Ieri migliaia di spagnoli sono scesi in piazza per Ceuta. Una mobilitazione che in Italia ha avuto un’eco sorprendentemente modesta. Ma soprattutto, mentre per settimane si è discusso di disinformazione, Russia, Israele e “internazionale ultraderechista”, emerge un elemento che cambia radicalmente il quadro: secondo un rapporto di polizia acquisito nell’inchiesta giudiziaria, l’ingresso di massa del 30 e 31 luglio non sarebbe stato spontaneo, ma pianificato.
Caduta la maschera? È la domanda che oggi l’Europa ha il dovere di porsi.
Il 2 settembre migliaia e migliaia di persone hanno manifestato a Ceuta e in diverse città spagnole. Nella città autonoma lo slogan era inequivocabile: “Ceuta no se vende, Ceuta se defiende”. Le manifestazioni hanno coinvolto anche Madrid, Barcellona e altre città. A Ceuta sono scesi in piazza cittadini appartenenti alle diverse comunità religiose della città. Non una guerra contro lo straniero, dunque, ma la richiesta che uno Stato torni a esercitare una delle sue funzioni elementari: controllare le proprie frontiere.
La questione nasce dai fatti impressionanti del 30 e 31 luglio: oltre 70.000 persone attraversarono irregolarmente il confine marocchino verso Ceuta. Per settimane il governo socialista di Pedro Sánchez ha respinto l’ipotesi di una responsabilità marocchina, indicando invece nella disinformazione circolata sui social e nelle attività riconducibili a reti russe e israeliane alcuni degli elementi che avrebbero alimentato la crisi.
Ma proprio su questo punto occorre fare chiarezza. Il Servizio europeo per l’azione esterna ha riconosciuto tentativi russi di sfruttare politicamente la crisi in rete, ma ha anche precisato di non disporre di prove conclusive che l’ingresso di massa sia stato provocato dalla disinformazione di attori statali stranieri. E soprattutto è emerso un rapporto del Centro Nacional de Inmigración y Fronteras trasmesso alla magistratura spagnola che, secondo quanto riferito dall’agenzia EFE, descrive quanto accaduto come un ingresso di massa “pianificato” e non “spontaneo”, riportando inoltre elementi riguardanti persone collegate alle forze di sicurezza marocchine.
La vicenda è oggetto di accertamento e gli stessi vertici della polizia spagnola hanno contestato che possa parlarsi di un rapporto che attribuisca formalmente al Marocco la responsabilità dell’operazione. Proprio per questo servono verità e trasparenza. Ma una cosa è già evidente: liquidare ogni domanda sulla gestione politica dei flussi come propaganda, razzismo o complottismo non è più possibile.
È il problema che l’Europa non ha voluto affrontare, così Ceuta pone una questione che supera enormemente Ceuta. Per trent’anni una parte della cultura politica europea ha pensato che parlare di confini fosse quasi sconveniente. Ha confuso l’accoglienza con l’assenza di regole, l’integrazione con il semplice ingresso sul territorio, il rispetto delle differenze con la rinuncia a chiedere l’adesione ai principi fondamentali delle società europee.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il modello europeo di integrazione, almeno in numerose realtà, non ha funzionato. Ed è necessario avere il coraggio di aggiungere una parola che per troppo tempo è stata espulsa dal vocabolario politico: assimilazione.
Chi arriva in Europa deve poter conservare la propria fede, le proprie tradizioni familiari e la propria storia. Ma deve contemporaneamente riconoscere senza ambiguità la superiorità della legge civile, la parità tra uomo e donna, la libertà religiosa compreso il diritto di cambiare religione o di non averne alcuna, la libertà di espressione e l’autorità democratica dello Stato.
Non può essere l’Europa ad assimilarsi alle culture che accoglie. Immigrazione e islamismo non sono la stessa cosa. Ma d’altra parte occorre anche evitare una semplificazione opposta. Ci sono musulmani che vivono pacificamente in Europa, lavorano e rispettano le leggi. Confondere queste persone con l’islamismo politico sarebbe quantomeno ingiusto.
Ma proprio questa distinzione permette di affrontare senza complessi il problema reale: esistono fenomeni di comunitarismo, radicalizzazione islamista e costruzione di società parallele che l’Europa ha sottovalutato per troppo tempo. Quartieri nei quali l’integrazione è minima, pressioni sociali sulle donne, radicalizzazione religiosa e rifiuto dei valori occidentali non possono essere nascosti dietro la parola “multiculturalismo”. Non è razzismo constatarlo. È politica.
La nota giornalista italiana Oriana Fallaci aveva posto la domanda prima degli altri. Più di vent’anni fa la Fallaci utilizzò parole durissime, spesso volutamente provocatorie. Non occorre condividerne ogni giudizio per riconoscere che aveva individuato una questione che l’Europa avrebbe dovuto almeno discutere. Scriveva nel suo libro La rabbia e l’orgoglio: «Vi sono dei momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo». E, riferendosi alla difesa dell’Occidente, ammoniva contro la scomparsa della «nostra libertà e della nostra civiltà».
Fallaci parlava all’indomani dell’11 settembre 2001 e in un contesto completamente diverso. Sarebbe scorretto trasformare quelle parole nella spiegazione automatica dei fenomeni migratori di oggi. Ma la domanda che poneva rimane: una civiltà che non ritiene più necessario difendere i propri valori può davvero pretendere che chi arriva li faccia propri?
La storia europea è anche storia di migrazioni. Italiani, irlandesi, polacchi, spagnoli e milioni di altri europei hanno attraversato frontiere e oceani. Porsi però il problema di chi scegliere anche in base alla provenienza e alla probabilità di integrazione come fece il Cardinale Giacomo Biffi è legittimo.
L’immigrazione può diventare una ricchezza quando conduce alla partecipazione, alla cittadinanza sostanziale, all’apprendimento della lingua, al lavoro, al rispetto delle leggi e alla condivisione di un nucleo fondamentale di valori. Diventa invece un problema quando produce comunità separate che convivono nello stesso territorio senza riconoscersi nella medesima società. E diventa una questione di sicurezza nazionale quando i flussi migratori vengono utilizzati, direttamente o indirettamente, come strumento di pressione geopolitica.
Ceuta ci obbliga almeno a prendere sul serio questa possibilità, così la nuova politica europea deve partire da tre parole: frontiere, integrazione, assimilazione civica. Controllare chi entra non è razzismo. Espellere chi non ha diritto di restare non è razzismo. Pretendere il rispetto delle nostre leggi non è razzismo. Contrastare l’islamismo politico non significa combattere i musulmani. Chiedere a chi sceglie l’Europa di diventare parte della società europea non significa rinnegare i diritti umani. Il vero nemico è un altro: la cecità ideologica accompagnata da un lassismo legislativo e operativo che per anni ha impedito persino di discutere serenamente dell’immigrazione e dei suoi limiti.
Ceuta potrebbe rappresentare uno spartiacque. Se verranno confermati gli elementi emersi nell’indagine, qualcuno dovrà spiegare perché davanti a un ingresso di massa descritto dagli investigatori come pianificato una parte della politica abbia preferito guardare altrove.
Ma, indipendentemente dalle responsabilità che saranno accertate, una conclusione politica può essere tratta già oggi. L’immigrazione non può essere governata fingendo che i confini non esistano.
A Ceuta e in Spagna migliaia di persone hanno detto che è arrivato il momento di cambiare. L’Europa farebbe bene ad ascoltarle.
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