Il Piano Casa rappresenta una delle principali sfide del Governo sul fronte dell’emergenza abitativa. L’obiettivo è trasformare un programma di investimenti in interventi concreti, recuperando il patrimonio pubblico inutilizzato, accelerando i tempi di realizzazione e ampliando l’offerta di alloggi a canone sostenibile. Ma tra risorse limitate, procedure amministrative complesse e una domanda abitativa in continua evoluzione, il percorso si presenta tutt’altro che semplice.
Per capire come il Piano possa passare dalle intenzioni ai risultati, noi di Capitalist abbiamo intervistato l’architetto Felice Squitieri, Commissario straordinario per il Piano Casa. Nell’intervista affronta i temi chiave del suo mandato: le priorità dei primi cento giorni, il nodo dei finanziamenti, la semplificazione burocratica, il ruolo della sostenibilità, il recupero del patrimonio pubblico e la necessità di ripensare il modello dell’edilizia sociale per rispondere alle esigenze non solo delle fasce più fragili, ma anche del ceto medio.
Architetto Squitieri, il Governo le affida una missione molto ambiziosa: trasformare il Piano Casa in risultati concreti. Quale sarà il primo provvedimento che adotterà nei suoi primi 100 giorni per dimostrare che questa volta non si tratta dell’ennesimo piano destinato a rimanere sulla carta?
Nei primi cento giorni il primo obiettivo sarà dare ordine al cronoprogramma attuativo come ha chiesto più volte anche il ministro Salvini. Il Piano Casa deve passare rapidamente dalla norma agli atti operativi: ricognizione degli interventi, verifica della cantierabilità, definizione degli avvisi e assegnazione delle risorse a Comuni, enti casa e Regioni. È un lavoro di grande responsabilità, che richiede una struttura qualificata, essenziale e concentrata sul risultato. Ci sto già lavorando. La priorità sarà recuperare il patrimonio pubblico esistente, a partire dagli alloggi oggi non assegnabili per carenze manutentive. Sono case che ci sono già, ma che devono tornare disponibili e per far questo dobbiamo usare bene le risorse, ridurre i tempi e consentire a migliaia di famiglie di avere una casa per progettare il proprio futuro. Il Piano Casa prevede investimenti per circa 10 miliardi di euro, ma oggi le risorse realmente disponibili sono poco più di 2 miliardi.
Qual è il suo piano per colmare questo divario finanziario senza gravare ulteriormente sui conti pubblici?
Il divario si colma con una programmazione finanziaria progressiva, non con nuova spesa improvvisata. Le risorse oggi disponibili consentono di avviare il Piano. Parallelamente, il lavoro sarà quello di raccordare le diverse linee di finanziamento già previste: risorse MIT, Fondo sociale per il clima, fondi per la rigenerazione urbana, fondi di coesione e strumenti finanziari dedicati. Il punto è evitare dispersioni. Le risorse devono essere concentrate su interventi selezionati, cantierabili e verificabili. Non si tratta quindi di caricare nuovi oneri sui conti pubblici, ma di mettere ordine tra fondi esistenti, tempi di utilizzo e soggetti attuatori. È un lavoro tecnico, meno appariscente degli annunci, ma decisivo per trasformare il Piano in risultati per le persone.
Lei ha una lunga esperienza nella sostenibilità e nella bioedilizia. È possibile costruire alloggi accessibili e popolari rispettando gli standard ambientali più elevati oppure, nella situazione economica attuale, queste due esigenze rischiano di entrare in conflitto?
