Oggi più che mai il Patto per il Mediterraneo «può essere accelerato». Sulla stessa rotta del Piano Mattei italiano, «per noi un modello». Dubravka Šuica, commissaria Ue per il Mediterraneo e responsabile per la demografia, già vicepresidente della Commissione, eurodeputata e sindaca di Dubrovnik, guida da un anno i lavori sul nuovo Patto per il Mediterraneo e per rafforzare l’asse Ue con i partner del Medio Oriente, del Nord Africa (MENA) e del Golfo. Reduce dall’Assemblea Onu e dalla riunione con il Board of Peace, e a Roma per l’intervento al Forum Euromediterraneo dell’Acqua, Šuica guarda alla crisi energetica come a un’occasione per stringere i tempi sul piano di cooperazione con i paesi del nord Africa, in primis il Marocco. E ammette la necessaria «flessibilità» sul Green Deal.
Commissaria cosa cambia, dopo il conflitto in Iran, nella strategia del Patto per il Mediterraneo? Vede più criticità o opportunità?
«Partiamo dalla sua importanza. È stata la presidente Ursula von der Lyen a voler sottolineare l’attenzione verso il Mediterraneo. È stata istituita una Direzione generale completamente nuova, come la mia, chiamata DG MENA: Medio Oriente, Nord Africa più Golfo. E guardi, anche se i Paesi del Golfo non sono geograficamente mediterranei, senza il Golfo non si può guardare a questa regione. Lo sapeva che il Mar Mediterraneo rappresenta solo l’1% degli oceani del mondo ma vale il 25% del commercio mondiale?».
Come dire che l’Europa ha avuto un bel tempismo nel lanciare questo Patto, per come sono andate le cose da marzo. Ma ora?
«La storia degli ultimi mesi è la conferma della strategicità dei tre temi al centro del Patto (migrazione, energia e sicurezza) per i nostri nove Paesi mediterranei del nord, Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Croazia, Slovenia, Grecia, Cipro e Malta, quanto per paesi del Mediterraneo del sud. Ma, soprattutto se parliamo di clima e ambiente, le due metà del Mediterraneo hanno standard diversi. Ed è qui che diventa cruciale il nostro ruolo».
Nell’allineare certi standard? Mi faccia un esempio.
«Prendiamo l’energia. L’Europa vuole abbandonare i combustibili fossili, essere più indipendente nella produzione di energia e diversificare al massimo. Ma non abbiamo risorse sufficienti e, non ancora, una produzione rinnovabile adeguata. Ecco perché è importante un asse forte con il Mediterraneo del sud che, tra l’altro, ha costi di produzione più bassi. In Egitto o in Marocco parliamo di meno 30-40%».
A patto che siano disponibili in tempi brevi le interconnessioni.
«Il progetto di collegamento Tunisia-Italia, 220 chilometri, è avviato. Un altro dovrebbe essere costruito tra Marocco e Spagna. Ma vedremo. Il terzo è in fase di procedura, ma molto complicato, tra Egitto e Grecia. Però sono progetti a medio-lungo termine».
La crisi può accelerare?
«Certo, può essere un’opportunità. Ma chi costruisce queste infrastrutture? Ancora una volta le aziende Ue. E il mio lavoro è proprio invitare le aziende europee, comprese le italiane, ad andare lì a investire».
Lo stanno già facendo.
«Lo fanno nei Paesi in cui il loro capitale è al sicuro, dove ci sono le condizioni, dove c’è lo Stato di diritto; altrimenti non ci vanno. Lo stesso vale per la Bers e la Bei: anche noi non andiamo se il nostro denaro non è al sicuro».
Quindi, la missione del Patto è anche quella di allargare la base di investimento?
«Cerchiamo di far capire che serve lo stesso livello di democrazia, di Stato di diritto e così via. È una questione di standard. E qui ha il suo peso anche la migrazione. Abbiamo l’opportunità di creare posti di lavoro in paesi in cui ci sono molti giovani e non c’è la crisi demografica che conosciamo in Europa. Nello stesso tempo affrontiamo le cause profonde della migrazione».
