Non solo lo scoglio delle liste d’attesa, che pure sono eccessive per 7 italiani su 10, tanto che quasi il 60% rinvia o rinuncia alle cure. È proprio la relazione tra cittadini e sanità pubblica che sta cambiando. E il rischio è che il Ssn non sia più percepito come il primo luogo naturale cui rivolgersi. A dircelo è l’indagine presentata oggi a Roma al convegno sul lavoro dei medici, organizzato dalla Fnomceo.
L’idagine, condotta su un campione di 1000 cittadini italiani maggiorenni nel giugno 2026, mostra che l’80% degli intervistati ha avuto bisogno, direttamente o per un familiare, di una prestazione sanitaria negli ultimi dodici mesi. Il tempo medio di attesa dichiarato supera i due mesi, attestandosi a 2,3 mesi. In quell’occasione, il 41% indica di aver ottenuto la prestazione tramite una struttura privata a pagamento, il 32% attraverso il Ssn nei tempi previsti, il 27% attraverso il Ssn ma con tempi molto lunghi. Solo il 13% ha fatto ricorso all’intramoenia, la libera professione svolta dai medici ospedalieri al di fuori dell’orario di lavoro, utilizzando strutture e strumenti dell’ospedale.
L’indagine sul rapporto degli italiani con l’intramoenia e le liste d’attesa, realizzata per la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, racconta la trasformazione profonda del rapporto degli italiani con l’intramoenia e le liste d’attesa.
Il Ssn non è più la risposta per troppi italiani
“Il dato più preoccupante – commenta Filippo Anelli, presidente della Fnomceo – non è tanto che cresca il ricorso al privato. Il problema è che, per molti cittadini, il Servizio sanitario nazionale non rappresenta più il primo pensiero quando nasce un bisogno di salute. Chi può permetterselo, si rivolge direttamente al privato. Chi non può, aspetta o rinuncia. Questo non è soltanto un problema organizzativo: è un problema di fiducia delusa, di aspettative tradite, di diritti negati”.
Il giudizio severo sulle attese, ancor più al Sud
Se il giudizio sui tempi di attesa è severo – quasi 7 italiani su 10 li valutano negativamente – nel Sud e nelle Isole il dato peggiora ulteriormente, con la quota di giudizi positivi che cala al 24%. Ma l’effetto più importante è che quasi 6 italiani su 10 dichiarano di aver rimandato o rinunciato a cure o controlli a causa dei tempi di attesa (nel Sud e nelle Isole si arriva a due cittadini su tre).
“Non siamo più soltanto davanti a un problema di liste d’attesa. Siamo davanti a persone che rinviano controlli, rinunciano a prestazioni o escono dal percorso pubblico per cercare una risposta altrove. Quando il bisogno di salute non incontra una risposta tempestiva nel Servizio sanitario nazionale, si crea una frattura di fiducia. E si produce una discriminazione: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia. È esattamente questo che un sistema universalistico deve evitare”, chiarisce Anelli.
C’è chi paga e chi rinuncia
Di fronte a tempi di attesa lunghi, infatti, il 54% dei cittadini sceglie prevalentemente di pagare una prestazione privata, in una struttura convenzionata o non convenzionata; solo il 21% aspetta nell’ambito del Ssn, il 9% paga una prestazione intramoenia, il 7% rinuncia alla prestazione, il 6% utilizza il Pronto soccorso e il 3% si sposta in un’altra regione.
Il punto, per Anelli, “è questa progressiva perdita di fiducia nella capacità della Repubblica di prendersi cura delle persone”.
Il rebus intramoenia
Una curiosità: l’81% degli intervistati dichiara di conoscere l’intramoenia almeno per sentito dire. Ma, quando si va nel dettaglio, meno di un italiano su due, il 47%, afferma di conoscerne molto o abbastanza il funzionamento. Questo aiuta a comprendere perché, davanti a tempi lunghi, solo il 9% indichi di aver scelto l’intramoenia.
