Questa mattina vi avevamo raccontato i nuovi conti dello Stato, con il deficit 2027 al 3,4% e lo spazio straordinario diviso tra energia e difesa. Ci eravamo salutati con una domanda rimasta in sospeso, la più semplice di tutte: a chi andranno quei soldi? La risposta viaggiava già verso le Camere dentro la relazione partita nella notte, poi nel corso della giornata è venuta fuori riga dopo riga. Abbiamo preso ogni destinazione e l’abbiamo appoggiata sull’elenco scritto ad agosto dalla Commissione europea, che somiglia parecchio a un regolamento d’ammissione.
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Una formula larga e una percentuale precisa
Il Governo ha scelto parole che abbracciano quasi tutti: i fondi andranno «a misure in favore di famiglie, studenti, imprese, pubbliche amministrazioni e al settore delle infrastrutture». Poi il testo scende capitolo per capitolo, come ha ricostruito con precisione anche il Sole 24 Ore, fino a toccare il biometano e gli impianti sportivi.
Dietro quella cifra c’è una percentuale. Per l’energia la clausola vale circa lo 0,3% del Pil in ciascuno dei due anni, la stessa quota che il comunicato del Consiglio dei ministri del 2 ottobre riserva alla difesa. Sono soldi che l’Italia prende a prestito, con il permesso dell’Europa di uscire dal sentiero di spesa concordato; gli interessi su quel debito restano a carico nostro.
Rispetto alle comunicazioni del ministro dell’Economia al Parlamento del 5 agosto, la parte energetica è rimasta intatta. A restringersi è stata la quota militare, scesa dallo 0,9% allo 0,6% del Pil cumulato, così oggi le due metà pesano uguale.
Per chi va a scuola in pullman la risposta è ancora a metà
Agli studenti la relazione dedica una sola frase, quella sulle «misure finalizzate a favorire l’utilizzo del trasporto pubblico». È il capitolo che molte famiglie aspettano con più impazienza, eppure il testo tace proprio su ciò che serve sapere davanti allo sportello dell’azienda dei trasporti, cioè se arriveranno sconti o viaggi gratuiti e con quali soglie di reddito.
Il precedente più vicino aiuta a farsi un’idea. Il bonus trasporti nato con il decreto-legge 50 del 2022 copriva fino a 60 euro di abbonamento per chi aveva un reddito fino a 35mila euro, soglia poi scesa a 20mila nel 2023. Il bilancio finale di quella seconda edizione, pubblicato dal Ministero del Lavoro, conta 2.792.906 voucher riscattati per circa 142,7 milioni di euro, con un valore medio intorno ai 51 euro e il 60,34% dei buoni finiti a ragazzi e ragazze sotto i trent’anni; lo stesso ministero presentava la misura come una risposta al caro energia.
Su questo punto la strada si fa in salita. Gli orientamenti della Commissione lasciano fuori dalla clausola «i sostegni basati sul reddito o altri sussidi intesi ad attenuare l’impatto dei prezzi elevati dell’energia»: un voucher identico a quello di allora, legato al reddito e pensato come ristoro, rischierebbe di inciampare proprio lì. Bruxelles considera però indicativo il proprio elenco e giudica ogni misura caso per caso… molto dipenderà da come il Governo disegnerà l’aiuto e da quanto saprà legarlo a un minore consumo di fonti fossili.
Le famiglie e quella caldaia da cambiare
Per le famiglie si parla di un contributo per interventi conformi a quanto previsto dalle Comunicazioni della Commissione europea: un rinvio che sulle prime sembra burocratico e che invece ha un contenuto preciso, perché tra le spese ammesse per le abitazioni Bruxelles elenca le sovvenzioni per sostituire le caldaie a combustibili fossili con pompe di calore, quelle per il solare e la geotermia domestica, per gli accumuli di casa e per le colonnine di ricarica dell’auto elettrica, oltre a sovvenzioni o prestiti agevolati per le ristrutturazioni medie o profonde. Il contributo, quando avrà le sue regole, riguarderà lavori e impianti nuovi.
Fabbriche energivore: ritorna l’Energy Release
Sul fronte delle imprese il Governo vuole spingere la produzione rinnovabile e la decarbonizzazione, contenendo intanto i costi energetici di chi è più esposto. Gli strumenti citati sono misure per gli impianti fotovoltaici, il rafforzamento della capacità idroelettrica, la promozione del biometano e una nuova Energy Release.
Quel nome, nelle aziende che consumano molta elettricità, non suona nuovo. Nella versione 2.0, secondo le regole del GSE, il gestore cede energia per 36 mesi alle imprese energivore; loro si impegnano a far costruire nuovi impianti rinnovabili, con i quali restituiscono quell’energia nei vent’anni successivi. Le manifestazioni d’interesse, ammesse anche in cordata con un’impresa capofila, si sono chiuse il 3 marzo 2025, sulla base del decreto-legge 181 del 2023 e del decreto ministeriale 268 del 2024, ritoccato nel 2025.
