L’autobiografia di Camilla Lunelli, dall’Onu alle bollicine
«Non pensavo di entrare nell’azienda di famiglia subito dopo la laurea. Volevo mettermi alla prova. Amo le vie tortuose di montagna». Sentieri tortuosi ne ha percorsi, Camilla Lunelli. Si è trasformata: da operatrice della cooperazione internazionale nei posti più poveri del mondo a ambasciatrice del vino italiano tra le star di Hollywood agli Oscar e tra i piloti di F1. A 51 anni ha raccontato la metamorfosi in una biografia, «Un’arte di famiglia», in uscita per Sperling & Kupfer il 6 ottobre (già in vendita online). Scritta in notturno, di ritorno dall’ufficio e dai viaggi come manager del Gruppo Lunelli, dove guida la comunicazione e relazioni esterne delle aziende di famiglia.
Dal 2004, con i cugini Matteo e Marcello e il fratello Alessandro, si è dedicata alla trasformazione iniziata negli anni 80 della roccaforte dolomitica delle bollicine in una rete di tenute a Trento e in altre tre regioni, con il Prosecco Docg di Bisol, con una storica distilleria(Segnana), un’azienda di bibite (Cedrata Tassoni) e un ristorante stellato (Locanda Margon). Il libro è un viaggio tutto da leggere tra storia personale, avventure, traguardi aziendali. Un percorso di coraggio imprenditoriale, saggezza montanara e tanta fatica. Con qualche episodio spassoso.
Come quando, dopo la laurea con lode alla Bocconi e il periodo da Deloitte, Camilla vola in Niger. Il primo incontro nella sua camera è con un topone in fuga. Le esce un urlo: «Il y a un rat!». E il receptionist risponde: «Non, mademoiselle, il n’y en a pas». In effetti il topo non c’era più: la prima lezione di fatalismo locale. In una missione nel deserto del Ténéré l’auto si ribalta e vola sulle dune. In un’altra tutti svuotano le valigie per imbottire lo pneumatico forato con i vestiti «come fosse un tacchino ripieno». E si riparte. A Kampala, cercando una bottiglia per festeggiare il ricongiungimento con il fidanzato Stefano (attuale marito e padre di tre figli), Camilla entra in un negozietto e scopre due bottiglie di Ferrari Brut, arrivate chissà come da Trento.
Mentre Camilla controlla di notte centinaia di piccoli nascosti nell’ospedale per non essere rapiti e trasformati in bambini soldato, la cantina fondata nel 1902 dal burbero Giulio Ferrari e ceduta in cambio di una montagna di cambiali per 30 milioni di lire a Bruno Lunelli, sembra un miraggio. Gino, uno dei cinque figli di Bruno, chiamava Camilla ogni domenica mattina con una litania irresistibile: «Popa, quando torni?». Nel 2004, quando lo zio le dice che il responsabile comunicazione sta lasciando l’azienda, Camilla torna e inizia la seconda vita. Sulle orme di nonno Bruno, artigliere e gestore di un negozio di prodotti coloniali. Fu il primo a lanciare le bollicine Ferrari sul mercato. Giulio Ferrari produceva poco più di 8.000 bottiglie e le vendeva in casa. Bruno Lunelli creò una distribuzione prima locale poi nazionale, arrivando nel 1969 a 100mila bottiglie. Il figlio Mauro, padre di Camilla e Alessandro, nel 1972 propose di creare una riserva dal lungo invecchiamento. «Lascia perdere bocia», ragazzino, gli risposero con affetto i fratelli Franco e Gino. «Mio padre mise da parte, in gran segreto, 5.000 bottiglie di una cuvée speciale», racconta Camilla. Un tesoro tornato alla luce nel 1980: così è nato «un vino che non aveva pari in Italia,il Giulio Ferrari Riserva del Fondatore».
Stare sulla tolda di Cantine Ferrari significa anche brindare con personaggi entrati nella storia. Come Helmut Kohl che incontrò Romano Prodi nel 2004 a Villa Margon. «Temevo – scrive Camilla Lunelli – che la sedia seicentesca su cui Kohl si era voluto sedere non reggesse la stazza di quel personaggio».
Il passaggio di consegne dalla seconda alla terza generazione avviene nel 2005 «quando Matteo e io eravamo appena trentenni e Marcello poco più grande». Passa un anno e nella villa di rappresentanza alta su Trento arriva il presidente Ciampi: ha un malore, si stende sul letto dove dormì Carlo V. Poi spiega ai giornalisti «con ironia tipicamente toscana, che si era trattato solo di una scusa per sdraiarsi sul letto del re».
Intanto crescono le bollicine stappate anche da calciatori come Paolo Rossi e da presidenti come Sandro Pertini. Al campionato mondiale Champagne & Sparkling Wine, a Londra, Ferrari viene proclamato produttore dell’anno, per otto volte. Camilla vola a Los Angeles tra le star, ai party con Elton John. Ai box della F1 Ferrari diventa il vino che viene spruzzato dal podio. Al Gran Premio di Imola del 2021, incrociando Charles Leclerc, la manager si presenta con un sorriso: «Sono l’altra Ferrari!».
Alla comunicazione, Camilla ha affiancato la sostenibilità. Nel libro racconta la conversione al metodo biologico di tutti i vigneti di proprietà. E l’impegno nei progetti sociali, dedicati anche ai bambini del mondo, tra povertà e guerre (i proventi del libro vanno a Save the Children). Un modo per far convivere la Camilla cooperante e la Camilla manager di Cantine Ferrari.
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