Come spesso accade, i numeri rendono l’idea della complessità. “Da giugno 2025, calcolando fino a giugno 2026, sono state 412 le famiglie di Aosta ad aver avuto almeno una prestazione di assistenza domiciliare per gli anziani al mese. Gli operatori coinvolti nel servizio sono 52, quindi 48 ai quali si aggiungono il coordinatore e gli assistenti dell’ufficio”.
Il dato è emerso ieri, mercoledì 8 luglio, durante la terza Commissione “Servizi alla persona” del Comune di Aosta. A dirlo, Letizia Orsini, coordinatrice da circa tre anni del Servizio di assistenza domiciliare del capoluogo, finito al centro del dibatto consiliare un paio di mesi fa.
Tema caldo per diversi disservizi segnalati – e portati in aula dalle forze di opposizione, La Renaissance ed il gruppo misto su tutti –, ma che potrebbe scaldarsi in un futuro non troppo lontano. In chiaro, il “Sad” permette alle persone anziane di rimanere a casa, seguite dal servizio, evitando l’accesso alle rsa e microcomunità.
Ma domani le cose potrebbero cambiare. Lo dice l’assessore alle Politiche sociali della città Marco Gheller, senza troppi giri di parole: “Da un lato abbiamo un aumento dell’utenza che sarà sempre maggiore con l’invecchiamento della popolazione. Dall’altro, le operatrici socio-sanitarie saranno sempre meno. Al momento non abbiamo una soluzione alla carenza di queste figure, non ce l’ha nessuno”.
Poi, i problemi del “qui e ora”: “Parlando con operatori, Oss, assistenti sociali, sindacati mi sono resa conto ad Aosta siamo fortunati perché ci sono persone che fanno questo lavoro – ha detto Sonia Furci (gruppo misto di minoranza) –. Spesso però mi viene chiesto se vengano veramente ascoltate le esigenze degli operatori, soprattutto per il monte ore settimanale”.
Non solo, Furci solleva anche altri aspetti: “Mi è stato segnalato anche un problema dei lunedì in cui manca l’autista, ci hanno parlato di spostamenti di operatrici che usano propria auto. Ma se succede qualcosa e l’utente è sulla macchina di una di loro, cosa succede?”.
Dai banchi di Forza Italia, invece, Christian Chuc chiede: “Le cooperative investono sul personale? Ad esempio, chi è assistente di base può diventare Oss?”.
Orsini spiega: “Il Piano assistenziale individualizzato non tiene conto solo di bisogni specifici della persona, ma anche della famiglia e dei caregiver che si occupano dell’assistito e delle condizioni del domicilio. In seguito, dopo il progetto, si condivide tutto in un gruppo di lavoro multidisciplinare. La selezione e l’abbinamento con l’operatore o l’assistente di base, poi, non è causale ma tiene conto di caratteristiche utente, delle competenze dell’operatore, per facilitare e costruire una relazione di fiducia e una certa continuità assistenziale. Un’altra attenzione riguarda gli operatori stessi, che affrontano ogni giorno un duro lavoro, sia fisico sia emotivo dal momento che si entra in casa delle persone”.
“Ogni volta che si attivano i servizi territoriali si tiene conto anche di dove abita utente – spiega invece Carla Chiarle, vicepresidente della cooperativa L’Esprit à l’Envers –. Questo facilita l’organizzazione e aiuta i tempi di spostamento. Abbiamo anche sei operatori che si spostano a piedi grazie alla zonizzazione fatta. E i tempi di spostamento sono riconosciuti economicamente. Dove l’operatore ha fatto presente di non riuscire a stare nei tempi c’è sempre stata una rimodulazione”.
Ma, prosegue: “Investiamo sulla formazione, il lavoro in équipe, l’animazione – sempre Chiarle –. Chiediamo anche quanta formazione gli operatori facciano da soli, e la risposta spesso è ‘poco’. A volte si rischia di vivere il lavoro un po’ passivamente e non come professionisti di questo lavoro. Serve una maggiore consapevolezza del ruolo, c’è molta formazione gratuita e organizzata dalle ass. Anche loro dovrebbero farlo.
