Secondo un’indagine del Tech Transparency Project, la società avrebbe coinvolto creator, genitori e organizzazioni locali per promuovere gli strumenti di sicurezza di Instagram nei Paesi che discutono limiti all’accesso dei minori. Meta respinge le accuse e sostiene che le collaborazioni servano a informare le famiglie.
di Andrea Ferri
Quando la reputazione di un marchio diventa un ostacolo, il messaggio viene affidato a persone considerate più credibili dell’azienda stessa. È la strategia che, secondo una nuova indagine del Tech Transparency Project, Meta avrebbe adottato per contrastare la crescente diffusione di leggi e proposte dirette a limitare l’utilizzo dei social network da parte degli adolescenti.
La società proprietaria di Facebook e Instagram avrebbe coinvolto influencer legati ai temi della famiglia, della genitorialità, del benessere e della salute mentale per promuovere gli strumenti di protezione presenti nei suoi Teen Accounts.
L’attività sarebbe stata sviluppata in diversi Paesi proprio mentre governi e parlamenti iniziavano a discutere divieti, verifiche dell’età e nuove responsabilità a carico delle piattaforme.
Non si tratta soltanto di una vicenda riguardante la sicurezza online. Il caso mostra come l’influencer marketing possa essere utilizzato anche come strumento di gestione della reputazione e di pressione indiretta nel dibattito pubblico.
Il modello degli “Instagram Safety Camp”
Uno degli esempi più significativi arriva dall’Australia, primo Paese ad approvare un divieto di accesso ai social network per i minori di 16 anni.
Nel luglio 2025 Meta organizzò a Sydney un incontro dedicato alla sicurezza digitale, costruito come un evento per creator: ambienti Instagram, aree fotografiche, attività personalizzate e momenti di confronto sugli strumenti destinati alle famiglie.
Diversi influencer specializzati nei temi della genitorialità pubblicarono successivamente contenuti dedicati ai Teen Accounts, illustrandone le protezioni e invitando i genitori a utilizzare le funzioni di supervisione.
Secondo il Tech Transparency Project, alcune di queste collaborazioni erano sponsorizzate e venivano segnalate attraverso hashtag o indicazioni di partnership che potevano risultare poco evidenti agli utenti.
Il modello sarebbe stato riproposto, con caratteristiche differenti, anche in altri mercati interessati da proposte di regolamentazione, tra cui Indonesia, India e Brasile.
I creator come mediatori di fiducia
La scelta degli influencer non è casuale. Un messaggio sulla sicurezza dei ragazzi, se diffuso direttamente da una grande piattaforma tecnologica, può incontrare diffidenza. Lo stesso contenuto, raccontato da una madre, da un educatore o da un creator seguito per i consigli sulla famiglia, assume invece un tono più vicino e rassicurante.
Meta utilizza così una delle caratteristiche fondamentali dell’influencer marketing: il trasferimento di fiducia dal creator al marchio.
La comunicazione non si presenta necessariamente come una difesa esplicita dell’azienda. Parte dalla descrizione di uno strumento, da un’esperienza personale o da un consiglio rivolto ai genitori e finisce per rafforzare l’idea che le protezioni offerte dalla piattaforma possano rappresentare un’alternativa sufficiente ai divieti imposti per legge.
È proprio questo passaggio a sollevare gli interrogativi più importanti. Dove termina l’informazione sulle funzionalità di sicurezza e dove comincia l’attività diretta a influenzare il consenso pubblico nei confronti della regolamentazione?
La posizione di Meta
Meta sostiene che le proprie collaborazioni con creator ed esperti siano correttamente dichiarate e rientrino nelle normali attività utilizzate per informare le famiglie sugli strumenti disponibili.
La società afferma inoltre di lavorare per costruire protezioni efficaci per gli adolescenti e controlli destinati ai genitori. Secondo Meta, i divieti generalizzati non eliminerebbero i rischi, ma potrebbero spingere i giovani verso spazi digitali meno regolamentati e più difficili da controllare.
