa lunghezza. Invece, il primo “Vieni” è leggermente più lungo: e questo tempo diverso, anche se in modo impercettibile, dà a questa frase una carica erotica incredibile. Questa scoperta, questa ricerca continua che l’artista porta avanti, spesso con il direttore d’orchestra, rende il nostro lavoro stimolante, appassionate. Divertente”.

Un approccio da artigiano della musica, quasi da cesellatore.

“Direi più da servo. Anche se io non servo alla lirica, io servo la lirica. Se c’è una tale nota e io la vorrei fare forte, ma se il compositore dice che quella nota deve essere eseguita piano io la devo fare piano. Quasi violento me stesso per servire chi l’ha scritta. Magari questo può anche suonare strano a un tipo di esecuzione standardizzata, ma poi è giusto seguire il compositore, non chi l’ha sempre eseguita in un certo modo. Da un certo punto di vista è anche una scommessa, perché queste opere sono state incise e rappresentate centinaia di migliaia di volte: trovare il coraggio di eseguire passaggi che nell’orecchio suonano in tutt’altra maniera, ce ne vuole. Ma prendiamocelo pure qualche rischio: sono dell’avviso che il suono deve essere piegato fino allo sporcarsi per rendere vivo il teatro. Sennò diventa un esercizio di canto, fine a se stesso”.

Abbiamo fatto un salto temporale nella sua biografia: siamo passati dalla passione per l’ingegneria alla lirica. Ma come e quando avviene il salto dalla passione per costruire alla musica? Soprattutto: quando Luciano scopre di avere una voce e di poter cantare?

“Succede tutto in modo piuttosto naturale. Già da bambino, oltre all’ingegneria, avevo questa inclinazione verso la musica. Posso dire che sin da piccolissimo avevo una fortissima vena musicale, ma non era indirizzata verso il canto. Era diretta al pianoforte e all’organo. Non potevo studiare musica perché temevo il pensiero dei miei genitori rispetto a una carriera artistica, vista come un lavoro molto instabile. Noi siamo i figli dei genitori nati nel dopoguerra, siamo i nipoti della II guerra mondiale: quindi nella maggior parte delle nostre famiglie c’era ancora molto forte la paura dell’instabilità. Quindi questa grande passione musicale l’ho sempre tenuta un po’ a bada. Finché a 9 anni, con grande sacrificio di tutta la mia famiglia, fui preso nel  coro delle voci bianche della Cappella Sistina”.

Come succede che l’aspirante ingegnere di 9 anni finisce all’improvviso nel Coro della Cappella Sistina? Può ammettere che non è un affare di tutti i giorni.

“In modo molto banale direi. Io frequentavo la parrocchia e facevo il chierichetto con altri ragazzini. Uno di questi chierichetti fu preso nel Coro della Cappella Sistina perché il fratello, già a suo tempo, ne faceva parte. Il padre di questo bambino suggerì a mia madre: “Visto che hai due figli maschi, falli provare in questo coro”. Io e mio fratello eravamo totalmente ignari di tutto, oltre che della musica. Così, anche per curiosità, mia madre ci portò a fare questo provino e ci presero entrambi. Fu un grande sacrificio per la mia famiglia, soprattutto per mamma papà e mia sorella.

Così da lì per me quello che fino a quel momento era un’attrazione inspiegabile,  qualcosa che mi richiamava a sé – la musica – è entrata nella mia vita e non è più uscita. Anche perché poi non riesco a dire di no a nessuno, a nessuna proposta. Dalla Cappella Sistina in poi è esplosa questa incapacità di smettere di studiare musica, proprio perché sentivo questa pulsione dentro di me. E questo mi ha anche portato a lavorare subito, facendo, comunque, tutta tutta tutta la gavetta: sono partito dal coro della parrocchia, la Cappella Sistina, poi ho fatto tutto quello a  Roma si poteva fare, i doppiaggi per la Disney, alcune cose in Rai”.

Esperienze davvero diversificate. Com’è stato possibile?

“Credo per una serie di motivi. Ho sempre lavorato con gioia.  Non ho mai creato problemi sui posti di lavoro, ero molto svelto, bravo musicalmente. Ho accumulato talmente tanta esperienza, pur senza aver ancora studiato canto lirico, che un giorno,  mentre stavo facendo “Vacanze romane” al teatro Sistina a Roma con Armando Trovajoli, mi avvicina uno dei signori con cui cantavo nel coro. In quel momento stavamo doppiando. Mentre si lavorava mi dice: “Luciano, però, è il caso che tu ti metta a studiare un po’  di lirica, perché la voce ce l’hai”. Eh, sì. Ma io non avevo i soldi perché lavoravo già per mantenermi all’università. Così appena vinsi il primo concorso all’Enel ho iniziato a prendere lezioni di canto e mi sono comprato una tromba. La tromba non l’ho mai imparata a suonare, con il canto sono andato avanti”.

