José nel 1963 fu l’eroe della prima Coppa dei Campioni, vinta contro i portoghesi: “Merito di Maldini e di un infortunio. A 88 anni lavoro, guido anche per 300 chilometri in un giorno e chiedo perdono a Dio: ho scherzato troppo. Il Milan? Sempre nel mio cuore”
Sette lavori ha fatto José Altafini prima di diventare calciatore: garzone da un barbiere, confezionatore di scope, lucidatore di mobili, dipendente in una fabbrica di aranciate, tintore, macellaio, meccanico. Viveva in Brasile, giocava mezzala e aveva origini italiane a Caldonazzo (Trento) e Giacciano con Baruchella (Rovigo). Il Palmeiras lo acquistò per due vestiti e due camicie e un suo allenatore, Gonzales, lo convinse a diventare centravanti: quel giorno, tutto cambiò. Il Milan lo prese nel 1958 ed erano altri tempi, in cui i giornali scrivevano frasi come “suo nonno era contadino, teneva a bada i negri della piantagione”. In Brasile tutti lo chiamavano Mazzola – o Mazola – per la somiglianza col grande Valentino morto a Superga, in Italia era semplicemente Altafini e così compare nel tabellino della partita della sua vita. Finale di Coppa dei Campioni 1963: Milan-Benfica 2-1, Eusebio e poi doppietta di José Altafini, l’ex garzone di barbiere che oggi ha 88 anni portati da gran signore. Lucido, brillante, ironico come quando si chiudeva nell’armadietto di Nereo Rocco e all’improvviso usciva urlando, completamente nudo.
José, che vita è stata?
“Una vita di cui essere contento, anche se ho un rammarico, anzi due. Sapete quando Gesù, sulla croce, dice ‘perdonali, perché non sanno quello che fanno’? Ecco, io dico: ‘Padre, perdonami perché non sapevo quello che facevo’. Il primo rammarico è il nome. Avrei dovuto farmi chiamare Zezo, come mi chiamava la mia mamma. Con questa storia di Mazola e Altafini si è fatta una gran confusione. Il secondo: l’atteggiamento. Ero innamorato del calcio ma non pensavo solo a quello, non sono mai stato un grande atleta”.
“No no, mi sono sposato a 20 anni ed ero bravo. È che mi divertivo, facevo sempre scherzi, così nessuno mi ha mai preso sul serio, anche quando facevo il telecronista”.
Milan-Benfica ritorna ma è solo Europa League. Come andò quella finale di Coppa Campioni?
“Il giorno prima andammo a vedere una partita del Fulham e a un certo punto si infortunò un centromediano. Ai tempi non c’erano le sostituzioni e il suo allenatore lo mandò a giocare centravanti. I miei compagni mi presero in giro tutta la sera: ‘Vedi José, il centravanti non conta niente’. Nei 90 minuti della finale per fortuna cambiarono idea”.

Perché vinse il Milan?
“Perché Cesare Maldini, come si è raccontato mille volte, decise dal campo di cambiare la marcatura su Eusebio, che stava facendo impazzire Benitez. Rocco dalla panchina non riusciva a comunicare con noi e Maldini, come se fosse l’allenatore, spostò Trapattoni su di lui. Poi perché il Benfica giocò in 10 a lungo per un infortunio”.
Che ricordi restano di quella sera a casa Altafini? Magari una maglia conservata in un cassetto, gli scarpini…
“No, niente. La maglia me la tolse un tifoso a fine partita, le scarpe chissà. Mi resta un durone sul polpaccio, mi venne per un calcio di Humberto e non mi è mai andato via, anche se passai tutta la sera col ghiaccio, senza festeggiare. Poi rimane la memoria. A fine partita, ricordo un lungo abbraccio con Rocco. Gli dissi che ero molto felice per lui, sapevo che avrebbe lasciato il Milan”.
Quella sera è l’emozione più grande della vita?
“No, l’emozione più bella è la mia seconda moglie. Dio ci ha detto ‘state insieme finché potete’ e sono già passati cinquant’anni”.
“Sì, con il Milan finì male ma io nel cuore non l’ho mai lasciato. Sono andato via perché, ogni volta che perdevamo, Gipo Viani veniva addosso a me e mi urlava: ‘Abbiamo perso per colpa tua’. Amarildo una volta mi difese ma io chiesi di essere venduto. E andai al Napoli”.
E questo Milan, che squadra è?
“Ah, quando uno vuole fare uno squadrone prende tre giocatori super. Gullit, Van Basten e Rijkaard. Questo Milan non lo so, mi sembra abbia preso tanti giocatori che non danno impulso, anche se Gila è molto bravo. Se pensiamo che con Kessie, Tonali e Theo era fortissimo…”.
“Leao ero già stufo di vederlo, sembra che giochi per farti un favore”.
Da centravanti a centravanti, Gonçalo Ramos è forte?
“Di sicuro non ha colpe per partite come Juve-Milan, in cui non ha ricevuto una sola giocata da un compagno. Succedeva anche a me, e mi criticavano. Se giocassi oggi, mi muoverei per il campo, in serate così mi sposterei all’ala o più indietro. Ai miei tempi, non si faceva”.
De gustibus. Che squadra piace ora a José Altafini?
“Il Como. Mamma come giocano. Se mi comprassero ora, vincerebbero il campionato: io sono sempre stato un portafortuna, dove andavo si vinceva qualcosa”.
Beh, erano i gol, più che la fortuna… E come singoli, chi è stato il preferito? Forse Pelé?
“Ronaldinho mi ha fatto divertire più di tutti. Mi riprometto di andarlo a vedere, quando giocherà per il Ravenna”.
“Vivo ad Alessandria e non ho certo fatto i soldi come i calciatori più giovani: prendo la pensione sociale, 900 euro. Lavoro ancora, per un’azienda che si chiama Italgreen e fa campi in erba sintetica. Ho conosciuto il titolare a un evento, anni fa, e ora sono un testimonial, praticamente un dirigente. Sono sempre in auto per loro, faccio anche 300 chilometri al giorno e, quando sono al volante, divento un altro uomo, perché lì faccio tutti i miei pensieri. L’auto è una casa per me”.
Viene mai voglia di giocare?
“Una volta volevo farmi un campetto a casa ma mia moglie ha detto di no, che lei non vuole giocare. Tra i miei e i suoi, abbiamo più di 10 nipoti e il figlio di mia figlia, che vive in Brasile, è un piccolo calciatore. Dicono che calci molto bene ma non lo so, speriamo. Mi dà solo fastidio che mi chiamino ‘nonno’, mi fa sentire vecchio… anche se poi mi passa”.
In una vecchia intervista si legge: “Altafini vuole che le sue ceneri, quando non ci sarà più, siano buttate nel Po”. Ma perché?
E allora, che cosa resta da fare in questa vita, a 88 anni?
“Ci devo pensare”.
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