La politica del verosimile – by Andrea Pennacchioli


I leader politici comunicano sempre più come influencer. I partiti ragionano sempre più come agenzie di marketing. Le campagne elettorali assomigliano sempre più a strategie pubblicitarie costruite attorno a emozioni forti e messaggi immediati. La logica dei social ha contaminato la logica della politica

Andrea Pennacchioli

Andrea Pennacchioli è la colonna del programma di approfondimento mattutino Omnibus su La7, del quale è da sempre – almeno da quando lo frequento – autore e spesso conduttore, in alternanza con altri bravissimi colleghi. Andrea è immerso nel flusso quotidiano della politica come pochissimi altri colleghi.

Adesso ha distillato le sue analisi in un formato diverso da quello che contribuisce a costruire tutte le mattine, più meditato, di scenario. E ha pubblicato per Paesi Edizioni il libro Verosimile – Perché non sai più distinguere i fatti dalle bugie (e non è colpa tua). Gli ho chiesto di condividere con la comunità di Appunti le sue riflessioni alla base del saggio. (Stefano Feltri)

Se dovessi spiegare in una frase perché ho scritto questo libro, Verosimile (Paesi Edizioni), direi che l’ho fatto per capire come mai, nell’epoca in cui abbiamo accesso a una quantità di informazioni mai vista nella storia dell’umanità, sembriamo sempre più incapaci di metterci d’accordo sulla realtà.

È una contraddizione che mi accompagna da anni. Faccio il giornalista, lavoro in tv e il mio lavoro consiste, in fondo, nel cercare di raccontare ciò che accade. Eppure mi sono accorto che sempre più spesso il problema non è raccontare i fatti, ma convincere le persone che quei fatti esistano davvero.


Sembra una differenza sottile, ma è enorme.

Per decenni abbiamo discusso sulle interpretazioni della realtà. Oggi, invece, discutiamo sulla realtà stessa. Non siamo più divisi soltanto dalle idee politiche, dalle visioni economiche o dalle convinzioni culturali; siamo divisi dalla percezione di ciò che è vero.

Da qui nasce Verosimile. Non come un libro sulle fake news, che sono soltanto la manifestazione più evidente di un fenomeno molto più profondo, ma come una riflessione sul tempo che stiamo vivendo. Un tempo in cui il vero sembra avere perso il suo monopolio e viene continuamente sostituito da qualcosa che gli assomiglia moltissimo: il verosimile.

Il verosimile non è il falso. Il falso, in qualche modo, è più facile da riconoscere. Il verosimile è molto più insidioso perché contiene una parte di verità, ne assume le sembianze, ne imita il linguaggio e spesso ne sfrutta la credibilità. È una narrazione plausibile, coerente, emotivamente convincente. Il problema è che non sempre coincide con la realtà.

Viviamo immersi nel verosimile. Lo vediamo nei social network, dove una notizia costruita bene può avere più successo di una notizia vera. Lo vediamo nella politica, dove spesso conta più l’efficacia del racconto che la concretezza delle soluzioni. Lo vediamo nell’informazione, dove la velocità tende a prevalere sulla verifica e l’opinione rischia di diventare più importante del fatto.


Nel corso degli ultimi anni ho avuto la sensazione che qualcosa si fosse rotto nel rapporto tra cittadini, politica e informazione.

La pandemia è stata probabilmente il momento in cui questa frattura è diventata evidente a tutti. Mentre il mondo affrontava una delle più grandi emergenze sanitarie della storia recente, milioni di persone si convincevano che il virus non esistesse, che gli ospedali fossero vuoti, che i vaccini fossero strumenti di controllo di massa o che interi governi stessero orchestrando complotti globali.

Sarebbe rassicurante liquidare tutto questo come il frutto dell’ignoranza. Sarebbe semplice attribuire ogni responsabilità ai social network o agli algoritmi. Ma la realtà è più complessa.

Le persone non credono alle narrazioni false perché sono stupide. Ci credono perché quelle narrazioni rispondono a bisogni profondi: il bisogno di capire, di sentirsi protetti, di trovare spiegazioni semplici per fenomeni complessi, di appartenere a una comunità che condivida le stesse paure e le stesse convinzioni.

È qui che entra in gioco la politica.


Uno degli aspetti che più mi ha colpito negli ultimi anni è la progressiva trasformazione della comunicazione politica.

