Il principale leader delle opposizioni è stato accusato di aver partecipato a un tentativo di golpe
Dentro e fuori dalla Guinea-Bissau, si moltiplicano gli appelli per la liberazione del leader dell’opposizione Domingos Simoões Pereira, ricondotto in carcere lo scorso 10 luglio dopo mesi agli arresti domiciliari nell’ambito di un processo ritenuto politicamente motivato da opposizioni e società civile.
Il politico è stato accusato da un tribunale militare di aver finanziato un tentativo di colpo di stato che si sarebbe dovuto svolgere nell’ottobre 2025, un mese prima della data delle elezioni ma anche di un putsch che è effettivamente avvenuto ad opera delle forze armate e che ha interrotto il processo elettorale e istituito il governo in carica, cioè quello che ha messo in carcere Simões Pereira.
La giunta è presieduta dal colonnello Horta N’Tam. Ampie fette della società e della politica guineana lamentano una sostanziale continuità tra questo governo e quello del predecessore Umaro Sissoco Embalò, capo di stato in carica al momento dell’intervento dell’esercito, adesso in auto esilio in Marocco.
In molti ritengono Embalò il vero regista di tutta l’operazione, che sarebbe stata orchestrata nell’ottica di interrompere delle elezioni che sarebbero finite con la sconfitta del presidente, come ampiamente previsto da diversi osservatori.
Sempre a detta dei suoi detrattori, l’ex capo di stato starebbe preparando il terreno per un suo rientro in patria, verosimilmente in vista delle prossime elezioni, fissate dalla giunta militare per il prossimo 6 dicembre.
Da gennaio scorso vige inoltre una nuova, contestata Costituzione, la cui adozione definitiva verrà sottoposta a referendum popolare il 30 agosto.
Sebbene non esista la certezza di un ruolo di Embalò dietro al golpe, i contatti tra il suo entourage e la giunta non sono mancati.
Alcune dichiarazioni di figure vicine al presidente fanno pensare che il golpe sia stato visto con una certa simpatia dall’ex capo di stato, nonostante sia stato proprio Embalò a essere deposto, quanto meno formalmente.
È in questo contesto che si arriva alla più recente decisione della giustizia militare nei confronti di Simões Pereira, che era il principale rivale politico dell’ex presidente.
Simões Pereira è infatti il leader del Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC), la formazione politica storicamente più grande del paese, figlia del movimento che ha condotto la lotta di liberazione fino all’indipendenza dal Portogallo nel 1974.
Simões Pereira è stato anche primo ministro tra il 2014 e 2015 e al momento del colpo di stato dello scorso novembre era l’ultimo presidente eletto dell’Assemblea nazionale.
L’organismo, equivalente del nostro parlamento, era stato sciolto nel dicembre 2023 proprio da Embalò e non era più stato rinnovato con un voto popolare.
Alla guida della maggiore coalizione di opposizione, Simões Pereira non aveva potuto partecipare al voto dello scorso novembre a causa di una controversa decisione giudiziaria.
Il politico, così come la maggioranza degli esponenti del PAIGC da lui guidato, avevano quindi deciso di sostenere l’altro candidato delle opposizioni Fernando Dìas da Costa, il vero vincitore del voto prima del golpe secondo società civile e opposizioni.
Gli ultimi passaggi prima del nuovo arresto
Simões Pereira è stato poi arrestato subito dopo il pronunciamento militare, avvenuto il 26 novembre. Rimasto in detenzione per due mesi è stato poi trasferito nella sua residenza, dove è rimasto confinato negli ultimi sette, sorvegliato dai militari.
Il suo presunto coinvolgimento in un tentativo di colpo di stato è stato reso noto durante la fase di detenzione domiciliare. Il politico è stato ascoltato tre volte da un Tribunale militare, prima come testimone e poi come indagato.
Sabato 11 luglio, la corte ha deciso che il leader delle opposizioni doveva trascorrere la custodia cautelare in carcere. Simões Pereira è stato quindi trasferito in una stazione di polizia della capitale Bissau.
Il politico è accusato di aver messo a disposizione oltre 450mila euro e la propria residenza per l’organizzazione di un golpe che si sarebbe dovuto verificare a fine ottobre.
La denuncia delle irregolarità
Convinti dell’irregolarità di tutto il processo, i legali del politico non si sono recati all’udienza che ha poi portato all’arresto. Secondo gli avvocati, dalle udienze non è mai emerso nulla che potesse far pensare a un coinvolgimento dei loro clienti nei fatti che gli sono contestati.
Diverse inoltre le critiche che gli avvocati di Simões Pereira fanno a tutto il procedimento: la prima è che il loro assistito è un civile e un membro del parlamento e non può essere giudicato da un Tribunale militare.
Una corte militare non potrebbe neanche avere giurisdizione sul reato contestato al politico, nella visione degli avvocati, mentre la corte che ha giudicato il politico sarebbe stata creata con una serie di procedure ad hoc ritenute non regolari.
Il mandato del tribunale è stato però sostenuto da una sentenza della Corte costituzionale, che ha respinto gli appelli dei legali.
Il team di Simões Pereira ha anche lamentato pressioni sul giudice che era stato inizialmente incaricato del caso, Simão Bacalé, e denunciato la parzialità del magistrato che ne ha preso il posto, Mamadu Embalo, accusato per altro di essere anche parente dell’ex presidente.
Le reazioni
Il nuovo arresto di Simões Pereira ha sollevato reazioni da più parti politiche. Il PAIGC ha denunciato “una farsa” architettata da “Embalò e i suoi scagnozzi”, mentre l’ex candidato da Costa ha criticato anche l’immobilismo della comunità internazionale e in modo particolare della Comunità Economica degli stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO) di cui Bissau è membro.
L’organismo regionale è stato attaccato anche per una recente visita nel paese, durante la quale non si sarebbero svolti incontri con le opposizioni e si sarebbe avallato l’annuncio di un referendum per la contestata Costituzione introdotta dai militari.
Fronte unito anche di decine di organizzazioni della società civile, che pure lamentano una strumentalizzazione politica da parte dei gruppi di potere legati all’ex presidente.
Contestazioni sono giunte anche dal PAICV, partito al potere a Capo Verde nato da una scissione del PAIGC negli anni ’80. Le due formazioni sono legate dalla stessa storia di lotta contro la dominazione coloniale portoghese.
Il PAICV ha chiesto l’intervento della comunità internazionale per la liberazione del leader delle opposizioni guineano, che sarebbe stato arrestato in modo “arbitrario”.
Nonostante diversi eurodeputati si siano spesi per chiedere il rispetto dei diritti di Simões Pereira, la delegazione di Bruxelles nel paese non si è ancora espressa sulla decisione ai danni del politico.
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