Della nuova edizione la relazione non rivela prezzi né quantità. La scelta del modello pesa comunque, perché un’energia anticipata in cambio di nuovi pannelli o nuove turbine lega il sollievo sui costi a un investimento. È la logica che Bruxelles predilige quando assegna la priorità alle famiglie e alle imprese più vulnerabili, energivore comprese, la stessa che la porta ad ammettere i contratti bidirezionali per differenza per l’energia pulita o gli incentivi alle tecnologie di decarbonizzazione industriale.
Corsie d’ospedale, aule, palestre e binari
La quota per le pubbliche amministrazioni servirà a migliorare l’efficienza energetica e a installare rinnovabili negli edifici pubblici, con un riferimento esplicito alle strutture del Servizio sanitario nazionale, agli edifici scolastici e universitari e agli impianti sportivi. Pensate a un ospedale acceso giorno e notte, o a una palestra comunale da scaldare per tutto l’inverno: bollette che gravano sui bilanci di aziende sanitarie, Comuni, Province e atenei. L’elenco europeo copre questi edifici in pieno, ammettendo la produzione e lo stoccaggio di energia rinnovabile sul posto oltre alle ristrutturazioni medie o profonde.
Sui binari la corrispondenza è altrettanto netta. La relazione prevede investimenti nelle infrastrutture ferroviarie al servizio della mobilità sostenibile, la stessa voce che Bruxelles indica parlando di rete ferroviaria e materiale rotabile. Se gli enti accederanno ai fondi con bandi o con assegnazioni dirette, lo stabiliranno i provvedimenti attuativi.
Il perimetro tracciato da Bruxelles
Gli orientamenti con cui la Commissione ha esteso la clausola alla sicurezza energetica ammettono soltanto misure decise dopo il 28 febbraio 2026 e finanziate con risorse nazionali. Lasciano fuori, nero su bianco, la riduzione delle accise o di altre imposte sui combustibili fossili, i prezzi fissi, le sovvenzioni ai combustibili fossili e gli interventi che producono soltanto risparmi indiretti.
Nel dibattito sulla manovra se ne parla poco, eppure la conseguenza tocca tutti: con questi 14,4 miliardi non si potranno tagliare le accise sui carburanti né fare sconti generalizzati in bolletta. Se il Governo volesse percorrere anche quella via, dovrebbe cercare le coperture nel bilancio ordinario.
I tetti sono due, lo 0,3% del Pil all’anno e lo 0,6% cumulato nel triennio 2026-2028. Con l’attivazione attesa per ottobre, l’Italia concentra tutto il margine sul 2027 e sul 2028.
Il peso sul debito e l’ombra di prezzi ancora alti
Per un Paese sotto procedura per deficit eccessivo, la clausola nasconde un’asimmetria che l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica ha descritto con efficacia: per uscire dalla procedura si guarda al disavanzo che comprende anche queste spese. Il Documento programmatico sostiene che, tolto l’effetto della clausola, il rapporto tra deficit e Pil resterebbe sotto il 3% per tutto l’orizzonte di previsione; se le previsioni di primavera 2027 della Commissione confermassero questi andamenti, il Consiglio potrebbe chiudere la procedura sulla base del consuntivo 2026.
Nello stesso testo il Governo scrive che per il 2027 non servirebbe una correzione dei conti, mentre nel 2028 e nel 2029 si aprirebbero spazi per una manovra moderatamente espansiva. C’è anche una simulazione che parla direttamente a chi teme nuove fiammate: se i prezzi dell’energia seguissero una dinamica «meno favorevole», la crescita del Pil perderebbe 0,2 punti nel 2027 e 0,1 punti nel 2028 rispetto alle stime di base, per poi recuperarne 0,1 nel 2029, l’anno in cui la simulazione immagina il rientro dei prezzi…
L’altra metà, quella per la difesa
Le risorse gemelle destinate alla difesa accompagneranno, scrive il Governo, il «progressivo rafforzamento delle capacità operative e tecnologiche, in coerenza con gli obiettivi assunti in ambito Nato», tra spese correnti a partire dal personale e investimenti per realizzare o rifinanziare programmi pluriennali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha detto di comprendere le ragioni del ridimensionamento, mentre dalle opposizioni le critiche si sono concentrate proprio sulla quota militare.
Le prossime date da segnare
Si comincia in Parlamento. Il 13 ottobre il Parlamento è chiamato a votare il Documento programmatico di finanza pubblica insieme alla relazione sullo scostamento, che per passare ha bisogno della maggioranza assoluta dei componenti, come vuole l’articolo 6 della legge 243 del 2012: una soglia che obbliga la maggioranza a presentarsi compatta.
Poi la partita si sposta in Europa, dove la richiesta italiana deve ottenere la raccomandazione della Commissione e l’approvazione del Consiglio, secondo l’articolo 26 del regolamento Ue 2024/1263. Nel calendario tracciato ad agosto Bruxelles metteva in conto le raccomandazioni a settembre e il voto dei ministri nella sessione Ecofin di ottobre.
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