In che senso? Il caso Ceuta non è incoraggiante.
«Voglio essere chiara: sappiamo bene che abbiamo bisogno di forza lavoro di un certo tipo. E non parlo solo di medici: pensi agli infermieri, agli ingegneri. Ma non ho in mente una fuga di cervelli: solo canali legali, ovviamente, partenariati con i governi per attrarre talenti».
Ne avete già stretti?
«Lo abbiamo fatto con l’Egitto e il Marocco. Ceuta è tutt’altra cosa. Si trattava di migrazione illegale, che noi combattiamo con ogni mezzo: è per noi un’opzione inaccettabile. Definire incidente quello che è successo, non basta: è stato un incidente enorme. Purtroppo né la Spagna né il Marocco sono stati abbastanza allertati. Due o tre mila persone sono ancora lì, donne, minori. Ma è complicato: non possiamo rimandarli indietro, è la Spagna che deve farlo».
Tornando alla sicurezza energetica, qual è il ruolo dell’Italia, secondo lei? E che connessione c’è tra il Patto Ue per il Mediterraneo e il Piano Mattei italiano?
«Il Piano Mattei è un modello per noi, per il nostro Patto. Mi creda, un modello. Naturalmente il Piano italiano riguarda tutti i Paesi africani, mentre quello Ue solo il Nord Africa e il Medio Oriente. Ma lo riteniamo eccellente. Tiene conto del cambio di passo. Tutti questi Paesi del Nord Africa sono sovrani, non vogliono che gli si imponga nulla. Ora c’è la cooperazione. E quindi puntiamo ad accordi di partenariato strategico, guardiamo alle loro esigenze. Come quello con la Giordania, l’Egitto o la Tunisia».
E il Marocco?
«Avevamo iniziato ad approfondire un accordo, ma ora la situazione è un po’ delicata. Vediamo come si risolverà con la Spagna, e poi andremo avanti. Perché il Marocco è il Paese economicamente più avanzato ed è un ponte verso l’Africa anche subsahariana».
Facciamo un passo indietro al Green Deal. La crisi dimostra che non funziona. Abbiamo rinunciato al 20% raffinazione. Siamo troppo dipendenti dall’estero. E non abbiamo contratti a lungo termine. Dobbiamo cambiare più di qualcosa, forse.
«Quando è nato il Green Deal europeo, io ero membro della Commissione, vicepresidente nello scorso mandato. Era la nostra priorità. Ma ora la situazione geopolitica è completamente cambiata, e dobbiamo essere flessibili, è evidente. Ma manteniamo la rotta degli obiettivi 2030 e 2050 sulle emissioni zero. Vediamo bene cosa sta succedendo anche con l’industria automobilistica in Germania e altrove. Ma dobbiamo comunque mantenere la rotta: perché chi salverà questo pianeta se non noi? Anche l’acqua sta diventando un problema nel mondo. Dobbiamo davvero riflettere, dobbiamo lavorare in parallelo. Cercare di trovare il modo di conciliare le cose senza distruggere ciò che abbiamo».
Quindi un ritocco ci sarà?
«Certo, dobbiamo mantenere la rotta con flessibilità. Le ho detto che siamo flessibili, ma non cambieremo le tappe fondamentali. Dobbiamo tenere conto della Cina, dell’America e dell’India, in forte crescita. E vogliamo restare competitivi come Unione europea. Dobbiamo farlo. Insomma, dobbiamo adattarci un po’».
Anche sulle materie prime critiche l’Europa ha un problema.
«Per questo stiamo ampliando i nostri accordi commerciali, con il Canada, l’India, il Mercosur, la Nuova Zelanda, l’Australia. E chiuderemo presto con le Filippine»
E con gli Usa?
«Siamo alleati, naturalmente, ma non sempre stabili. E poiché non vogliamo dipendere da nessuna amministrazione, cerchiamo di non dipendere troppo nemmeno dagli Usa. Meglio avere partner in tutto il pianeta, come stiamo facendo. Ma dobbiamo restare uniti: se non siamo uniti come 27, c’è un problema».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link







