La terza Masterclass della Ripartenza ha visto come protagonista Paolo Ielo, Procuratore Aggiunto della Procura della Repubblica di Milano. Un appuntamento speciale, considerando che parliamo di un magistrato che non rilascia interviste ed è difficile vederlo in tv. Si parte da Mani Pulite – lui ha fatto del pool dell’inchiesta – e dall’impatto mediatico di certi processi: “Il processo mediatico per gli anni Novanta aveva la tv generalista e la carta stampata come medium: questo faceva sì che il giornalista aveva una funzione di filtro. A partire dal Duemila e in particolare negli ultimi 15-20 anni, il medium sono i social: ogni filtro è completamente saltato. Quello che è rimasto alla tv generalista sono i talk show. C’è un’altra caratteristica del processo mediatico degli anni Novanta: la narrazione veniva essenzialmente da chi reggeva l’accusa. Poi la narrazione è diventata più complessa. Con i social manca il filtro, un’intercettazione sui social viene smontata e rimontata, crea verità diverse. Per quanto concerne i talk show, una cosa è informare – raccontare un processo e rappresentare le tesi – mentre un’altra cosa è trovare opinionisti che non raccontano l’accusa o la difesa, ma sono essi stessi l’accusa e la difesa. Trovi opinionisti colpevolisti o innocentisti che spuntano le loro sentenze: questo crea un fenomeno di parti senza responsabilità. In un processo, io porto la responsabilità di quello che dico: se dico una cosa, devo portare le prove. La difesa, nel rispetto di un sistema di regole, quello che dice ha forme e modi. Tutto questo nei talk show sparisce. Oggi abbiamo dei processoidi: una parvenza di verità molto diversa da quello che accade nei tribunali”.
Secondo Ielo, il rischio di influenzare l’opinione pubblica c’è, soprattutto per quanto riguardo i giudici popolare: “Io mi sono chiesto come mai questi processoidi riguardano solo processi che finiscono in Assise. Non ho una risposta a questo, vi consegno la domanda. Il rischio c’è”. Ludovica Bulian ha ripescato una dichiarazione di Ielo – “io faccio il magistrato, non sono un magistrato” – e il procuratore aggiunto è tornato così su quella definizione: “Io non mi sento un unto dal signore. Io non mi sento investito da chissà quale missione salvifica. Mi sento uno che cerca di fare bene il proprio mestiere, di rendere un servizio. Studio tanto e mi impegno tanto. Mi è accaduto di fare il mestiere di magistrato nella vita e ne sono contento. E’ complicato, ma faccio il magistrato: tutti facciamo i magistrati e dobbiamo cercare di farlo nel modo migliore possibile”.
Poi la Bulian ha posto l’accento su un’altra dichiarazione – “un’indagine fatta bene è anche quella che non fa passare i guai a chi non dovrebbe passarli” – rimarcando che questo non sempre accade: “Bisogna fare in modo che accada il più spesso possibile. Una buona indagine è sia quella che prende i colpevoli, sia quella che non fa passare i guai a chi i guai non li deve passare. Perché tutti noi rischiamo di andare lì. Non sempre tutti si possono difendere allo stesso modo, non tutti hanno le stesse risorse. Il mio mestiere è quello di rendere meno diseguali i piatti della bilancia della giustizia”. Ielo si è poi soffermato sulla sfiducia nei confronti della magistratura e della giustizia: “Credo che la sfiducia sia in qualche modo anche il risultato della sfiducia che permea in quelli che sono i rapporti tra istituzioni e cittadini. Errori ne sono stati fatti e probabilmente ce ne saranno altri. E’ tutto molto complesso e difficile, siamo qui a provarci”.
Il Procuratore Aggiunto della Procura meneghina è poi tornato su Mani Pulite, con un ricordo personale: “Quando sono entrato nel pool avevo 32 anni. Quella stagione è stata una stagione in cui la mia storia personale si è intersecata nella storia grande, quella con la s maiuscola. Io sono convinto che sarà possibile dare un giudizio pacato e serio su Mani Pulite quando quei giudizi saranno svincolati da ogni effetto sulla politica e sulle istituzioni. Ancora oggi i giudizi sono figli di opzioni politiche e di opzioni istituzionali. Voglio dire solo una cosa: quando noi giudichiamo fatti di trent’anni fa, dobbiamo provare a contestualizzare. Provo a fare un esempio: io vivevo a Milano, camminando in corso Buenos Aires qualcuno tirava fuori un mattone tecnologico con un’antenna, erano i primi telefonini. Sembravano dei marziani. Giudicare Mani Pulite senza contestualizzare sarebbe come giudicare quel tipo di telefonia mobile con l’ottima di chi usa gli smartphone con chat e social. Bisogna contestualizzare, bisogna capire che quel tipo di azione giudiziaria si inseriva in un contesto giudiziario in cui le cose funzionavano in un certo modo. Dire oggi che quella roba lì non andava bene può essere corretto, ma bisognerebbe girare l’orologio e tornare a quel momento”.
Altro tema sul tavolo l’abolizione dell’abuso d’ufficio: “Io dissento da quello che molti autorevoli colleghi hanno detto, ossia che fosse un reato spia. Il reato spia presuppone un segnale di qualcosa di molto più grave. L’abuso d’ufficio era un reato grave. Se io faccio le indagini per fregare o per favorire qualcuno, era abuso d’ufficio mentre ora non è niente: vi sembra normale? L’abuso era uno strumento di tutela contro gli atti di prevaricazione della pubblica amministrazione. Chiudo con un dato che deriva dalla mia esperienza: per otto anni ho coordinato il gruppo che si occupa di PA a Roma. In quegli anni i sindaci sono stati indagati per abuso d’ufficio una o due volte. Sapete nei confronti di chi c’era il maggior numero di denunce? I magistrati. Ed era un bene: chi amministra la giustizia e la cosa pubblica, deve capire che non lo deve fare per arrecare un vantaggio o uno svantaggio a qualcuno”.
Massimo Balsamo, 18 luglio 2026
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