Prima la mediazione nel centrodestra, su spinta di Fratelli d’Italia, poi il confronto tra le opposizioni. Dal Pd la linea dura: il sì dopo la fuga in avanti degli alleati (M5S in testa). La Camera approva all’unanimità l’emendamento Roscani riformulato
Prima l’accordo faticosamente raggiunto nel centrodestra, con Fratelli d’Italia a spingere e Forza Italia a chiedere garanzie. Poi la trattativa con le opposizioni, culminata nella riformulazione dell’emendamento durante il Comitato dei nove. Alla fine, sul voto ai fuori sede, la legge elettorale mette d’accordo tutti: l’Aula della Camera approva all’unanimità, con 353 voti favorevoli e nessun contrario, il testo a prima firma del deputato meloniano Fabio Roscani.
Un voto bipartisan, accompagnato dagli applausi dell’emiciclo, che – una volta approvata definitivamente la nuova legge elettorale – consentirà a studenti, lavoratori e persone sottoposte a cure mediche di votare nel comune in cui vivono temporaneamente, senza essere costretti a tornare in quello di residenza. La norma varrà per le elezioni politiche ed europee e per i referendum abrogativi e costituzionali. Il fuorisede voterà per le liste e i candidati del territorio in cui è domiciliato, non per quelli della circoscrizione di origine.
La prima trattativa nel centrodestra
L’intesa arriva al termine di un doppio negoziato. Il primo si è consumato nella maggioranza nei giorni precedenti all’esame dell’Aula. A spingere per inserire nell’accordo di centrodestra una disciplina stabile del voto ai fuori sede sono stati soprattutto Fratelli d’Italia e i movimenti giovanili dei partiti, in primis Gioventù nazionale e Azione universitaria. Superati i dubbi tecnici degli alleati, con il via libera dei leader, l’emendamento è diventato unitario, sottoscritto da Roscani per FdI, Luca Toccalini per la Lega, Paolo Emilio Russo per Forza Italia e Franco Tirelli per Noi Moderati.
La soluzione individuata esclude seggi speciali e schede provenienti dai collegi di residenza: gli elettori saranno inseriti nelle normali sezioni del comune in cui vivono e voteranno per le liste presentate in quel territorio. «C’è la volontà di abbattere a picconate i muri che si mettono davanti alla partecipazione delle persone», ha rivendicato Roscani in Aula, dicendosi «ben contento» che il centrodestra abbia trovato l’unità sul tema.
Il vertice delle opposizioni e i dubbi del Pd
Il secondo confronto si è aperto nel campo largo. Durante la sospensione dei lavori, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si sono riuniti per circa mezz’ora. Il Partito democratico, a quanto apprende Open, ha spinto fino all’ultimo per tenere un atteggiamento di opposizione complessiva alla riforma e non concedere spazi alla maggioranza. I dem rivendicavano inoltre una proposta diversa, già approvata alla Camera nella forma di una delega e ferma al Senato.
Una posizione diventata difficilmente sostenibile non appena Giuseppe Conte e Angelo Bonelli hanno aperto pubblicamente al sì. «Ampliare il più possibile la partecipazione e garantire il sacrosanto diritto di voto è una nostra battaglia sin dall’inizio», ha spiegato il leader del M5S. Bonelli ha chiarito che l’intervento riguarda «la platea dei votanti» e non il meccanismo elettorale vero e proprio. Anche +Europa e Azione erano già orientate a favore. I dem hanno quindi atteso l’esito del Comitato dei nove e, ottenute alcune modifiche, si sono uniformati agli alleati. «Non è la soluzione che avremmo voluto», ha precisato in Aula Simona Bonafè. Ma, ha aggiunto, si tratta comunque di «un primo passo importante» per favorire la partecipazione.
Cosa cambia con la riformulazione
Nel dettaglio, la norma stabilisce che «è istituito, presso l’ufficio elettorale di ciascun comune, l’elenco degli elettori fuori sede» ammessi a votare nel luogo di temporaneo domicilio. Per studenti e lavoratori sarà necessario essere temporaneamente domiciliati per almeno nove mesi «in un comune situato in una Regione diversa da quella in cui si trova il comune di iscrizione elettorale».
La richiesta ordinaria dovrà essere presentata «entro il 31 dicembre di ciascun anno», in modo da poter votare fuori sede nelle consultazioni dell’anno successivo. Il comune di domicilio acquisirà da quello di residenza la comunicazione sul possesso del diritto di elettorato attivo. L’ufficiale elettorale del comune di residenza annoterà poi nella lista sezionale che l’interessato voterà in un altro comune, impedendo così una doppia espressione del voto.
La nuova finestra fino a 45 giorni prima del voto
Una delle modifiche decisive per ottenere l’accordo con le opposizioni riguarda chi diventa fuori sede dopo il 31 dicembre. Il testo iniziale rischiava infatti di escludere chi si trasferiva nei primi mesi dell’anno o dopo l’indizione delle elezioni. Con la riformulazione, studenti e lavoratori che maturano successivamente i requisiti potranno presentare la domanda «entro trenta giorni dalla data in cui i requisiti di fuori sede vengono soddisfatti e comunque non oltre il quarantacinquesimo giorno antecedente la data della consultazione». Viene quindi introdotta una seconda finestra “mobile”, che rende la disciplina meno rigida e permette di accedere al voto nel comune di domicilio anche quando il trasferimento avviene dopo la scadenza annuale.
Per chi è in cura bastano tre mesi
Un trattamento differente viene riservato alle persone lontane da casa per motivi sanitari. Nel testo originario anche chi era fuori sede per cure mediche doveva dimostrare una permanenza di almeno nove mesi. Ora il requisito si abbassa a tre mesi, purché in quel periodo ricada la data della consultazione.
Nel dettaglio, potranno presentare la richiesta gli elettori che, «per documentati motivi di cura», ricevano «assistenza sanitaria, terapia o trattamento medico per un periodo di almeno tre mesi» presso una struttura situata in una Regione diversa da quella del comune nelle cui liste elettorali sono iscritti. Anche in questo caso la domanda potrà essere presentata fino al quarantacinquesimo giorno precedente il voto.
Da una provincia diversa a una Regione diversa
Non tutte le modifiche ampliano però la platea. Il primo emendamento consentiva l’accesso alla procedura a chi fosse domiciliato in una provincia diversa da quella in cui si trova il comune di iscrizione elettorale. La versione approvata richiede invece che il domicilio si trovi in un’altra Regione. Significa, insomma, che resteranno esclusi gli elettori che studiano o lavorano lontano da casa, ma all’interno della stessa Regione. Una riformulazione che allarga le possibilità sul piano temporale, ma restringe il requisito geografico.
Dove e come si voterà
Gli elettori fuori sede saranno distribuiti nelle sezioni ordinarie del comune di domicilio, «di norma secondo un principio di prossimità territoriale». In ogni seggio non potranno essere più del 10% degli elettori già iscritti, per evitare concentrazioni e rallentamenti nelle operazioni. Il comune dovrà rilasciare, anche per via telematica, un’attestazione con il numero e l’indirizzo della sezione assegnata.
Rispetto al testo iniziale, che fissava la scadenza al quinto giorno precedente il voto, l’attestazione dovrà arrivare «entro il decimo giorno antecedente la data della consultazione». Al seggio l’elettore dovrà mostrare sia un documento valido sia l’attestazione. Viene inoltre chiarito che, se la richiesta viene respinta perché non sono rispettati i requisiti, «l’elettore è ammesso a votare nel comune nelle cui liste elettorali è iscritto».
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Luca Graziani
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