La decisione di Disney di trascinare in tribunale la Federal Communications Commission non è un fulmine a ciel sereno, ma il punto più alto di uno scontro che dura da quasi un anno e che si inserisce in un quadro molto più ampio: quello di un’amministrazione Trump che, secondo un numero crescente di osservatori, avvocati e organizzazioni internazionali, sta usando le leve regolatorie dello Stato per condizionare la linea editoriale dei grandi gruppi mediatici americani. La causa depositata martedì a Washington, che accusa la Fcc guidata da Brendan Carr di violare il primo emendamento della Costituzione, arriva dopo mesi di pressioni su Abc culminate nel caso Jimmy Kimmel, ma va inquadrata in una sequenza di episodi che coinvolge quasi tutti i principali attori dell’informazione statunitense.
Il caso Kimmel: la scintilla che ha fatto esplodere lo scontro
Tutto nasce, secondo la ricostruzione contenuta nell’atto legale, da una battuta. A settembre 2025 Jimmy Kimmel, conduttore del “Jimmy Kimmel Live!” su Abc, viene sospeso dopo aver commentato in diretta l’omicidio dell’attivista di estrema destra Charlie Kirk, accusando l’area vicina a Trump di volerne strumentalizzare la morte a fini politici. La sospensione arriva dopo che, secondo quanto riportato, la Fcc aveva avvertito Disney che avrebbe potuto gestire la vicenda “in modo facile o in modo difficile” in relazione alle critiche del presidente: un’ammissione che, nella lettura degli avvocati di Disney, equivale a una minaccia esplicita legata al rinnovo delle licenze televisive. Il programma torna in onda solo dopo una massiccia mobilitazione pubblica, ma la tregua dura poco: lo scorso aprile Kimmel definisce Melania Trump una “vedova in attesa” in un monologo, scatenando la reazione della First Lady e l’ennesima richiesta di licenziamento da parte del tycoon. Questa volta, però, Abc si schiera apertamente con il suo conduttore, e da lì, denuncia Disney, la pressione della Fcc si intensifica ulteriormente: l’agenzia ordina una revisione anticipata, anni prima del previsto, delle licenze di tutte e otto le emittenti locali di proprietà di Abc e Disney, una mossa che gli stessi legali del gruppo definiscono “praticamente senza precedenti nell’era moderna” della regolamentazione radiotelevisiva americana.
Non solo Kimmel: una lunga sequenza di pressioni su tv, giornali e social
Il fascicolo Disney-Fcc è solo l’ultimo capitolo di una storia che nell’ultimo anno e mezzo ha coinvolto praticamente tutti i grandi nomi dei media Usa. Già a dicembre 2024, prima ancora dell’insediamento del secondo mandato, Abc aveva accettato di pagare 15 milioni di dollari per chiudere una causa per diffamazione intentata da Trump come privato cittadino contro il conduttore George Stephanopoulos, con tanto di scuse pubbliche dell’emittente.
Pochi mesi dopo è toccato a Paramount, proprietaria di Cbs: nel luglio 2025 l’azienda ha versato 16 milioni di dollari per chiudere una causa legata a un servizio di “60 Minutes” con un’intervista a Kamala Harris, un accordo che secondo diverse ricostruzioni giornalistiche era motivato dal timore che la Fcc potesse bloccare la fusione multimiliardaria tra Paramount e la casa di produzione Skydance, poi effettivamente approvata dall’agenzia.
Sempre Cbs, nel luglio 2025, ha cancellato il “Late Show with Stephen Colbert”, storico programma satirico spesso critico nei confronti di Trump, in una decisione che molti nel settore hanno letto come un ulteriore segnale di appeasement verso Washington più che come una scelta puramente economica.
Anche fuori dalla televisione tradizionale la pressione si è fatta sentire: Meta, la società di Mark Zuckerberg, ha accettato di versare 25 milioni di dollari a Trump per chiudere una causa legata alla sospensione dei suoi account social dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, mentre X (l’ex Twitter) e altre piattaforme hanno raggiunto intese simili. Sul fronte dell’informazione pubblica, l’amministrazione ha tagliato drasticamente i fondi a Voice of America, Radio Free Europe/Radio Liberty e Radio Free Asia, le emittenti finanziate dal governo federale che per decenni hanno garantito informazione indipendente in decine di paesi autoritari, mentre un ordine esecutivo ha cercato di azzerare i finanziamenti pubblici a Pbs e Npr, che hanno risposto facendo causa all’amministrazione.
A completare il quadro, sul fronte della carta stampata, ci sono le decisioni dei proprietari del Washington Post (Jeff Bezos) e del Los Angeles Times (Patrick Soon-Shiong) di bloccare gli endorsement elettorali delle rispettive redazioni alla vigilia delle elezioni del 2024, scelte interpretate da molti ex giornalisti ed editorialisti come un cedimento preventivo alle possibili ritorsioni di un secondo mandato Trump.