La politica democratica, per sua natura, dovrebbe essere il luogo della mediazione, del compromesso e della complessità. Governare significa tenere insieme interessi diversi, trovare equilibri, accettare che i problemi raramente abbiano soluzioni immediate. Eppure la politica contemporanea sembra andare nella direzione opposta.

I leader politici comunicano sempre più come influencer. I partiti ragionano sempre più come agenzie di marketing. Le campagne elettorali assomigliano sempre più a strategie pubblicitarie costruite attorno a emozioni forti e messaggi immediati. La logica dei social ha contaminato la logica della politica.

L’algoritmo premia la rabbia? Allora la politica produce rabbia.

L’algoritmo premia il conflitto? Allora la politica produce conflitto.


L’algoritmo premia la polarizzazione? Allora la politica si polarizza.

Così il confronto democratico lascia progressivamente spazio allo scontro identitario. Non si cerca più di convincere l’avversario. Lo si trasforma in un nemico. Non si costruisce consenso allargando il campo. Lo si costruisce rafforzando le appartenenze. Ogni questione diventa una battaglia morale. Ogni dibattito una guerra culturale. Ogni elezione una resa dei conti definitiva.

Questa dinamica produce consenso nel breve periodo, ma impoverisce il dibattito pubblico e rende sempre più difficile affrontare problemi complessi. Perché i problemi complessi richiedono sfumature, mentre la polarizzazione vive di semplificazioni.

Parallelamente, anche il giornalismo sta attraversando una crisi profonda. Non si tratta soltanto di una crisi economica, pur gravissima. Si tratta di una crisi di ruolo.

Per oltre un secolo il giornalismo ha rappresentato il principale filtro tra gli eventi e l’opinione pubblica. I giornali selezionavano, verificavano, gerarchizzavano le notizie.


Non erano perfetti, naturalmente. Hanno commesso errori, talvolta enormi. Ma esisteva una struttura professionale che aveva il compito di distinguere ciò che era rilevante da ciò che non lo era e, soprattutto, ciò che era verificato da ciò che non lo era.

Internet ha modificato radicalmente questo equilibrio. Oggi chiunque può produrre contenuti, raggiungere milioni di persone e costruire una propria comunità di riferimento. Da un punto di vista democratico è una straordinaria conquista. Ma ha avuto anche un effetto collaterale: l’autorevolezza non deriva più dal processo con cui una notizia viene verificata, bensì dalla capacità di catturare attenzione.

Il risultato è che il giornalismo tradizionale si trova spesso costretto a rincorrere le stesse logiche delle piattaforme digitali. La velocità prevale sulla riflessione. Il titolo deve colpire prima ancora di informare. L’opinione genera più traffico dell’approfondimento. La polemica rende più della contestualizzazione.

In questo modo la distinzione tra informazione e intrattenimento diventa sempre più sfumata. E quando il giornalismo rinuncia alla propria funzione di filtro, lascia inevitabilmente spazio a chi offre spiegazioni più semplici, più rassicuranti e più emotivamente coinvolgenti.

Tutto questo avviene mentre una nuova rivoluzione tecnologica si affaccia all’orizzonte. L’intelligenza artificiale promette di rendere ancora più difficile distinguere il reale dal costruito. Immagini, video e voci sintetiche saranno sempre più convincenti. Le tecnologie che oggi ci sorprendono diventeranno presto strumenti quotidiani.


Più velocità. Più opinioni.

Più indignazione. Più conflitto.

Meno approfondimento. Meno contesto. Meno complessità.

Il risultato è che oggi l’informazione vive una crisi di autorevolezza senza precedenti.

E quando le istituzioni informative perdono credibilità, si apre inevitabilmente uno spazio enorme per la propaganda, le teorie del complotto e la manipolazione.


Ma il fenomeno non si ferma qui.

Mentre chiudevo questo libro, Papa Leone e Trump si mandavano messaggi non proprio amichevoli. Per questo a loro è dedicata la copertina con il papa venuto dall’America che dava alla luce la sua prima enciclica Magnifica Humanitas dedicata proprio alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

In un suo passaggio, il Pontefice lancia un monito sulla deriva dell’informazione: “La qualità della comunicazione pubblica dipende direttamente dalla fiducia sociale e incide su di essa. Un’informazione veritiera non nasce da un controllo centralizzato e automatizzato”.

Per la prima volta le macchine non si limitano più a elaborare dati.

Producono contenuti.


Scrivono.

Disegnano.