È possibile, ma a una condizione: non trasformare la sostenibilità in un esercizio ideologico o in un costo aggiuntivo non governato. L’edilizia residenziale pubblica e sociale deve essere accessibile, ma deve anche essere ben progettata. La qualità ambientale non si misura solo con la prestazione energetica o con l’aggiunta di tecnologia. Si misura con l’equilibrio dell’organismo edilizio: materiali, consumi, manutenzione, durata, gestione, rapporto con il contesto urbano. Un edificio può consumare meno energia e, se progettato male, costare di più nel tempo. Per questo bisogna ragionare sul ciclo di vita dell’immobile, non solo sul costo iniziale o sul requisito formale. Il tema, però, non riguarda soltanto l’ERP o l’ERS. Un edificio pubblico, sociale o privato produce impatti ambientali analoghi: consuma materiali, energia, suolo, genera emissioni e modifica la città. La sostenibilità deve quindi diventare una cultura ordinaria del costruire e del recuperare, non una categoria speciale riservata ad alcuni interventi. Nel Piano Casa questo significa privilegiare il recupero del patrimonio esistente, applicare standard ambientali seri ma proporzionati, evitare soluzioni fragili o difficili da mantenere e costruire alloggi che restino sostenibili nel tempo: per l’ambiente, per la pubblica amministrazione e per le famiglie che li abiteranno.
L’Italia possiede migliaia di alloggi pubblici inutilizzati o degradati. È più conveniente recuperare il patrimonio esistente oppure costruire nuove abitazioni? Quale scelta garantisce il miglior rapporto tra costi, tempi e benefici?
Dipende dallo stato degli immobili, dalla loro localizzazione e dalla reale cantierabilità degli interventi. Detto questo, la prima scelta deve essere il recupero del patrimonio esistente. Se un alloggio pubblico è libero, già inserito in un contesto urbano, servito da infrastrutture e recuperabile con interventi ragionevoli, il rapporto tra costi, tempi e benefici è normalmente migliore rispetto a una nuova costruzione. Recuperare significa ridurre i tempi, limitare il consumo di suolo, utilizzare meglio ciò che lo Stato e gli enti territoriali già possiedono e dare risposte più rapide alle famiglie. Naturalmente non tutto può essere recuperato. Ci saranno immobili troppo degradati, mal collocati o non più coerenti con i bisogni abitativi attuali. In quei casi la nuova costruzione, o la sostituzione edilizia, può essere la scelta più seria. Il metodo deve essere questo: verificare, classificare e decidere. Prima gli interventi recuperabili in tempi brevi; poi quelli più complessi; infine, le nuove abitazioni dove servono davvero. Il Piano Casa deve evitare sia l’ideologia del recupero a ogni costo, sia quella del nuovo a prescindere. Uno dei principali ostacoli è la burocrazia.
Dal suo punto di vista, qual è la norma che oggi rallenta maggiormente gli interventi di edilizia residenziale pubblica e che andrebbe modificata con urgenza?
Non credo che il problema sia una sola norma da cancellare. Il rallentamento nasce quasi sempre dalla somma di più passaggi: competenze frammentate, pareri non coordinati, tempi non certi, responsabilità che si spostano da un ufficio all’altro. Se dovessi indicare il punto più urgente, direi il procedimento autorizzativo sugli interventi già finanziati e cantierabili. Lì serve una regola semplice: tempi certi, amministrazioni tutte al tavolo, dissensi espressi subito e superati rapidamente quando non sono fondati su vincoli reali. Non si tratta di indebolire i controlli. Antimafia, sicurezza, tutela paesaggistica e vincoli europei restano presidi essenziali. Si tratta di evitare che un alloggio pubblico recuperabile resti fermo mesi, a volte anni, per passaggi amministrativi ripetitivi. La semplificazione utile non è quella che elimina le garanzie. È quella che individua chi decide, entro quando decide e con quali responsabilità. La sua nomina è arrivata su indicazione del vicepremier Matteo Salvini. Come risponde a chi sostiene che il suo incarico ha una componente politica? Quale sarà la garanzia della sua piena autonomia tecnica nelle decisioni che prenderà?