Il significato geopolitico: l’America scivola nelle classifiche della libertà di stampa
Questa somma di episodi ha avuto un riflesso concreto sulla reputazione internazionale degli Stati Uniti in materia di libertà di informazione. Secondo l’edizione 2026 del World Press Freedom Index compilato da Reporters Sans Frontières (Rsf), gli Stati Uniti sono scesi al 64° posto della classifica mondiale, perdendo sette posizioni rispetto all’anno precedente e toccando il livello più basso mai registrato dal paese dall’inizio della rilevazione. Il rapporto parla esplicitamente di una “politica sistematica” di ostilità verso i giornalisti portata avanti dalla Casa Bianca, aggravata da episodi di violenza delle forze dell’ordine contro i reporter durante la copertura di proteste e dal drastico ridimensionamento delle emittenti internazionali finanziate dagli Usa, che Rsf accusa di aver lasciato un vuoto informativo colmato in molti paesi da propaganda di stato o da narrazioni straniere ostili, incluse quelle di Russia e Cina.
Il dato si inserisce in un contesto globale già preoccupante, in cui per la prima volta in 25 anni oltre metà dei paesi del mondo rientra nelle categorie “difficile” o “molto grave” per la libertà di stampa: vedere gli Stati Uniti, tradizionalmente presentati come modello di riferimento per la libertà di espressione, scivolare in questa direzione ha un peso simbolico enorme, perché toglie a Washington uno dei suoi tradizionali strumenti di soft power, quello di potersi ergere a paladina della libertà d’informazione nei confronti di regimi autoritari.
Le reali intenzioni di Trump: usare la leva regolatoria per orientare il racconto pubblico
Al di là delle singole vicende, gli analisti concordano su un filo conduttore: Trump starebbe usando in modo sistematico gli strumenti amministrativi e regolatori a disposizione dell’esecutivo, in particolare la Fcc e le minacce di revoca delle licenze, per scoraggiare le linee editoriali a lui sgradite senza dover ricorrere direttamente a strumenti di censura formale, che sarebbero platealmente incostituzionali.
Il meccanismo, secondo la causa di Disney e secondo numerosi commentatori legali, funziona così: l’agenzia federale non deve necessariamente vincere le sue battaglie regolatorie o processuali per ottenere il risultato voluto, perché il solo fatto di avviare indagini, minacciare revisioni anticipate delle licenze o far pesare l’esito di una fusione miliardaria (come nel caso Paramount-Skydance) è sufficiente a spingere le aziende verso l’autocensura o verso accordi economici costosi ma politicamente meno rischiosi.
Il risultato netto, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate di “garantire il rispetto dell’interesse pubblico” più volte rivendicate dal presidente della Fcc Brendan Carr, è un effetto dissuasivo (il cosiddetto “chilling effect”) che si estende ben oltre i singoli episodi contestati, inducendo anche altre reti, giornali e piattaforme a moderare preventivamente le proprie scelte editoriali per evitare di finire nel mirino della Casa Bianca.
Come reagisce l’industria: Disney si ribella, il resto del settore si divide
Di fronte a questa strategia, la risposta del mondo dei media americani è stata tutt’altro che unanime. Se Cbs/Paramount, Meta e altre piattaforme hanno scelto la via dell’accordo economico e della composizione bonaria delle controversie, Disney ha optato per lo scontro giudiziario aperto: il nuovo amministratore delegato Josh D’Amaro, succeduto a Bob Iger alla guida del gruppo nel marzo 2026, ha rivendicato pubblicamente la scelta definendola una questione di principio, dichiarando che l’azienda “è molto ferma su questo punto” e che intende “difendere ciò che crede essere l’integrità giornalistica”.
Anche all’interno della stessa Fcc lo scontro non è unanime: la commissaria democratica Anna Gomez ha più volte accusato l’agenzia di essere stata “trasformata in un’arma” contro le emittenti sgradite al presidente, parlando apertamente di una “campagna sistematica di censura e controllo” nei confronti dei broadcaster americani.
Organizzazioni per la libertà di stampa come Reporters Sans Frontières e il Committee to Protect Journalists hanno accolto la causa di Disney come un segnale potenzialmente importante, pur avvertendo che il danno reputazionale e l’effetto dissuasivo sulle altre aziende del settore, meno solide finanziariamente rispetto al colosso dell’intrattenimento, potrebbe già essersi consolidato. Resta da vedere se l’iniziativa legale di Disney, uno dei pochissimi grandi gruppi mediatici ad aver scelto la via del tribunale invece di quella della trattativa, riuscirà a fare da apripista per una reazione più coesa di un settore che finora, salvo eccezioni, ha preferito la strada più prudente del compromesso.
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