Generano immagini.

Creano video.

Imitano voci.


Simulano conversazioni.

E soprattutto modificano il nostro rapporto con il concetto stesso di autenticità.

Quando una fotografia può essere generata artificialmente e risultare indistinguibile da una reale, quando una voce può essere clonata e un video manipolato alla perfezione, la domanda non è più cosa sia vero.

La domanda diventa come potremo continuare a riconoscere il vero.

Dietro questa rivoluzione si muovono nuovi centri di potere.


Per questo nel libro dedico ampio spazio ai cosiddetti Big Five della rivoluzione digitale: Google, Microsoft, Meta, Amazon e Apple.

A questi si aggiungono nuovi protagonisti come OpenAI, Nvidia e xAI.

Mai nella storia contemporanea un numero così ristretto di aziende private ha concentrato una quantità tanto enorme di informazioni, capacità computazionale e potere economico.

Queste aziende non controllano soltanto mercati.

Controllano infrastrutture cognitive.


Decidono quali contenuti vediamo. Quali informazioni raggiungono i nostri schermi. Quali modelli di intelligenza artificiale verranno sviluppati. Quali strumenti utilizzeremo per interpretare il mondo.

È una forma di potere nuova, difficilmente classificabile con le categorie tradizionali della politica.

Non eleggiamo questi soggetti. Non possiamo sfiduciarli.

Eppure influenzano profondamente la nostra vita democratica.

La questione allora non è essere favorevoli o contrari all’intelligenza artificiale.


La questione è comprendere quali conseguenze avrà sul nostro rapporto con la conoscenza, con la politica e con la libertà.

Tutti questi fenomeni – la crisi del giornalismo, la trasformazione della politica, l’ascesa di Trump, il potere degli algoritmi, l’intelligenza artificiale, la polarizzazione permanente – vengono spesso raccontati come storie separate.

Io credo che siano invece capitoli della stessa storia.

La storia di una società che sta progressivamente sostituendo la verità con la percezione.

La storia di una democrazia che rischia di trasformarsi in una competizione permanente per l’attenzione.


La storia di cittadini che faticano sempre più a distinguere tra informazione e propaganda, tra fatti e opinioni, tra realtà e rappresentazione.

Per questo credo che la questione centrale non sia tecnologica, ma culturale.

La vera domanda non è se riusciremo a costruire macchine sempre più sofisticate. La vera domanda è se riusciremo a costruire cittadini sempre più consapevoli.

Verosimile nasce da questa preoccupazione ma anche da una convinzione. La convinzione che la verità continui a esistere, anche in un mondo che sembra averne perso il senso. La convinzione che il giornalismo, nonostante tutti i suoi limiti, resti uno strumento fondamentale per la salute delle democrazie.

La convinzione che la politica possa ancora tornare a essere il luogo della responsabilità e non soltanto della rappresentazione.


Soprattutto, nasce dalla convinzione che comprendere i meccanismi della manipolazione sia il primo passo per non diventarne vittime.

Non ho scritto questo libro per offrire risposte definitive. Ho cercato piuttosto di mettere insieme storie, esempi, studi e riflessioni che aiutino a comprendere il presente. Ho provato a collegare fenomeni che spesso osserviamo separatamente — la crisi del giornalismo, la trasformazione della politica, il potere degli algoritmi, l’esplosione delle fake news, l’avvento dell’intelligenza artificiale — e a mostrarne il filo comune.

Quel filo è il rapporto sempre più fragile tra realtà e percezione.

Perché una democrazia può sopravvivere a molte cose: agli errori dei governi, alle crisi economiche, perfino alle bugie. Ciò che rischia davvero di metterla in pericolo è il momento in cui una società smette di condividere un’idea comune di realtà e sostituisce il vero con ciò che semplicemente appare credibile.

Ho scritto Verosimile perché penso che questa sia la grande battaglia civile del nostro tempo.


Non una battaglia tra destra e sinistra.

Non una battaglia tra progressisti e conservatori.

Ma una battaglia tra chi accetta di confrontarsi con la realtà, per quanto complessa e scomoda possa essere, e chi preferisce rifugiarsi in una sua imitazione.

Perché una società può sopravvivere a molte cose.

Può sopravvivere alle crisi economiche, agli errori politici, persino alle menzogne.


Ma difficilmente può sopravvivere al momento in cui smette di distinguere ciò che è vero da ciò che è soltanto verosimile.

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