Perché regalarsi una tromba?

“Perché mi volevo fare un regalo. Ma non ho mai preso lezioni. Ogni tanto la suona qualcuno dei miei figli (Ganci è sposato con una musicista con la quale ha 4 figli, piccoli, ndr) e me l’hanno quasi rotta. Ma sta ancora lì in bella vista”.

Invece con il canto è andata diversamente.

“Sì. Ho iniziato a prendere lezioni, ma nel frattempo mi sono tenuto anche il posto fisso. Quindi io continuavo a lavorare in azienda e nel frattempo mandavo domande a destra e sinistra, mi informavo sui concorsi. Dopo sei mesi di questa vita, mi sono ritrovato in semi-finale al concorso di Domingo perché avevo questa voce “facile”, bella, anche se spingevo come un matto. Cantavo un po’ a caso, ancora senza basi vere da tenore e comunque grazie a questo concorso conobbi Domingo.

Grazie a questa opportunità, venni preso come allievo da Mirella Freni (grande soprano della seconda metà del Novecento, ndr) che mi bloccò per due anni. Fu la mia fortuna: se fossi caduto nelle mani sbagliate, mi sarei rovinato la voce in tempi rapidissimi e ora lavorerei ancora come ingegnere. Mirella Freni mi ha fermato, mi ha fatto ristudiare, mi ha sfondato psicologicamente, e fu la mia salvezza, e dopo questa “distruzione” positiva sono stato ricostruito da un altro maestro, Otello Felici, morto a 98 anni nel 2022. Da lì è partito il mio faticosissimo percorso”.

Il suo debutto a teatro dove è avvenuto?

“A parte piccole apparizioni – nel 2001 ho fatto il servo di Bruson nel Don Giovanni di Mozart, ma non avevo proprio la voce – il mio vero debutto come professionista è avvenuto il 27 dicembre 2009 nel duomo di Milano con la “Messa Incoronazione” di Mozart con Claudio Scimone e i Solisti Veneti. Il debutto nell’opera, invece, il mese dopo (gennaio 2010) con La Traviata al Politeama di Palermo: ero diretto da Morandi; la regia Pier Francesco Maestrini, lo stesso della Butterfly del nuovo allestimento di Torre del Lago”.

Dopo il debutto com’è andata?

“Da lì è iniziato un percorso difficilissimo. Non difficile, difficilissimo: questo mi ha forgiato tantissimo. Ma io non ho mai mollato, malgrado gli ostacoli, perché c’era e c’è un grande amore per il canto. Il mio per il canto è stato un amore tardivo,  a differenza di quello per la musica che è stato precoce. Idem per la lirica: io non sono melomane, ma amo moltissimo l’opera. É un po’ come quando si conosce la moglie a 35 anni, invece che a 20: c’è un’altra maturità. Ed eccoci qua a  fare ancora danni dopo 17 anni”.

Lei a Torre del Lago è venuto per una recita di Madama Butterfly che ha riscosso molto successo, sia per il cast che per l’allestimento. Eppure ha interpretato uno dei personaggi maschili più odiati della produzione pucciniana: il luogotenente americano che si procura una sposa adolescente a pagamento, poi l’abbandona. Come si sente in questo ruolo?

“Le racconto un episodio che è successo proprio la sera della prima, a Torre del Lago, il 7 agosto. Ho scoperto da molto tempo che gli Americani odiano a morte Pinkerton. É un personaggio che non sopportano: amano moltissimo Madama Butterfly come opera, ma il protagonista maschile è inviso. La sera del debutto, a Torre del Lago, c’era una bellissima atmosfera. Pubblico concentrato, una tensione positiva. Quando esco dal palco, sento due che mi “buano” (gridare buu buu in segno di disapprovazione). Mi sono chiesto: ma perché? Poi mi hanno detto: sono due Americani. L’insulto era per Pinkerton. Mi sono fatto una grande risata (Ganci alle uscite al termine dell’opera è stato molto applaudito, ndr).  Però, devo dire che un po’ hanno ragione: non è proprio il migliore uomo che si possa incontrare”.

Quindi lei condanna Pinkerton?

