Alle 5.30 squilla la sveglia. È la responsabile della cucina ad avere il compito di scandire il primo suono della giornata per le ventisette sorelle che stanno ancora riposando. Hanno dai 94 ai 36 anni, cui si aggiunge una “aspirante” di 26. Sono tutte italiane, tranne una boliviana e una rumena.
Nelle celle — pareti bianche, un lavabo, una scrivania, un piccolo armadio e il letto — ci si prepara alla meditazione personale. Qualcuna resta a pregare in stanza, altre preferiscono dirigersi verso il coro, in cappella, o passeggiare nell’ampio chiostro, contemplando le immagini affrescate della Via Crucis.
Alle 6.55 la campana richiama la comunità alla celebrazione delle Lodi, il momento di preghiera che precede la messa delle 7.30. Tra i banchi della chiesa siedono diversi “fedelissimi”: uomini e donne che, prima di iniziare la giornata lavorativa, si concedono una pausa dalle clarisse di Santa Lucia di Foligno.
Siamo in provincia di Perugia, in una città che occupa un posto centrale nella vicenda umana e spirituale di san Francesco. Fu qui, nel 1205, che il santo vendette il cavallo e le preziose stoffe prelevate dal fondaco paterno per ricavarne il denaro da destinare al restauro della chiesa di San Damiano, dopo l’invito ricevuto dal Crocifisso. È uno dei primi gesti concreti della sua spoliazione, il cammino di rinuncia ai beni terreni che avrebbe segnato la sua conversione. Fu qui che nacque anche la prima casa francescana: nel 1213, il santo accettò una casupola, nei pressi dell’attuate chiesa di S. Francesco, dove sorse un primo ospizio francescano.
Fondato nel 1424, il monastero di Santa Lucia è il primo legato all’Osservanza francescana nell’Italia centrale. Sorge nel cuore della città: uno spazio di silenzio dentro la città, fedele allo stile della clausura clariana.
«Mentre i monasteri benedettini erano isolati, per sottolineare anche la dimensione della fuga mundi, Chiara volle mantenere la clausura, la separazione materiale, ma in contatto e in dialogo con la città», spiega suor Angela Emmanuela Scandella, 66 anni, che da 44 vive in questo monastero. È arrivata da Brescia, con il nome di battesimo Emilia, una laurea in Lettere antiche pronta per essere discussa alla Cattolica di Milano.
Nel parlatorio una grata in ferro divide in due la stanza, secondo la regola della clausura papale che prevede una separazione evidente. Tè freddo e biscotti fatti in casa vengono offerti attraverso una piccola ruota in legno. In un angolo, un mobiletto espone i prodotti delle monache: marmellate, biscotti e piccoli oggetti di artigianato. Le icone alle pareti sono “scritte” nel laboratorio di questo edificio del Quattrocento.
Nel Duecento Chiara e le consorelle vivevano in spazi ristretti per una cinquantina di donne, a San Damiano, a 15 chilometri da qui, monastero oggi custodito dai frati minori. Una concezione dello spazio diversa da quella dei secoli successivi. A Santa Lucia, invece, c’è un ampio chiostro attorno al quale si affacciano tutti gli ambienti comuni: il coro a ferro di cavallo, speculare al refettorio.
«C’è una continuità, perché la comunità riunita è sacramento della presenza del Signore. Come c’è la mensa dell’Eucaristia, c’è la mensa in cui si spezza il pane». È questo il senso della processione che le monache compiono ogni volta che passano dal coro al refettorio, cantando o recitando un salmo. «Prendere il pasto nel rendimento di grazie è un gesto “liturgico” anch’esso».
La giornata trascorre secondo un ritmo preciso, scandito dal suono della campana che segna i tempi della preghiera, del lavoro e del riposo. Quando osservo che, per concedere questa intervista, ha dovuto saltare due momenti del programma quotidiano, la monaca risponde che «la vita in un monastero ha una sua stabilità e, nello stesso tempo, una sua flessibilità. È questo che la rende umanamente bella, armoniosa. Credo sia molto importante custodire entrambe le dimensioni. È qualcosa che chiede costantemente una verifica».
