Le ultime notizie sulle pensioni sembrano indicare una direzione sempre più chiara in vista del prossimo anno: consentire anche a chi ha iniziato a lavorare prima del 1996 di andare in pensione a 64 anni, estendendo la possibilità di pensionamento anticipato oggi prevista per i contributivi puri. Un’ipotesi che, se confermata, amplierebbe la platea dei beneficiari, ma che non renderebbe l’uscita anticipata accessibile a chiunque abbia maturato 20 anni di contributi.
Il punto è proprio questo. Come spiegato da Durigon durante la puntata di Porta a Porta del 9 settembre, la misura consentirebbe di scegliere se andare in pensione a 64 oppure a 67 anni, essendo sufficienti, in entrambi i casi, 20 anni di contributi. Una sintesi che, però, rischia di lasciare in secondo piano una differenza fondamentale: per uscire a 64 anni bisogna soddisfare condizioni più restrittive, che in molti casi rendono necessario lavorare e versare contributi più a lungo.
Anzitutto, i 20 anni richiesti per la pensione anticipata devono essere di contribuzione effettiva: sono quindi esclusi i contributi figurativi, come quelli accreditati per alcuni periodi di disoccupazione o malattia, generalmente utili invece per raggiungere il requisito contributivo della pensione di vecchiaia.
Avere complessivamente 20 anni di contributi, quindi, non significa necessariamente averne abbastanza per accedere alla misura.
Ma l’ostacolo principale è un altro: l’importo della pensione deve raggiungere una soglia minima prevista dalla legge. Non basta, dunque, aver compiuto l’età richiesta e maturato gli anni di contribuzione necessari; conta anche quanto si è versato e, di conseguenza, l’assegno a cui si avrebbe diritto.
Ed è qui che l’uscita a 64 anni diventa più difficile, dal momento che raggiungere quella soglia con soli 20 anni di contributi richiede, di norma, retribuzioni particolarmente elevate.
Il problema riguarderebbe anche chi ha iniziato a lavorare prima del 1996 qualora l’estensione fosse subordinata, come ipotizzato, al ricalcolo interamente contributivo della pensione, comprese le quote altrimenti determinate con il sistema retributivo.
Per molti lavoratori, quindi, i 20 anni rappresenterebbero soltanto il requisito minimo di partenza: quelli realmente necessari per andare in pensione potrebbero essere molti di più.
Pensione a 64 anni, quanti contributi servono davvero
Il vero ostacolo per andare in pensione a 64 anni è l’importo dell’assegno maturato. Anche una volta raggiunti i 20 anni di contributi effettivi, infatti, l’uscita anticipata può restare fuori portata: quanto versato durante la carriera deve essere sufficiente a garantire una pensione almeno pari alla soglia prevista dalla legge.
Nel 2026, nella generalità dei casi, questa soglia è fissata a 3 volte l’assegno sociale. Considerando che quest’ultimo vale 546,24 euro al mese, per lasciare il lavoro bisogna aver maturato una pensione di almeno 1.638,72 euro lordi mensili, corrispondenti a 21.303,36 euro lordi l’anno, su 13 mensilità. Il requisito scende a 1.529,47 euro per le lavoratrici con un figlio e a 1.420,22 euro per quelle con almeno due figli.
Ma quanto bisogna aver guadagnato per raggiungere questi importi con soli 20 anni di lavoro? È proprio facendo i conti che emerge quanto questa possibilità sia selettiva.
Nel sistema contributivo la pensione dipende dai contributi accumulati e rivalutati durante la carriera, il cosiddetto montante contributivo. A questa somma viene applicato un coefficiente che cresce con l’età del pensionamento e che, per chi esce a 64 anni nel 2026, è pari al 5,088%.
Per ottenere i 21.303,36 euro annui richiesti dalla soglia ordinaria bisogna quindi aver accumulato circa 418.698 euro di montante, una cifra difficile da raggiungere in appena 20 anni.
Prendiamo un lavoratore dipendente, per il quale ai fini del calcolo della pensione viene accantonato ordinariamente il 33% della retribuzione imponibile previdenziale, considerando sia la quota a suo carico che quella versata dal datore di lavoro. Senza tenere conto delle rivalutazioni, per raggiungere quel montante in 20 anni servirebbe uno stipendio lordo medio di circa 63.439 euro l’anno: quasi 4.880 euro mensili su 13 mensilità.
E non basta aver raggiunto questa retribuzione alla fine della carriera: dovrebbe essere la media dell’intero periodo lavorato.
La rivalutazione dei contributi può migliorare il risultato, anche sensibilmente. Il montante, infatti, viene aggiornato in base all’andamento della media quinquennale del Pil nominale. Ipotizzando, per semplicità, una rivalutazione costante dell’1,5% annuo, con versamenti uguali ogni anno, la retribuzione necessaria per centrare l’obiettivo in vent’anni scenderebbe a circa 54.869 euro lordi annui. Resta comunque uno stipendio elevato da mantenere lungo tutto il periodo.
Con retribuzioni più basse, invece, gli anni necessari aumentano. Utilizzando la stessa ipotesi di rivalutazione e i parametri pensionistici del 2026, il quadro sarebbe questo:
| Retribuzione lorda annua costante | Anni di contributi necessari |
|---|---|
| 25.000 euro | 38 anni |
| 30.000 euro | 33 anni |
| 35.000 euro | 29 anni |
| 40.000 euro | 26 anni |
| 50.000 euro | 22 anni |
Con uno stipendio di 30.000 euro lordi annui, quindi, si arriverebbe alla soglia dopo circa 33 anni di versamenti. Con 25.000 euro ne servirebbero circa 38, mentre con 40.000 euro si scenderebbe a 26: comunque più dei 20 anni indicati dal requisito minimo.
Ovviamente si tratta di una stima. una simulazione di quanti anni bisognerebbe aver accumulato al compimento dei 64 anni che tra l’altro è soggetta a una serie di variabili. Il risultato effettivo dipende infatti dagli stipendi percepiti e dalle rivalutazioni applicate: i calcoli, inoltre, fotografano i parametri del 2026 e non anticipano quelli degli anni successivi.
È questo il punto che rischia di perdersi nel dibattito sulla riforma: pensione a 64 anni con 20 anni di contributi non significa pensione per tutti a quelle condizioni. Per chi ha avuto retribuzioni più contenute, il requisito economico può richiedere una carriera nell’ordine dei 30-40 anni, come mostrano gli esempi. Un ostacolo che resterebbe anche per i lavoratori con contributi anteriori al 1996, qualora l’eventuale estensione mantenesse la stessa soglia e imponesse il ricalcolo interamente contributivo.
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