Riccardo Jacquemod, presidente della cooperativa La Sorgente, aggiunge: “In questo momento gli operatori sono 48. Ci sono stati periodi in cui ce n’erano molti meno. E tra loro, nel corso delle settimane, possono esserci assenze, malattie improvvise, situazioni che si determinano alle 6 di mattina quando il servizio comincia alle 6,50. Un servizio che va comunque erogato”.
“L’attenzione nei confronti degli operatori – dice ancora – parte da una serie di questioni contrattuali, con vincoli di conciliazione sindacale. Nel corso del tempo, quando si tratta di erogare migliaia di ore di servizio, il personale manca. In quelle situazioni è probabile ci siano richieste ai dipendenti di sforare, ad esempio, un part-time. E lavorare nelle abitazioni delle persone non è una cosa semplice”.
La questione dei pasti del Sad (e i nuovi contenitori)
Il tema, anche in questo caso, era nato in Consiglio comunale. Dai banchi dell’opposizione erano state sollevate diverse critiche sull’orario di consegna dei pasti a domicilio, non rispettato, ma anche sulle condizioni stesse in cui versavano – foto alla mano diffuse in aula e sui social – alcuni contenitori recapitati a casa degli utenti.
In Commissione, a dare spiegazioni sull’intera catena del servizio è stato Francesco Buratti, referente del Consorzio Zenit incaricato della consegna dei pasti a domicilio, gestito da Leone Rosso. “Il servizio riguarda tre strutture del Comune, tutte con la cucina interna, ed il Centro diurno di Bellevue – ha detto –. Dal centro di cottura di Bellevue prende il via il giro pasti. Mediamente, ogni giorno vengono preparati tra i 45 e i 50 pasti per gli abitanti di Aosta, tramite scheda ed i servizi sociali che individuano le persone”.
Pasti che, aggiunge Buratti, “vengono preparati e confezionati singolarmente e partono coprendo due zone diverse della città. Le difficoltà sono tante: i tempi di spostamento ridotti tra un utente e l’altro, muovendosi in città tra le condizioni meteo, i parcheggi, il traffico. E anche l’aspetto umano del Sad e del giro pasti è importantissimo. Alle 10.45 partono due giri pasti. L’operatrice arriva al domicilio, suona campanello e consegna. Spesso c’è qualche minuto di dialogo. Questo, sei giorni alla settimana tranne la domenica, ma alcuni utenti hanno il pasto doppio il sabato”.
Buratti specifica: “Non si tratta di take away o Deliveroo, è un servizio importante anche per attivare altri servizi. Poi c’è la sicurezza alimentare, con la tecnologa alimentare che monitora tutte le fasi, compreso il trasporto. Negli anni, ci sono state diverse verifiche da parte dei Nas e degli organi competenti, non sono mai state rilevate anomalie. Operiamo in ossequio ai protocolli Hccp e facciamo dei pasti a campione per ogni preparazione. Accanto a questo, c’è il controllo dei servizi sociali di Aosta, che mantengono un rapporto costante con gli utenti del giro pasti. Che spesso chiamano il referente anche per due minuti di ritardo”.
Un’altra criticità sollevata in Consiglio riguardava i contenitori per consegnare il cibo. Buratti dice che qualcosa è cambiato: “Dopo il covid, i pasti venivano consegnati in contenitori monouso. Al momento della consegna si potevano verificare piccoli sversamenti. Dopo diversi test abbiamo individuato nuovi contenitori monouso. A volte, però, la persona anziana ha difficoltà ad aprire alcuni contenitori rispetto ad altri. A volte non si riesce ad aprire da solo quelli termosaldati, cui avevamo pensato. Ora, è un mese che usiamo i contenitori in propilene, gli utenti sono contenti e a volte se li tengono per mettere via gli alimenti in seguito”.
Il menù, dice sempre Buratti, “è standard, adottato dall’Usl, e ruota ogni quattro settimane. Ci sono poi alcuni elementi che gli utenti possono scegliere”. La coordinatrice Laura Carlorosi aggiunge: “Il menù ci viene dato dall’Usl, ma ovviamente andiamo incontro alle richieste degli utenti che possono variare entro certi limiti: ad esempio, a chi non vuole la frutta viene consegnato lo yogurt o il budino, oppure c’è chi vuole il pane integrale e non quello bianco. Ma non c’è una scelta giornaliera”.
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Luca Ventrice
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