“In parte lo assolvo, perché non è cattivo: è superficiale. Fa del male senza rendersene conto. Forse è anche peggio, perché il cattivo pensa a quello che fa a come si comporta, lui proprio no. Si dice: lo fanno tutti di trovarsi la mogliettina con il sensale, lo faccio anch’io. Che me ne importa? In un intervento recente l’ho paragonato all’hater di Facebook: l’odiatore da tastiera lascia un commento su una ragazza, magari le scrive “tu sei una culona” e un attimo dopo si dimentica di quello che ha detto. Ma la ragazza che legge si ritrova impresso un marchio a sangue. Purtroppo è quello che a volte fanno anche i critici: vedo artisti feriti, angosciati per una frase scritta da chi nemmeno se ne ricorda”.

C’è invece un personaggio d’opera che si sente particolarmente vicino, per la sua sensibilità personale, oltre che per il timbro di voce?

“Per me l’ago della bilancia di tutto il repertorio è Cavaradossi (il protagonista maschile della Tosca di Puccini) perché è molto vicino al mio modo di vivere: un rivoluzionario quasi spregiudicato, allegro, che ama, sincero, onesto.  Esattamente quello che sono anche quando canto: io non baro mai. A volte rischio anche una brutta figura, un errore, ma non inganno. Quando canto deve passare chi sono io, chi è Luciano, non il tenore. Quindi il personaggio più vicino a me psicologicamente è Cavaradossi, senza dubbi.

Invece non sono d’accordo sulle classificazioni delle voci: è sbagliato, è un limite. Ci può essere un modo di cantare Verdi, una prassi esecutiva, c’è un accento verdiano che cambia di opera in opera, come accade per Puccini. Non è un compositore che fa la voce, ma è la voce che deve essere messa a servizio il più possibile di ogni ruolo, sia per caratteristiche di timbro che di interpretazione”.

Ecco, dovendo dare un consiglio a un giovane tenore, che cosa suggerirebbe?

“Ripeto spesso ai ragazzi: trovate la voce che è dentro di voi, perché spesso tendiamo a imitare. Mi rendo conto che spesso i giovani tendono magari a imitare Franco Corelli, Del Monaco. Ma faccio presente ai giovani: voi non potete imitare, perché Del Monaco aveva 50 anni quando cantava in quel modo, voi ne avete 30”.

Lei ha un repertorio molto vasto, pur essendo giovane. Che cosa l’aspetta dopo questa Butterfly di Torre del Lago?

“Molti impegni ed è per questo che cerco sempre di più di tenermi l’estate libera al massimo delle possibilità. Anche a Torre del Lago, dove torno sempre con grande piacere, quest’anno ho fatto solo due recite (canto anche il 22). In estate voglio dedicarmi anche alla famiglia, ai bambini: infatti poi sarò impegnato di nuovo da fine agosto a dicembre e nel 2027 da gennaio a luglio. A fine mese parto per Vienna dove sono alla Staatsoper con  Adriana Lecouvreur di Cilea; poi sarò a Berlino con la Forza di Verdi; quindi al Maggio Musicale di Firenze con Simon Boccanegra (Verdi),  quindi a Torino con L’Edgar di Puccini. L’elenco continua con Aida a Napoli, al San Carlo, Cavalleria Rusticana e Pagliacci a Tokyo, Tosca a Berlino. E poi con Turandot a Liegi con un nuovo finale”.

Un nuovo finale per Turandot?

“Sì. Interpreterò il principe Calaf in questa produzione inedita che debutterà a Liegi a giugno del 2027 alla Opera Royal de Wallonie-Liegi. Il finale è in scrittura in questo momento: è stato affidato al compositore veronese Andrea Battistoni, (attuale direttore musicale del Teatro Regio di Torino, direttore musicale di Opera Australia e direttore d’orchestra principale della  Tokyo Philharmonic Orchestra).  Ancora non abbiamo ricevuto lo spartito, ma siamo molto curiosi”.

C’è un teatro dove ancora non ha ancora cantato e nel quale le piacerebbe debuttare?

“Mi piacerebbe debuttare al Teatro Real di Madrid, come mi piacerebbe andare anche a Parigi. Ma in generale non mi preoccupo tanto del dove, quanto del come. C’è stato un periodo nel quale dicevo: vorrei fare questo, vorrei fare quello. Ora il mio obiettivo è mantenere, fare bene e migliorare. Poi se la vita mi porterà a cantare a Roccacannuccia o chissà dove non mi preoccupo. Per me tutti i teatri sono importanti allo stesso modo. Sono tutti da prima della Scala”.

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Ilaria Bonuccelli

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