Ricevere un aiuto economico dai genitori, sotto forma di bonifico, contanti o di un contributo per pagare una spesa importante, è una situazione comune a moltissime famiglie italiane. Ma per chi percepisce un sostegno pubblico, come la Naspi o l’Assegno di inclusione, sorge spesso un dubbio legittimo: quel denaro può far perdere il diritto al sussidio? La risposta non è univoca, perché dipende dal tipo di prestazione e dai criteri su cui questa si fonda. Naspi e Assegno di inclusione, infatti, funzionano secondo logiche molto diverse tra loro, e una donazione può avere effetti opposti a seconda della misura considerata.
Naspi: un’indennità legata al lavoro, non al patrimonio
La Naspi, l’indennità di disoccupazione erogata dall’Inps a chi perde involontariamente un lavoro subordinato, non è una misura basata sull’Isee o sul patrimonio familiare. I suoi requisiti principali riguardano lo stato di disoccupazione involontaria, un determinato periodo di contribuzione (almeno 13 settimane nei quattro anni precedenti) e, una volta ottenuta, la compatibilità con eventuali nuovi redditi da lavoro. In pratica, ciò che può ridurre o far decadere la Naspi non è il possesso di denaro o beni, ma un nuovo reddito da lavoro subordinato o autonomo che superi determinate soglie annue, oggi fissate a 8.500 euro per il lavoro dipendente e a 5.500 euro per il lavoro autonomo o la partita Iva.
Una donazione dei genitori, per sua natura, non rientra in nessuna di queste categorie: non è un reddito da lavoro, non deriva da un’attività professionale e non va comunicata all’Inps ai fini del calcolo della Naspi. Che si tratti di un bonifico occasionale, di un contributo per l’affitto o di una somma più consistente per l’acquisto di un’auto o di una casa, l’indennità di disoccupazione non viene toccata da questo tipo di liberalità. Gli unici eventi che possono far cessare o sospendere la Naspi restano quelli legati al mercato del lavoro o allo stato di disoccupazione: l’inizio di un nuovo rapporto di lavoro stabile, il rifiuto di un’offerta di lavoro congrua, la mancata partecipazione ai percorsi proposti dai centri per l’impiego o il raggiungimento dei requisiti pensionistici.
Assegno di inclusione: la situazione cambia
Il discorso è invece diverso per l’Assegno di inclusione (Adi), la misura di sostegno al reddito che ha sostituito il Reddito di cittadinanza dal 2024. A differenza della Naspi, l’Adi è una prestazione assistenziale che tiene conto non solo del reddito familiare, ma anche del patrimonio mobiliare e immobiliare del nucleo, calcolati secondo le regole dell’Isee. Per accedere alla misura, nel 2026 il nucleo familiare deve rispettare, tra gli altri, questi limiti:
- Isee non superiore a 10.140 euro, calcolato secondo le regole ordinarie previste per questa prestazione.
- Reddito familiare inferiore a circa 6.591 euro annui (soglia aggiornata per il 2026), moltiplicato per il parametro della scala di equivalenza in base alla composizione del nucleo.
- Patrimonio mobiliare non superiore a 6.000 euro per i nuclei con un solo componente, con incrementi di 2.000 euro per ogni componente successivo al primo fino a un massimo di 10.000 euro, più ulteriori maggiorazioni in presenza di minori oltre il secondo o di componenti con disabilità.
- Patrimonio immobiliare (diverso dall’abitazione principale) non superiore a 30.000 euro, secondo i valori ai fini Imu.
Se una donazione dei genitori, magari accreditata sul conto corrente o investita, fa superare al nucleo familiare la soglia di patrimonio mobiliare prevista, questo può effettivamente incidere sul diritto all’Assegno di inclusione. La normativa impone infatti di comunicare all’Inps, entro 15 giorni dall’acquisizione, qualsiasi variazione patrimoniale che comporti il superamento delle soglie previste, che si tratti di una donazione, di un’eredità o di una vincita. La mancata comunicazione, se successivamente accertata attraverso i controlli incrociati con l’Agenzia delle Entrate, può comportare la perdita del beneficio con effetto retroattivo e la richiesta di restituzione delle somme percepite indebitamente, maggiorate degli interessi.
Cosa cambia in pratica per chi riceve un aiuto dai genitori
Per orientarsi meglio, è utile distinguere alcuni scenari concreti a seconda dell’importo e della modalità della donazione:
- Una donazione occasionale e di modesto importo, destinata a piccole spese correnti, difficilmente fa superare le soglie patrimoniali dell’Adi e in genere non comporta obblighi di comunicazione, anche se resta buona norma verificare il proprio saldo complessivo.
- Una somma più consistente, accreditata su conto corrente o titoli, che porti il patrimonio mobiliare del nucleo oltre la soglia prevista, va invece comunicata all’Inps entro 15 giorni, indipendentemente dal fatto che venga poi spesa o meno.
- Un contributo dei genitori che si configura come reddito ricorrente, per esempio un versamento mensile fisso, potrebbe essere valutato anche ai fini del reddito familiare rilevante per l’Adi, e non solo del patrimonio.
- Nel caso della Naspi, invece, nessuno di questi scenari comporta un obbligo di comunicazione, proprio perché la prestazione non è collegata al patrimonio familiare.
Gli aspetti fiscali della donazione
Va inoltre ricordato che, dal punto di vista fiscale, una donazione di denaro dai genitori ai figli non costituisce reddito imponibile Irpef e non va indicata nella dichiarazione dei redditi. Tra genitori e figli, in linea diretta, è inoltre prevista una franchigia molto ampia (pari a 1 milione di euro per ciascun beneficiario) al di sotto della quale non si applica l’imposta sulle donazioni, che comunque riguarda un ambito distinto rispetto ai requisiti di accesso ai sussidi pubblici. Per le somme di importo consistente, specie se destinate all’acquisto di un immobile, è comunque consigliabile rivolgersi a un notaio per formalizzare correttamente l’operazione ed evitare contestazioni future, anche in sede di successione.
In sintesi, chi percepisce la Naspi può ricevere un aiuto economico dai genitori senza che questo incida sull’indennità, trattandosi di una prestazione legata esclusivamente allo stato di disoccupazione e ai redditi da lavoro. Per chi beneficia dell’Assegno di inclusione, invece, la prudenza è d’obbligo: qualsiasi variazione significativa del patrimonio o del reddito familiare, compresa una donazione, andrebbe valutata con attenzione e, se necessario, comunicata all’Inps entro i termini previsti, per evitare di trovarsi poi a dover restituire somme percepite senza averne più diritto. Nei casi più delicati, in particolare quando gli importi in gioco sono rilevanti, può essere utile un confronto preventivo con un patronato o un consulente, così da valutare l’impatto specifico sulla propria situazione prima di ricevere o utilizzare la somma.
Dott.ssa Marianna Bassetti
La Dott.ssa Marianna Bassetti � una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l�Universit� degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si � specializzata nell�analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennit�…
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