Sphere Abu Dhabi, il contratto da 1,7 miliardi che cambia il ruolo degli Emirati nell’economia globale


Da residente di lungo corso in questa regione, posso dire che c’è un momento preciso in cui una regione smette di essere un mercato di destinazione e diventa un mercato di produzione; un momento in cui non importa più chi porta i soldi da fuori: importa chi li spende, chi li gestisce, chi costruisce con le proprie mani. Quel momento, per gli Emirati Arabi, potrebbe essere proprio quello che stiamo vivendo adesso.

La notizia della settimana, tecnicamente, è semplice: Alec Holdings, ditta locale con base emiratina, ha ottenuto un contratto da 1,7 miliardi di dollari per la progettazione, l’approvvigionamento e la costruzione della Sphere Abu Dhabi, la spettacolare arena immersiva prevista sull’isola di Yas per il 2029. Un contratto enorme, assegnato a una delle più solide realtà costruttive locali.

Ma fermarsi alla cifra sarebbe un errore. La storia vera dietro la notizia, secondo me, è un’altra.

Per decenni, il modello di sviluppo del Golfo ha funzionato diversamente: si importano grandi marchi occidentali, si importano grandi contractor internazionali, si importano architetti, ingegneri e project manager. Il denaro è locale, ma il sapere e spesso il profitto se ne tornano a casa altrui, poiché tutto si importa ma non si costituisce un modello interno stabile.

Con la Sphere di Abu Dhabi, qualcosa si rompe in questo schema e, oggettivamente, sono certo che darà il punto di partenza effettivo a una serie di iniziative analoghe.

Barry Lewis, amministratore delegato di Alec Holdings, è stato esplicito: «Per Abu Dhabi, questo dimostra che la realizzazione di infrastrutture di livello mondiale non dipende da appaltatori internazionali. È una struttura di classe mondiale radicata qui, costruita qui, gestita da un’azienda impegnata nella visione a lungo termine dell’emirato».

Non è retorica aziendale. È una dichiarazione politica travestita da comunicato stampa.

La Sphere di Abu Dhabi sarà solo la seconda struttura di questo tipo al mondo dopo quella di Las Vegas, inaugurata nel 2023 e divenuta celebre per il suo schermo avvolgente in risoluzione 16K (il cosiddetto “Exosphere”).

Solo la seconda. In tutto il pianeta. Non Londra. Non Tokyo. Non Parigi… ma ovviamente Abu Dhabi.

Perché dico “ovviamente”? C’è chi la leggerà come il solito capriccio da petrodollari, l’ennesima trovata di un emirato che vuole stupire il mondo con architetture impossibili. Ma sarebbe una lettura miope.

La struttura da 20.000 posti ospiterà tre tipologie di eventi: produzioni immersive proprietarie con narrazione multisensoriale, residenze per concerti e grandi eventi di brand che spaziano dagli sport da combattimento alle conferenze, dai lanci di prodotto agli spettacoli.

Non è uno stadio e non è un teatro. È una categoria nuova di spazio culturale, e Abu Dhabi ne avrà il secondo esemplare al mondo, presentando quindi qualcosa che, come sempre accade da queste parti, è “molto di più”.

La scelta di costruire la Sphere a Yas Island non è casuale. È il risultato di una strategia decennale che non molti governi al mondo hanno avuto la pazienza e la disciplina finanziaria di portare avanti.

L’isola ospita già Ferrari World, SeaWorld Abu Dhabi, Yas Waterworld e il circuito che accoglie ogni anno il Gran Premio di Formula 1.

In cantiere ci sono anche Disney Abu Dhabi e un’espansione di Warner Bros World con un’area dedicata a Harry Potter.

Pensateci un momento: in un raggio di pochi chilometri quadrati, nel 2029 coesisteranno la Sphere, Disney, la Formula 1, che si disputa una volta l’anno ma su un circuito che ospita iniziative durante tutto l’anno, Warner Bros e SeaWorld.

Non esiste nessun altro posto al mondo con questa concentrazione di attrazioni di primo livello tutte insieme, tutte nuove, tutte costruite in meno di vent’anni.

Questo non è sviluppo. È ingegneria del desiderio su scala geopolitica.

Quello che rende questa notizia ancora più significativa è il contesto in cui arriva.

Il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti scoppiato a fine febbraio ha colpito duramente l’economia regionale. Turismo in calo, aviazione in crisi, investitori nervosi.

Eppure Abu Dhabi assegna un contratto da 1,7 miliardi.

Eppure i cantieri continuano.

Eppure la visione non si ferma.

C’è qualcosa di quasi ostentatamente calmo in questo modo di fare le cose. Come a dire: le crisi passano, le strutture restano. I cicli geopolitici si chiudono, le arene da 20.000 posti aprono.

È una scommessa sul futuro che pochi si permettono quando il presente brucia. E proprio per questo vale la pena di notarla.

In tutto questo, c’è un aspetto che rischia di passare in secondo piano: la complessità ingegneristica di quello che Alec Holdings ha accettato di costruire.

Sean McQue, managing director di Alec Construction, ha descritto il progetto come qualcosa che «richiederà precisione a ogni livello, dall’integrazione del design all’orchestrazione della catena di fornitura, fino all’esecuzione in cantiere e al controllo qualità».

L’ha definito un’infrastruttura destinata a «stabilire un benchmark globale».

Non è il tipo di linguaggio che si usa per un centro commerciale.

È il linguaggio di chi sa di stare costruendo qualcosa che non è mai stato costruito in questo modo, in questa forma, in questa parte del mondo.

Il fatto che lo stia dicendo il responsabile di un’azienda degli Emirati, e non di Bechtel, Vinci o Skanska, giusto per citare alcune grosse compagini, merita di essere sottolineato.

In Europa, quando si discute di grandi investimenti nell’intrattenimento o nella cultura, si passa anni a chiedersi se sia giusto spendere quei soldi, se non ci siano priorità più urgenti, se il ritorno economico giustifichi la spesa pubblica.

Nel frattempo, Abu Dhabi costruisce la seconda Sphere del mondo.

Non è una critica facile all’Europa, credetemi. A me fa più male scrivere queste considerazioni che a voi leggerle. Le democrazie hanno vincoli, dibattiti e contrappesi che le monarchie del Golfo non conoscono. Non tutto ciò che è veloce è giusto, su questo siamo tutti d’accordo.

Ma esiste una domanda che vale la pena di porre: quando un’intera generazione di turisti, appassionati di musica, di tecnologia e di esperienze immersive si chiederà dove andare nel 2030, le risposte che avrà a disposizione saranno sempre di più concentrate in questo angolo di mondo e quelle strutture le avrà costruite qualcun altro, mentre noi discutevamo.

La Sphere di Abu Dhabi aprirà nel 2029. Certo, l’obiettivo è ancora lontano, ma il tempo, in questa parte del mondo, passa sorprendentemente in fretta.


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 Carlo Scavone

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