La Fondazione Pime sostiene il lavoro della Maison des Vieillards nell’aiuto ai più fragili alla periferia di Port-au-Prince segnata da povertà e violenze. “Servono aiuti e, in questo mese dell’ottobre missionario, bisogna tenere alta l’attenzione sui bisogni degli haitiani stremati da questa crisi dimenticata”, dichiara ai media vaticani il missionario laico Maurizio Barcaro
Valerio Palombaro – Città del Vaticano
Quasi 6.000 persone uccise o ferite nei primi nove mesi del 2026, più di 1.000 donne vittime di violenza sessuale e circa un milione e mezzo di sfollati interni. Gli ultimi dati forniti dalle Nazioni Unite su Haiti, ormai da almeno cinque anni in balia delle violenze della gang criminali, denotano che la crisi nel Paese più povero delle Americhe è lontana dal trovare una via d’uscita. Nonostante il proposito del governo ad interim di organizzare le elezioni per la fine di quest’anno, anche la Conferenza episcopale haitiana ha parlato a fine settembre di «discesa del nostro Paese nell’inferno» e di una situazione che «si sta deteriorando sotto i nostri occhi inorriditi».
Al fianco dei più fragili
Ma è proprio questo scenario apparentemente senza speranza che si rivela quantomai preziosa l’opera di chi aiuta i più fragili. Alla periferia nord della capitale Port-au-Prince, per il 90% sotto il controllo della gang criminali, c’è un presidio sicuro che in 26 anni non ha mai chiuso. È la Maison des Vieillards, la “Casa dei nonni” sostenuta da Fondazione Pime: un tetto, un pasto caldo al giorno e cure mediche per circa 30 anziani che, avendo perso la propria abitazione, si erano rifugiati nel cortile dell’ospedale generale della città o erano costretti a vivere per strada. Persone tra i 50 e i 90 anni che non hanno più una famiglia, o che la famiglia non è più in grado di mantenere.
Periferie violente
«Tutta la capitale è occupata dalle bande criminali tranne Pétion-Ville, il quartiere dove ci sono i benestanti, le ambasciate e le banche», evidenzia Maurizio Barcaro, missionario laico sostenuto dal Pime, che gestisce la Maison des Vieillards a La Plaine. Questo quartiere si trova tra “due fuochi”, tra due bidonville martoriate dalle violenze: Cité Soleil e Canaan. Dopo il terremoto del 2021, migliaia di famiglie hanno occupato la collina di Canaan, all’uscita nord di Port-au-Prince, trasformandola in una enorme baraccopoli che oggi è la base di una delle bande armate più potenti della capitale. Anche a La Plaine, racconta Barcaro, «ci sono giovani banditi dappertutto» ma il centro rimane un presidio sicuro e un’oasi di speranza.
L’opera di accoglienza non riguarda solo gli anziani. «Abbiamo un grosso progetto nel campo dell’educazione, che offre scolarizzazione gratuita per circa 3.700 bambini provenienti dai quartieri poveri», dichiara Barcaro. Il sostegno del Pime ha permesso infatti la costruzione di una scuola anche a Jérémie, nel sud del Paese. Questi progetti a sostegno della scolarizzazione dei bambini puntano a essere ampliati, mentre la casa per gli anziani «deve rimanere una casa, nel senso che quando i numeri salgono si spersonalizzano i contatti mentre attualmente è un tetto sicuro in cui vivere come una famiglia». Tra gli ospiti c’è il “veterano”, arrivato nel 2003 dopo essere stato trovato in un angolo del cortile dell’Ospedale generale di Port-au-Prince: nessuno pensava sarebbe sopravvissuto, e invece da 23 anni è il punto di riferimento di tutti gli anziani della struttura. C’è chi, nonostante la cecità, conosce a memoria ogni percorso della casa e non manca una messa domenicale. C’è una nonna che passa le giornate sotto gli alberi del cortile a parlare con le altre signore, il cui viso si illumina quando la pronipote quindicenne viene a trovarla e la pettina.
Il controllo del territorio
Fuori da qui le gang criminali tengono sotto scacco il Paese, controllando tutte le vie d’uscita dalla capitale. «Port-au-Prince è come il cervello di Haiti, ma se il cervello è malato di conseguenza anche il resto è malato — racconta il missionario —. Le strade principali che escono dalla capitale sono già poche e sono tutte controllate dalla bande criminali quindi per uscire dalla capitale si paga il pedaggio o, se non si paga, i banditi confiscano le merci o sequestrano le persone. Quindi dalla capitale non c’è una libertà d’uscita. Negli ultimi due e tre anni si è sviluppato una specie di commercio via barca, con imbarcazioni rudimentali, quindi i pedaggi sono molto più cari. Grazie a Dio il porto della capitale è presidiato molto bene dalle forze di polizia: ma anche lì i container che escono dal porto devono pagare i pedaggi per cui i prezzi delle merci aumentano a danno della povera gente».
Giovani in fuga
La missione multinazionale anti-gang, per cui l’Onu ha prorogato il mandato fino al 31 marzo 2027, non sembra in grado di offrire un contributo risolutivo. «Haiti è un Paese con uno scarso interesse geopolitico, non ha risorse naturali e quindi si trascina questa situazione anno dopo anno», commenta il missionario. Non c’è futuro e i giovani haitiani cercano di scappare. «Anche se finiscono gli studi, non c’è una via di uscita, non ci sono posti di lavoro», conferma Barcaro. Molti, nel corso degli ultimi anni, hanno attraversato il confine terrestre con la Repubblica Dominicana; tanti altri sono fuggiti negli Stati Uniti. Ma oggi sia dalla Repubblica Dominicana che dagli Stati Uniti vengono rimpatriati: finora circa 1.500 sono stati trasferiti nel Paese con voli speciali da Miami e Los Angeles, «ma spesso sono haitiani nati negli Usa che non conoscono né il Paese né la lingua e quindi vengono qui tra questa gente senza niente».Il rischio principale è che, nel circolo vizioso della povertà e della violenza, i giovani scelgano la via della criminalità. Vanessa Frazier, Rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per i bambini e i conflitti armati, ha denunciato che i minori rappresentano ormai circa il 40% dei membri delle bande criminali.
La scuola sostenuta dal Pime è rimasta l’unica ad offrire un’istruzione gratuita alla periferia nord di Port-au-Prince. «I bisogni sono tanti, ma sono sempre legati all’emergenza o alle esigenze di base: cibo, istruzione e sanità — osserva Barcaro —. Cerchiamo di avviare qualche azione strutturale che induca lo sviluppo nel Paese, ma è molto difficile e ogni volta che proviamo succede qualcosa o arriva qualche disastro naturale che riporta il pallottoliere a zero. Servono aiuti e, in questo mese dell’ottobre missionario, bisogna tenere alta l’attenzione sui bisogni degli haitiani stremati da questa crisi dimenticata».
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