In occasione del 50° anniversario del disastro di Seveso, avvenuto il 10 luglio 1976, l’Osservatorio Pool Ambiente lancia un monito sulla prevenzione dei danni ambientali in Italia. Secondo l’ultimo report del consorzio, più di 7 sinistri su 10 sono legati a carenze gestionali e manutentive, e non a eventi naturali eccezionali o incendi come si tende comunemente a pensare. Tra le principali fonti di danno ambientale spiccano i serbatoi, le vasche e le condutture interrate, responsabili del 40,5% dei casi, seguiti dalle aree di impianto, deposito e movimentazione (22,8%) e da incendi, scoppi o esplosioni (10,1%).
“La prevenzione del danno ambientale passa prima di tutto da una strategia di manutenzione predittiva e da una formazione strutturata del personale, non da interventi difensivi contro eventi eccezionali”, sottolinea Lisa Casali, manager di Pool Ambiente.
Nel nostro Paese si registrano ogni anno tra i 1.000 e i 1.500 nuovi casi di contaminazione ambientale, di cui tra i 500 e i 900 riguardano imprese pienamente in regola con la normativa vigente, e non attività criminali. Il dato più significativo emerso dal report dell’Osservatorio Pool Ambiente – il consorzio di coassicurazione specializzato nei rischi di responsabilità ambientale, nato nel 1979 proprio all’indomani del disastro di Seveso – è che oltre il 70% dei sinistri ambientali sia riconducibile a due cause strutturali, la scarsa manutenzione e l’errore umano, entrambe affrontabili con strumenti organizzativi e gestionali. L’analisi, che incrocia le rilevazioni statistiche dell’ANIA con i dati reali sulla sinistrosità tecnica gestiti dal consorzio, dimostra quanto la fatalità incida in realtà pochissimo sui disastri ambientali che colpiscono il Paese: gli eventi naturali eccezionali pesano infatti solo per il 2,7%, mentre la corrosione delle strutture (40,8%), l’errore umano (17,1%) e i malfunzionamenti o guasti (11,2%) rappresentano i veri fattori scatenanti.
I serbatoi, le vasche e le condutture interrate generano da soli il 40,5% dei sinistri, un dato che si incrocia con un’evidenza tecnica rilevante: gli studi storici sulla vita media di questi impianti indicano un’età media di circa 23 anni. In Italia esiste un parco installato significativo che ha già superato, o sta per superare, questa soglia di senescenza, rendendo urgenti interventi come la trasformazione a doppia parete, il relining delle tubazioni o la sostituzione degli impianti più obsoleti. Nonostante questo, in oltre il 99% dei casi di incidente manca una copertura assicurativa per le spese di bonifica e ripristino, con un impatto diretto sulle finanze pubbliche, sulla continuità operativa delle imprese coinvolte e sulla tutela dei cittadini che vivono nei territori interessati.
Un’indagine condotta da Pool Ambiente nell’aprile 2026, su un panel di oltre 150 partecipanti rappresentativi di diversi settori industriali – edilizia, metalmeccanica, servizi, chimica, imballaggi, agroalimentare, trasporti – e distribuiti su tutto il territorio nazionale, ha evidenziato inoltre un profondo disallineamento tra la percezione del rischio da parte delle imprese e la realtà tecnica. Se da un lato le aziende temono soprattutto l’incendio, indicato come lo scenario principale dal 33% dei manager intervistati, nei dati reali questo evento si ferma ad appena il 10,1% dei casi. Al contrario, la perdita da serbatoi, vasche e condutture interrate, considerata il rischio principale solo dal 13% dei manager, si conferma lo scenario più frequente, con il 40,5% dei casi, seguito dallo sversamento da aree di impianto e deposito, al 22,8%.
