Un’economia in cui la spesa pubblica conta moltissimo, si spende con lentezza e in larga parte senza gara, e in cui i giovani qualificati se ne vanno perché i salari sono da fame e l’ascensore sociale si è rotto. È questa la Sardegna che emerge dai numeri nell’anno del Signore 2026.
Nel 2025 l’economia sarda è cresciuta, ma meno dell’anno prima: la Banca d’Italia stima un +0,7% a prezzi costanti, in linea con il Mezzogiorno e lievemente sopra il dato del Paese. Il divario di ricchezza resta quello di sempre. Il Crenos calcola un Pil per abitante di 21.821 euro in Sardegna contro i 37.497 del Nord-Ovest, e l’Isola vale il 72% della media europea ed è 169ª su 242 regioni, ancora tra quelle “meno sviluppate” ai fini dei fondi di coesione. Il dato più duro è un altro: tra il 2007 e il 2023 l’economia sarda ha fatto peggio della media italiana. Sedici anni sono un’intera generazione di ragazzi. Che stanno abbandonando l’Isola per mancanza di quello che Pasolini chiama “il futuro” (orizzonti, possibilità, libertà).
Un’economia di nani, un ente pubblico gigante
Per capire dove nasce il problema bisogna guardare alle imprese. In Sardegna ci sono in media 2,9 addetti per azienda: una scala che rende difficile investire, innovare ed esportare. Il credito costa. A marzo 2026 il tasso applicato alle piccole imprese sarde ha raggiunto il 10,6%, il più alto tra tutte le regioni italiane. Secondo la Cisl Sardegna i lavoratori sardi guadagnano in media 19.850 euro l’anno, quasi il 15% in meno dei 23.290 della media nazionale, e la pensione media dell’Isola, 19.690 euro, è quasi pari allo stipendio da dipendente.
La Cgia di Mestre, elaborando dati Inps e Istat sui soli dipendenti, fotografa il divario provincia per provincia: la retribuzione lorda annua media è di 18.397 euro a Cagliari, 16.453 a Oristano, 15.978 a Sassari e 14.206 a Nuoro, penultima in Italia su 107 province. Il confronto sulla produttività spiega parte della distanza: in Sardegna si producono 31,3 euro per ora lavorata, in Lombardia 45,7. Intanto i prezzi non aspettano. Tra il 2021 e il 2025 l’inflazione italiana è salita in totale del 17,1%, con i prodotti per l’alimentazione e la cura della casa e della persona a +24% e l’energia a +34,1%, e a maggio 2026 i prezzi al consumo in Sardegna segnavano un +3,2% sull’anno. Anche a livello nazionale, secondo l’Inps, la retribuzione media del 2025 (27.649 euro, +14,5% sul 2019) non recupera l’inflazione: in un’Isola dove si parte da stipendi più bassi, il divario si allarga. Tradotto: siamo sempre più poveri.
Accanto a questo tessuto minuto c’è il bilancio della Regione. Nel 2025 il rendiconto si è chiuso con un attivo di oltre 510 milioni, e la sanità assorbe 5,3 miliardi, il 30% del totale. Facendo il conto (nostro) il bilancio supera i 17 miliardi, in un’isola il cui Pil, con 1,6 milioni di abitanti, è dell’ordine dei 35 miliardi. Il confronto è grossolano, perché il bilancio include trasferimenti e partite di giro, ma dà l’ordine di grandezza: l’ente pubblico è il perno attorno a cui ruota la parte più grossa dell’economia.
Il perno che gira male
Eppure quel perno gira male. Per il 2023 la presidente Todde ha parlato di un avanzo disponibile di quasi 531 milioni, contro i 171 dell’anno precedente, e di circa 2 miliardi di risorse programmate ma non spese se si conta l’avanzo vincolato. È una stima di parte, riferita alla giunta precedente, ma l’assessore al Bilancio ha ricordato che la Corte dei conti ha più volte indicato avanzi elevati come segno di scarsa capacità di programmazione. Già nel giudizio sul 2022 i magistrati contabili avevano segnalato difficoltà di programmazione e spendita delle risorse, in costante peggioramento, con un fondo cassa di 2,9 miliardi. Risorse ferme, mentre le imprese pagano il denaro al 10%.