“I cittadini ne hanno sentito parlare, ma spesso non ne colgono fino in fondo il funzionamento e le potenzialità. È ingiusto e sbagliato presentare l’intramoenia come la causa delle liste d’attesa: può invece rappresentare uno strumento per trattenere competenze professionali e risorse economiche nel pubblico, offrire una possibilità in più ai cittadini, contribuire a governare una parte della domanda di salute. Ma perché ciò accada serve chiarezza: i cittadini devono sapere cos’è, come funziona, quali garanzie e vantaggi offre e in che modo si collega al Ssn”, sottolinea Anelli.
Secondo gli italiani la prima causa delle liste d’attesa è la carenza di medici specialisti e di personale sanitario. Seguono l’organizzazione inefficiente, al 26%, il mancato adeguamento delle risorse rispetto all’aumento dei bisogni di cura e la carenza di risorse economiche, entrambe al 23%. Solo il 6% punta il dito sull’intramoenia.
La ‘ricetta’ degli italiani per ridurre le attese
Anche sulle possibili soluzioni, l’opinione dei cittadini appare netta. L’81% ritiene che le liste d’attesa dipendano dal fatto che le risorse pubbliche per la sanità non siano cresciute al passo dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento dei bisogni di cura.
L’80% pensa che il rafforzamento della medicina generale e dei servizi territoriali possa contribuire a ridurre liste d’attesa e ricorso al Pronto soccorso. Tra le misure considerate più efficaci, l’87% indica l’aumento del numero di medici specialisti e personale sanitario nel Ssn, l’84% l’aumento del finanziamento pubblico alla sanità, l’83% il potenziamento della sanità territoriale e dei medici di medicina generale, l’83% il rafforzamento dei controlli sul rispetto dei tempi di erogazione delle prestazioni.
E quella dei medici per il Ssn
Anelli non ha dubbi: “Serve un piano straordinario per i professionisti della salute. Se vogliamo che gli italiani tornino a scegliere il Ssn come primo luogo di cura, dobbiamo prima renderlo capace di accogliere quella domanda di salute. Non basta promettere tempi più brevi: bisogna ricostruire la capacità concreta del sistema di prendersi cura delle persone”.
La sanità pubblica ‘regge’ ma con fatica
Quanto al Ssn, lo promuove solo il 52% degli italiani, contro il 54% dell’indagine dello stesso Istituto Piepoli effettuata nel 2023. Anche qui, però, emerge una frattura territoriale: nel Sud e nelle Isole prevalgono i giudizi negativi, con appena il 44% di valutazioni positive.
“Il Servizio sanitario nazionale – afferma Anelli – resta una grande infrastruttura democratica del Paese, ma non possiamo ignorare le differenze territoriali. Se il diritto alla salute cambia a seconda del luogo in cui si vive, il principio di uguaglianza rischia di indebolirsi. Il Ssn deve tornare a essere percepito da tutti, in ogni territorio, come il luogo naturale della cura”.
I cittadini dichiarano di aver fiducia soprattutto nei medici: il 72% in quelli di medicina generale e il 72% negli ospedalieri del Servizio sanitario nazionale. Più bassa la fiducia nelle istituzioni di governo del sistema: ministero della Salute e Regioni si attestano al 48%.
Ampio consenso anche sulla proposta contenuta nella Carta di Roma di considerare la spesa per la salute come investimento strategico ed escluderla dai vincoli del Patto di Stabilità europeo. Il 67% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza d’accordo con questa proposta; il 74% si dice favorevole. Più in generale, l’83% condivide l’idea che la spesa sanitaria debba essere considerata un investimento strategico per il Paese.
Un Patto per la fiducia nel Ssn
“Proponiamo un Patto per la fiducia nel Ssn, fondato anche su nuovi indicatori: quanti cittadini scelgono il pubblico come primo luogo di cura, quanta domanda di salute il Ssn riesce davvero a intercettare, quanta si sposta direttamente verso il privato e quanti cittadini rimandano o rinunciano a cure e controlli. E, collegato, un piano straordinario per i professionisti della salute, non soltanto per valorizzare il loro lavoro, ma per aumentare la capacità di cura del Servizio sanitario nazionale. La riforma più efficace” conclude Anelli, “non è quella in grado di ridurre di qualche giorno le liste d’attesa. Ma quella che farà tornare gli italiani a scegliere con fiducia e consapevolezza il Ssn”.
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Margherita Lopes
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