I Teen Accounts prevedono, tra le altre cose, limitazioni ai messaggi provenienti da persone sconosciute, filtri sui contenuti sensibili, maggiore riservatezza dei profili e strumenti di supervisione familiare.
L’azienda ritiene quindi legittimo spiegare queste funzioni attraverso soggetti capaci di raggiungere direttamente genitori e adolescenti.
Il problema della trasparenza
La questione non riguarda necessariamente l’esistenza di un compenso. Le collaborazioni commerciali con gli influencer sono una pratica consolidata e legittima, purché la loro natura sia riconoscibile.
Il punto è la chiarezza con cui il pubblico viene informato del rapporto economico o organizzativo tra il creator e l’azienda.
Quando il messaggio riguarda un prodotto di consumo, la mancata evidenza della sponsorizzazione può condizionare una scelta commerciale. Quando riguarda la sicurezza dei minori e una legge in discussione, l’effetto può estendersi alla formazione dell’opinione pubblica.
Anche il coinvolgimento di associazioni, centri di ricerca e organizzazioni impegnate nel sociale richiede quindi una piena trasparenza sulle eventuali forme di finanziamento ricevute dalla piattaforma.
Un soggetto può conservare la propria autonomia pur collaborando con un’azienda. Ma il pubblico deve conoscere quel rapporto per valutare correttamente il messaggio.
Una strategia globale contro i divieti
Le restrizioni all’utilizzo dei social da parte dei minori stanno diventando un tema politico internazionale. Dopo l’Australia, altri Paesi hanno introdotto o discusso limiti d’età, sistemi obbligatori di verifica e collegamenti tra gli account dei figli e quelli dei genitori.
Per Meta, questi provvedimenti possono significare la perdita di milioni di utenti attuali e futuri. Gli adolescenti non rappresentano soltanto una parte dell’audience: sono il pubblico sul quale si costruiscono abitudini destinate a durare negli anni.
Difendere la possibilità dei ragazzi di utilizzare Instagram significa quindi proteggere contemporaneamente la base utenti, la capacità di raccolta pubblicitaria e la posizione competitiva della piattaforma.
Il ricorso ai creator consente all’azienda di partecipare al dibattito senza apparire sempre come l’unica voce direttamente interessata.
Dall’influencer marketing all’influence lobbying
Il caso apre una nuova prospettiva sull’evoluzione della comunicazione digitale. Gli influencer non vengono più impiegati soltanto per vendere cosmetici, viaggi, abbigliamento o servizi. Possono diventare soggetti capaci di intervenire su reputazione, regolamentazione e consenso.
È una forma di comunicazione che potremmo definire influence lobbying: non necessariamente un’attività istituzionale tradizionale, ma la costruzione di una narrazione favorevole attraverso persone dotate di un rapporto fiduciario con le proprie comunità.
Per le aziende è uno strumento potente. Per il pubblico, però, diventa essenziale sapere chi finanzia il messaggio, quali interessi rappresenta e quanto spazio rimane alla valutazione indipendente del creator.
Quando il brand non può più parlare da solo
La vicenda racconta infine un problema più ampio. Se un’azienda sente la necessità di affidare la propria difesa a figure esterne considerate più affidabili, significa che la reputazione del marchio non è più sufficiente a sostenere direttamente il messaggio.
Gli influencer possono ridurre la distanza, umanizzare la comunicazione e spiegare strumenti complessi. Non possono però sostituire la trasparenza, la verifica indipendente e la responsabilità delle piattaforme.
La vera sfida per Meta non sarà soltanto convincere genitori e governi che i Teen Accounts funzionano. Sarà dimostrare, attraverso risultati misurabili e controlli esterni, che le protezioni promesse sono realmente efficaci.
Perché quando il tema è la sicurezza degli adolescenti, la fiducia non può essere semplicemente acquistata insieme a un post sponsorizzato.
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Andrea Ferri
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