«Oggi il mio servizio è essere qui, il più possibile tutta, con la testa e con il cuore. È ciò che unifica la vita. Un monastero è un luogo consacrato all’interiorità».
In questo, dice suor Angela, c’è un messaggio. «La nostra forma di vita contemplativa claustrale ha una parola forte da dire oggi. La dimensione del ritiro, la capacità di sospendere quello che si fa — la campana che ci chiama alla preghiera — è un richiamo al fatto che prima di tutto c’è l’opera di Dio, non la mia. Non è la campana che interrompe il lavoro: è la preghiera che armonizza i vari momenti e le diverse occupazioni. È la relazione con Dio che ci unifica, che ci permette di abitare il tempo, ogni momento come luogo di incontro con Dio. Da qui nasce questa sensazione di pace, questa tensione all’unità della vita, che spero si possa cogliere sempre quando si varca la soglia di un monastero».
È questo che spinge molti a cercare un contatto con le monache: mail, telefonate, colloqui di persona e incontri per gruppi.
«È costante, tutti i giorni e a tutte le ore. Anche nei tempi di silenzio arrivano messaggi con le situazioni più diverse: famiglie in difficoltà, malattie, situazioni molto pesanti che vengono affidate alla nostra intercessione. Paradossalmente questa grata, che a volte è contestata o appare come il segno di un passato incomprensibile, in realtà crea comunione, non distanza. Diventa un luogo di fiducia, dove si consegnano cose che ad altri non si direbbero».
Santa Lucia, la sua festa, la celebrazione della fondazione del monastero il 22 luglio e gli ex voto intorno all’effigie della santa mostrano che questo luogo è effettivamente un punto di riferimento per la città di Foligno e per coloro che hanno conosciuto le monache.
Un’altra sala, con oltre cinquanta posti, è lo spazio dove vengono accolti i gruppi che chiedono di trascorrere momenti di ritiro e di incontro con le sorelle. Anche qui c’è la grata.
«In Umbria i monasteri osservano la clausura papale. Ora i nuovi documenti prevedono anche la possibilità di altre forme di clausura; in particolare, per il nostro ordine, c’è la possibilità di optare per una clausura costituzionale, cioè definita dalle costituzioni che eventualmente un monastero assume».
Come tutti i monasteri, anche i clariani sono sui iuris. «A un’autonomia di diritto che ci viene riconosciuta dalla Chiesa e dai nostri documenti deve corrispondere sempre più un’autonomia di fatto: una capacità di governo, di formazione, di contatto con la realtà ecclesiale locale e la possibilità di un sostentamento economico».
Santa Lucia fa parte della Federazione Santa Chiara e Sant’Agnese d’Assisi, che suor Angela Emmanuela ha diretto per dodici anni. Le Federazioni, più che rispondere come in passato a un criterio geografico, oggi si ritrovano sulla base di alcune affinità.
«Per esempio, fare una formazione comune o scegliere determinate forme esteriori, come la grata invece di una semplice balaustra in segno di separazione».
Ma qual è l’elemento unificante del carisma? Cosa rende consorelle le clarisse di Foligno e quelle del resto del mondo?
«Custodire, nel dialogo fecondo con l’oggi, i valori essenziali della nostra forma di vita: una vita secondo il Vangelo. Questa è l’intuizione che Chiara, in modalità contemplativa e non apostolica, ha recepito da Francesco, facendo tesoro anche delle esperienze spirituali che in quel tempo erano fiorenti».
Due sono le dimensioni che uniscono tutti i monasteri clariani: altissima povertà e santa unità. Sono aspetti che spesso vengono descritti come distinti, ma che suor Angela preferisce vedere «come inseparabili l’uno dall’altro. Perché la povertà è pedagogica alla santa unità, cioè alla comunione. E questo è il riflesso quaggiù del mistero della vita di Dio, mistero di povertà e di comunione. Staccata dalla comunione fraterna, anche la povertà diventa un’ideologia».
di Vittoria Prisciandaro
Giornalista Giornalista «Credere» e «Jesus» Periodici San Paolo
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