#Finsubito news dalla rete – La consulenza finanziaria non è un fortino maschile


Nel panorama delle professioni italiane, la consulenza finanziaria rappresenta un caso quasi unico per la scarsa presenza femminile. 

Secondo la Relazione annuale dell’OCF, a inizio 2026, le donne iscritte all’albo dei consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede sono appena il 23,9%. Una percentuale che sale tra le nuove leve — il 34,7% delle candidate all’esame di abilitazione è donna — ma che resta comunque lontana dalla parità.

Il confronto con le altre professioni liberali è netto:

  • Avvocati: le donne rappresentano il 46,8% della professione in Italia 
  • Medici specialisti: le donne sono il 46,3% dei professionisti attivi nel 2024 
  • Commercialisti: la presenza femminile è in crescita costante e ha raggiunto il 34% nel 2024, con punte del 45% tra gli under 40 

Questi dati mostrano che non esiste una barriera strutturale all’ingresso delle donne nelle professioni ad alta responsabilità tecnica: quando l’accesso è regolato da concorsi, abilitazioni o percorsi universitari, la presenza femminile tende naturalmente a crescere fino a raggiungere — o superare — la parità.

Perché, allora, la consulenza finanziaria rimane così sbilanciata?

Una spiegazione convincente non va cercata nel mercato, né nelle competenze richieste, ma nella cultura familiare italiana che, per decenni , ha attribuito all’uomo il ruolo di gestore delle finanze, del risparmio e degli investimenti. In molte famiglie, ancora oggi, la relazione con il denaro è un’eredità simbolica: “i soldi li segue lui”. 

Questo schema culturale non crea una barriera formale, ma produce una autolimitazione silenziosa, che porta molte donne a non considerare la consulenza finanziaria come una professione “per loro”, pur avendo titoli, capacità e risultati perfettamente allineati alle altre professioni intellettuali.

Il dato delle nuove candidature all’esame OCF — con un 34,7% di donne tra gli aspiranti consulenti — suggerisce però che questa autolimitazione sta iniziando a incrinarsi. 

Quando la professione viene percepita come accessibile, moderna e non più legata a un immaginario maschile, le donne entrano, crescono e performano esattamente come nelle altre professioni.

In questo senso, la scarsità di donne nella consulenza finanziaria non è un destino, né un vincolo strutturale: è un retaggio culturale che si sta lentamente dissolvendo, e che può essere accelerato proprio attraverso una narrazione diversa della professione, più vicina alla realtà e più lontana dagli stereotipi familiari del passato.

In questo senso, mi si conceda una auto-citazione, trovo sempre attuale una riflessione pubblicata l’anno scorso all’interno del libro “Dove non era previsto”:

“Nel giugno 1985 venne lanciata una delle più note campagne pubblicitarie del Credito Italiano dallo slogan ‘La Banca in doppiopetto grigio’.

 Il Credito Italiano aveva realizzato il tema della campagna con l’aiuto dell’agenzia pubblicitaria Dabovich e delle splendide fotografie di Luciano Ferri. Dopo una serie di casting, era stata scelta Kelly Anderson come modella. Anderson è stata incoronata Miss America nel 1984 e nello stesso anno ha partecipato a Miss Mondo, dove si è classificata quinta.

 “La Banca in doppiopetto grigio” ha avuto un successo tale da ricevere il premio dell’European Financial Marketing Association come miglior pubblicità dell’anno.

 Aver incentrato il tema della campagna sulla forma femminile e sulla crescente presenza femminile nelle banche fu una delle numerose ragioni per cui ‘La banca in doppiopetto grigio’ è stata una pubblicità innovativa.

 “Bisogna poi sottolineare che l’approccio fu rivoluzionario per l’epoca. L’abito doppiopetto grigio rappresentava lo stile classico della tradizione e della serietà, mentre il colore grigio l’ordine e il rigore. La figura femminile suggeriva però simpatia, dinamismo, disponibilità al dialogo, vicinanza psicologica” – tratto dal sito di Unicredit-.

A guardarla ora, sembrerebbe un manifesto di emancipazione. Una donna che entra nel tempio della finanza vestita come un uomo, con gli stessi codici, lo stesso rigore, la stessa autorevolezza.

Ma era davvero così?

In realtà quella immagine raccontava più un desiderio che una realtà. Le donne nel settore c’erano, sì, ma dovevano ancora mimetizzarsi. Per essere riconosciute dovevano assomigliare agli uomini, vestirsi come loro, parlare come loro, lavorare più di loro. Il doppio petto non era un simbolo di parità, ma una corazza. Un lasciapassare. Un modo per dire: posso stare qui perché non disturbo l’ordine costituito.

La discriminazione non era dichiarata, era strutturale. Non ti dicevano “non puoi”, semplicemente non ti vedevano. E se fossi emersa, avresti dovuto farlo senza mai chiedere nulla in cambio. Niente eccezioni, niente attenuanti, niente protezioni. Dovevi essere brava il doppio, silenziosa il triplo.

Oggi lo scenario è cambiato, almeno in apparenza. Si parla di inclusione, di diversità, di quote rosa. Le donne entrano nei consigli di amministrazione, nei ruoli apicali, nelle presentazioni istituzionali. Ma anche qui si nasconde un rischio sottile: che il riconoscimento non passi dalle competenze, ma dai numeri. Che il ruolo venga assegnato per dovere statistico più che per reale fiducia.

Essere scelte perché donne, e non perché capaci, è una forma diversa – ma non meno pericolosa – di discriminazione. Perché toglie autorevolezza, espone al sospetto, e soprattutto non costruisce modelli solidi per chi verrà dopo.

La vera parità non ha bisogno né di doppiopetti né di quote.
Ha bisogno di contesti in cui il merito sia visibile, riconosciuto e fatto crescere e le capacità manageriali non abbiano sesso, ma responsabilità. E in cui una donna possa indossare ciò che vuole – un tailleur grigio o un vestito leggero – senza che questo diventi il messaggio più forte di ciò che è.

Forse la differenza tra ieri e oggi è tutta qui: ieri dovevamo sembrare altro per essere accettate. Oggi dobbiamo evitare di essere scelte solo per rappresentare qualcosa”.

 

– . – . – . – 

*Marina Magni, project manager per On Boarding e prima donna Area manager dell’industria della consulenza finanziaria italiana, è anche apprezzata firma di Advisor. La sua rubrica, pubblicata ogni due settimane, intende raccontare gli elementi fondamentali, le regole, di una advisory di successo.
Un consulente finanziario è e sarà sempre di più un gestore di relazioni: innanzitutto deve saper rappresentare al cliente il suo valore umano e professionale e il processo di consulenza di cui sarà protagonista. E naturalmente lo può fare in maniera alta, efficace e rispettosa degli interessi propri, del cliente e della azienda che rappresenta. Marina Magni, come già fatto con tanti colleghi, propone strategie e suggerimenti per  farlo al meglio.

 

I precedenti interventi di Marina Magni sono consultabili qui


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