Il punto va affrontato con chiarezza. Il mio rapporto con la Lega e con Matteo Salvini è noto e non ho alcuna ragione per negarlo o attenuarlo. Nasce da un percorso preciso. Nel 2017, con “Punto di Svolta”, la Lega avviò un luogo di confronto con competenze provenienti dalla società civile. Io fui chiamato come tecnico di esperienza, per mettere a disposizione il mio percorso professionale e istituzionale, in particolare sul tema dell’energia, della casa, della rigenerazione urbana e della sostenibilità dell’abitare. Da quel lavoro è nato un contributo di merito, non una scorciatoia. Poi, naturalmente, l’indirizzo politico spetta al Governo e al Parlamento. Il compito del Commissario è diverso: attuare una legge dello Stato, coordinare i soggetti coinvolti, verificare i tempi, semplificare dove consentito e portare gli interventi a risultato. La garanzia della mia autonomia tecnica non sarà una formula. Sarà negli atti: criteri oggettivi, procedure trasparenti, rispetto delle competenze istituzionali, cronoprogrammi verificabili e monitoraggio dell’avanzamento. È su questo che il mio lavoro dovrà essere giudicato: sulla correttezza del metodo e sui risultati che il Piano Casa riuscirà a produrre.
Il tema della casa riguarda sempre più anche il ceto medio: giovani lavoratori, studenti e famiglie con stipendi normali faticano ad acquistare o affittare un’abitazione. Ritiene che il modello italiano dell’edilizia sociale debba essere completamente ripensato rispetto al passato?
Sì, credo che il modello vada ripensato. Non perché il passato sia da cancellare, ma perché deve essere adeguato ai cambiamenti della domanda abitativa. Oggi il disagio non riguarda solo le fasce più fragili. Riguarda anche studenti, giovani lavoratori, famiglie con redditi normali, genitori separati, personale pubblico che si sposta per servizio. Persone che spesso non accedono all’edilizia residenziale pubblica, ma non riescono più a sostenere i costi del mercato libero. È qui che l’edilizia residenziale sociale deve assumere un ruolo più forte. Io credo che la casa debba tornare ad essere considerata una vera infrastruttura civile e sociale del Paese. Non è solo un bene privato, né solo uno strumento assistenziale. È la condizione che consente alle persone di lavorare, studiare, formare una famiglia, restare in una comunità. Per questo occorre tenere insieme due livelli: l’edilizia residenziale pubblica, per chi ha bisogno di una risposta sociale più intensa, e l’edilizia residenziale sociale, per quella fascia intermedia che lavora, produce reddito, ma non riesce più a trovare un’abitazione accessibile. Il Piano Casa prova a intervenire proprio su questo: recuperare il patrimonio esistente, aumentare l’offerta a canone sostenibile e costruire un modello più aderente alla realtà attuale del Paese.
Quando terminerà il suo incarico, quale risultato concreto riterrà indispensabile per poter dire che il Piano Casa ha davvero cambiato qualcosa? Quale indicatore misurerà il successo del suo lavoro: il numero di alloggi recuperati, i tempi di realizzazione, il costo degli interventi o l’impatto sociale sulle famiglie?
Gli indicatori servono tutti, ma non hanno lo stesso peso. Il primo dato sarà il numero di alloggi effettivamente restituiti all’uso e messi a disposizione delle famiglie. Non basta finanziare un intervento o aprire un cantiere. Il risultato si misura quando quell’alloggio torna disponibile. Naturalmente i tempi saranno fondamentali, ma non dipenderanno solo dall’operato del Commissario. Un ruolo decisivo lo avranno i territori: Comuni, enti per la casa e Regioni. Per questo saranno coinvolti subito, anche attraverso la messa a disposizione delle risorse finanziarie necessarie a dare risposte concrete ai cittadini. Il mio compito sarà contribuire a ordinare il processo: risorse, priorità, cronoprogrammi, monitoraggio e raccordo istituzionale. Conterà anche il costo degli interventi, perché le risorse pubbliche vanno usate con rigore. E conterà l’impatto sociale, cioè la capacità del Piano di dare stabilità a famiglie che oggi vivono nell’incertezza abitativa. Alla fine, il Piano Casa sarà giudicato su una domanda semplice: quante case sono tornate disponibili, in quanto tempo, con quali risorse e per quante famiglie.
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Daniela Salemi
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