La regola dei 139 mila euro
Dove finisce la spesa che parte? Il quadro nazionale lo ha messo a fuoco l’Anac. Nel 2025 gli appalti pubblici italiani hanno raggiunto 309,7 miliardi di euro, con 287.421 procedure, di cui circa 20,8 miliardi finanziati dal Pnrr. Ma il dato che pesa è un altro: gli affidamenti diretti e le consulenze per servizi e forniture arrivano al 95% delle acquisizioni totali. L’anno prima il presidente dell’Autorità parlava di circa il 98% in termini numerici. Una cifra monstre.
Poi c’è l’addensamento. Gli affidamenti non concorrenziali tra 135 e 140 mila euro, a ridosso della soglia, sono passati da 1.549 nel 2021 a 13.879 nel 2025. Lo stesso presidente Anac aveva già denunciato l’eccesso di frazionamento artificioso degli appalti per restare sotto le soglie, dietro cui spesso si nascondono sprechi e infiltrazioni. Ogni singolo affidamento diretto è legittimo e rapido, ed è proprio per questo che le soglie diventano un bersaglio.
In Sardegna lo scenario è lo stesso, e il primo dato locale arriva dalla dashboard dell’Anac. Nel 2025 le procedure registrate per il territorio del Sud Sardegna sono 60.638, per un valore complessivo di 974.167.716,24 euro. Il valore medio per procedura è di circa 16mila euro (calcolo nostro, dal valore meramente statistico): una cifra così bassa dice che la grande maggioranza dei contratti è di importo basso, cioè nella zona in cui la legge consente l’affidamento diretto senza gara. È un dato aggregato, che non distingue ancora per tipo di procedura né per operatore. Quanto alle soglie, tra gli atti regionali del novembre 2025 c’è un affidamento diretto con importo stimato di 139mila euro e contratto da 137.150. Nessun indizio di irregolarità: è un esempio di come lavora la soglia. In una sentenza dell’ottobre 2025 il Tar Sardegna ha ravvisato limiti, almeno motivazionali, alla discrezionalità della stazione appaltante.
Il conto lo pagano i ragazzi
I posti di lavoro non mancano del tutto: tra il 2023 e il 2025 gli occupati sono saliti da circa 577 mila a 598 mila. Ma il salario non segue: le retribuzioni reali hanno perso il 15,2% dal 2008 al 2023, contro il -6,2% della media nazionale. Lavoro più diffuso e più povero spinge via chi ha un titolo di studio, chi ha ambizione, chi vuole crescere.
Nel 2019-2024 la Sardegna ha avuto un saldo di -2.151 giovani laureati italiani, compensato in parte da +1.213 stranieri: -938 in totale. La contabilità cambia se si guarda anche agli spostamenti interni: tra il 2019 e il 2025 il saldo di giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni è negativo per circa 6.900 persone. Le due cifre misurano cose diverse (periodi e perimetri differenti) e non vanno sommate. A livello di Mezzogiorno l’Istat spiega che tra il 2019 e il 2025 l’area ha perso 150 mila giovani laureati italiani, 122 mila verso altre regioni e 28 mila verso l’estero: la maggior parte non parte per il mondo, si sposta verso il Centro-Nord. E in casa la demografia non aiuta: il saldo naturale è di -11.467, e il saldo migratorio estero (+2.412) non basta a compensare.
La Banca d’Italia indica la strada: la produttività dipende da salari adeguati, capacità innovativa, transizione digitale e qualità del contesto istituzionale locale, fattori che appaiono in Sardegna meno sviluppati rispetto al resto del Paese. Inserire i giovani di talento non rientra tra le nostre priorità.
Quello che resta da misurare
Resta da stabilire chi incassa. I numeri descrivono un’economia in cui l’ente pubblico pesa moltissimo, spende come a livello nazionale in larga parte senza gara, ma non dicono se i soldi pubblici si concentrino in poche mani, né se questo accada in Sardegna più che altrove. Una concentrazione di fornitori, anche alta, non è di per sé un illecito: può dipendere da mercati piccoli, da pochi operatori qualificati, da lavori specialistici.
Il punto di partenza è quello del Sud Sardegna: 60.638 procedure registrate nel 2025, per 974 milioni di euro, con un valore medio di circa 16mila euro.
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