Verso una legge finanziaria che la situazione del debito pubblico (col mancato raggiungimento dell’obiettivo di uscita dalla procedura Ue d’infrazione) imporrebbe di estremo rigore mentre la fase pre-elettorale spinge verso un allentamento della severità nella spesa. Dinanzi a questo dilemma, in che modo essa sarà approcciata? Il ministro Giancarlo Giorgetti riuscirà ad arginare le tante richieste? È utile mettere a confronto le opinioni poiché i contenuti della manovra incideranno sull’andamento dell’economia, sullo stato dei conti pubblici, sulla capacità di spesa degli italiani.
La manovra deve riuscire a fare rientrare il deficit pubblico al 3%, confermando la positiva strategia sui conti avvenuta finora, secondo Giampaolo Galli, docente all’università Cattolica di Milano: «Per l’anno prossimo il governo ha già deciso di spendere lo 0,3% del Pil per la sicurezza energetica, nell’ambito della clausola di salvaguardia per le spese militari decisa dall’Ue nel programma RearmEu. Ma il ministro Giorgetti ha ribadito l’obiettivo di stare sotto al 3% il prossimo anno. Se questo avverrà, il governo potrà vantare di aver lasciato in eredità una finanza pubblica risanata, anche se la formalizzazione avverrà nella primavera 2028, probabilmente dopo le elezioni. Naturalmente, questa scelta sarebbe in tensione con le richieste di gran parte della maggioranza in un anno preelettorale. Sapremo nei prossimi giorni se prevarranno gli inviti alla prudenza di Giorgetti o le richieste della maggioranza».
Il fisco dovrebbe essere tra i capitoli prioritari e significativi della legge di bilancio per Alberto Mingardi, docente alla Iulm di Milano e tra i fondatori del centro studi Bruno Leoni: «Un capitolo fondamentale della finanziaria dovrebbe essere quello del sistema fiscale. Il problema del nostro fisco è che ciò che ci porta «sopra» un nuovo scaglione è tassato in modo molto pesante. E ci suggerisce che sarebbe meglio fermarci prima, non arrivare a quella soglia. Il che è il contrario di quello che serve per crescere. Se la legge di bilancio affrontasse questa questione non scasserebbe i i conti e risolverebbe alcuni problemi legati alla crescita».
Guai a infrangere il rigore dei conti, anche se ci si trova in periodo pre-elettorale.
Il nodo del rigore e il ruolo della maggioranza
Il richiamo è di Nicola Rossi, docente all’università di Roma Tor Vergata: «La gestione dei conti pubblici è il risultato più importante conseguito dall’attuale governo. Negli ultimi trent’anni non sono mancati periodi caratterizzati da politiche di bilancio disciplinate ma i governi del tempo avevano sempre addossato all’Ue la responsabilità di quelle politiche. Al contrario, l’attuale governo ne ha rivendicato la responsabilità e ha sempre sottolineato che politiche di bilancio prudenti sono, innanzitutto, nell’interesse degli italiani. Il ministro dell’Economia lo ha detto recentemente con grande chiarezza: «Quando un Paese perde il controllo del debito non sceglie più: subisce». Se c’è una maniera giusta per essere sovranisti, questa lo è. Perciò l’auspicio è che la finanziaria non esca da questi binari».
Deficit oltre il 3% nel 2027.
Le stime sul deficit e il contesto macroeconomico
Dice Lorenzo Forni, direttore di Prometeia, la società di ricerche economiche fondata da Beniamino Andreatta: «Le finanze pubbliche sono in linea con le attese, ma lo spazio di manovra fiscale si sta riducendo. Nel periodo gennaio-agosto, il fabbisogno del settore statale ha raggiunto i 99,7 miliardi di euro, 15 miliardi in più rispetto all’anno precedente. È probabile che una manovra di bilancio pre-elettorale spinga il deficit oltre la soglia del 3%. Perciò secondo le nostre previsioni il deficit delle amministrazioni pubbliche subirà un temporaneo aumento al 3,2% nel 2027, riflettendo gli effetti della riduzione dell’imposta sul reddito, dell’aumento delle prestazioni sociali e del sostegno agli investimenti per la transizione energetica. Però a partire dal 2028 il deficit dovrebbe scendere sotto il 3%. Il debito pubblico è previsto attestarsi al 138,6% del Pil sia nel 2026 che nel 2027, massimo storico del dopoguerra (escludendo gli anni di picco della crisi Covid-19)».
Una riflessione sull’incidenza dell’economia sul voto è quella di Andrea Roventini, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna e a Sciences Po (Parigi): «Mi pare che il governo si trovi tra l’incudine e il martello perché il rischio di stagflazione – alta inflazione e brusco calo del Pil – è molto concreto. L’esecutivo potrebbe decidere di giocarsi il tutto per tutto. Poi dipenderà dal clima dei mercati finanziari e dalla situazione internazionale. Viviamo in un mondo di policrisi e non sappiamo quello che potrà succedere nei prossimi mesi. Una nota positiva per il governo è che sembra che, purtroppo, l’economia non conti così tanto come in passato per vincere le elezioni. Spesso si riesce a distogliere l’attenzione degli elettori, concentrarla su battaglie identitarie come l’immigrazione. Questa potrebbe essere l’altra strategia per l’esecutivo, bypassando la legge di Bilancio».
Favorire il trasferimento del risparmio privato sul sistema produttivo.
Risparmio privato e investimenti produttivi
È una sorta di appello quello di Angelo Camilli, vice presidente di Confindustria: «La legge di Bilancio 2027 può contribuire a creare le condizioni per trasformare una parte del grande stock di risparmio privato e previdenziale in investimenti produttivi. Servono incentivi strutturali e stabili alla capitalizzazione e misure capaci di favorire l’incontro tra risparmio e impresa. Abbiamo stimato che destinando all’economia domestica l’1% dei risparmi delle famiglie oggi detenuti su conti correnti e depositi e il 2,5% delle risorse degli enti previdenziali si potrebbe attivare un flusso di circa 25 miliardi di euro: in pratica, una manovra in più».
La spesa pubblica come volano dello sviluppo.
L’efficienza della spesa pubblica per sostenere la crescita
Spiega Enrico Quintavalle, responsabile dell’Ufficio studi di Confartigianato: «La sfida della prossima manovra di bilancio sarà quella di trasformare la spesa pubblica esistente in un motore più efficiente di investimenti e produttività, data la bassa manovrabilità delle entrate, con l’Italia che nel 2026 registra un carico fiscale del 43,2% del Pil, superiore di 2,1 punti alla media dell’Ue. In caso contrario, il venir meno della spinta straordinaria del Pnrr rischia di lasciare l’economia italiana esposta a una combinazione di stagnazione, alta dipendenza energetica e minore competitività. Per recuperare spazi fiscali e rispettare i vincoli europei, è necessario intervenire sulla spesa pubblica a più bassa efficienza, più che su nuove entrate». (riproduzione riservata)
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