“A cinquant’anni dal disastro di Seveso, dobbiamo comprendere che la tutela dell’ambiente non è più solo una questione di adempimento burocratico, ma di gestione tecnica e culturale del rischio ambientale”, afferma Lisa Casali, divulgatrice scientifica e manager di Pool Ambiente. “La prevenzione del danno ambientale passa prima di tutto da una strategia di manutenzione predittiva e da una formazione strutturata del personale, non da interventi difensivi contro eventi eccezionali. Gli eventi naturali straordinari, che spesso catalizzano l’attenzione mediatica, pesano infatti per appena il 2,7%. Un sistema di gestione del rischio ambientale robusto richiede investimenti sia sulla prevenzione che sulla mitigazione, coordinati da una mappatura preliminare sistematica delle sorgenti e degli scenari di danno specifici del sito.” Casali sottolinea inoltre l’elevato rapporto costi-benefici di queste misure: l’investimento preventivo è spesso decine o centinaia di volte inferiore alla magnitudo del potenziale danno. Un esempio classico, conclude la manager, è il rivestimento di un serbatoio interrato: un intervento da poche migliaia di euro è in grado di prevenire passività ambientali per centinaia di migliaia di euro.
In questo scenario si inserisce la Prassi di Riferimento UNI 107:2021 “Ambiente Protetto”, sviluppata in sede UNI (Ente Italiano di Normazione) con il contributo di esperti di rischi e danni ambientali in due anni di lavoro. Si tratta della prima norma al mondo dedicata alla prevenzione del danno ambientale e alla corretta gestione dell’emergenza e dei rischi di responsabilità ambientale, che definisce un insieme di buone pratiche da applicare agli impianti, al personale e all’organizzazione di un’impresa, con l’obiettivo di ridurre la probabilità e l’intensità di eventuali danni all’ambiente e agli ecosistemi.
“Strumenti come la Prassi di Riferimento UNI 107:2021 offrono un percorso oggettivo che trasforma la prevenzione in un vantaggio reputazionale e in un indicatore ESG misurabile per investitori e stakeholder, riducendo fino al 73% la probabilità di danno ambientale e fornendo una checklist oggettiva su impianti, personale e organizzazione”, prosegue Casali. “Le imprese devono inoltre superare i falsi miti: la convinzione di essere già protette dalle polizze di RC Generale è pericolosa, poiché tali coperture escludono l’inquinamento graduale e non coprono i costi di bonifica sul proprio sito, dove avviene la quasi totalità delle contaminazioni.”
Per supportare le imprese in un percorso di auto-diagnosi, gli esperti di Pool Ambiente hanno tracciato un quadro dei principali errori che si commettono nella gestione del rischio ambientale. Si parte dalla mancata mappatura proattiva di rischi e scenari: è impossibile prevenire ciò che non si conosce, tanto più in un contesto nazionale che registra oltre mille contaminazioni l’anno. Segue la mancata eliminazione delle sorgenti di rischio evitabili, come serbatoi obsoleti e sostanze pericolose, che possono e dovrebbero essere rimossi o sostituiti prima che cedano strutturalmente, e la mancata adozione di misure di prevenzione, come la protezione catodica o la vetrificazione, capaci di interrompere la catena causale prima del guasto.
Un altro errore ricorrente riguarda l’assenza di misure di mitigazione: la mancanza di bacini di contenimento o di kit di pronto intervento può moltiplicare fino a 10 volte il costo finale del sinistro. A questo si aggiunge una manutenzione inadeguata o solo reattiva, che interviene soltanto dopo il guasto: un errore anche economico, dal momento che la manutenzione preventiva e predittiva eviterebbe oltre il 51% dei sinistri italiani. Pesa inoltre la mancata formazione specializzata del personale, considerando che il fattore umano, tra errore e reazioni incontrollate, causa oltre il 26% dei sinistri, rendendo la formazione un investimento ad alto ritorno.
Tra le criticità individuate rientra anche la tendenza a ignorare raccomandazioni e linee guida di settore, quando standard internazionali e best practice come UNI, ISO e API riducono drasticamente i rischi legati alle diverse fonti di pericolo, così come la mancanza di un piano di pronto intervento: nell’urgenza non si possono improvvisare indagini di mercato, e ogni ora di ritardo moltiplica esponenzialmente i costi di bonifica. Un ulteriore fattore critico è l’assenza di una copertura assicurativa ambientale dedicata: i costi di ripristino ordinari, compresi tra 200.000 e 4 milioni di euro, superano spesso la capacità di cassa delle aziende, e hanno già causato il fallimento di circa 20.000 imprese tra il 2006 e il 2023. Infine, secondo gli esperti di Pool Ambiente, resta ancora troppo diffusa la mancata adozione della PdR UNI 107:2021 “Ambiente Protetto”, la prima norma al mondo sulla prevenzione del danno ambientale, capace di ridurne la probabilità fino al 73%.
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