Lo ha fatto senza avvalersi dell’aiuto di un avvocato, presentando un ricorso straordinario scritto di suo pugno direttamente al Presidente della Repubblica.
Ma la sua richiesta non è mai arrivata ad essere esaminata nel punto centrale della vicenda.
I giudici del Consiglio di Stato, che sono intervenuti nella questione, hanno infatti stabilito che quell’atto non poteva essere considerato un vero ricorso, perché non conteneva contestazioni precise contro il provvedimento comunale, ma soltanto il racconto della propria situazione personale e la richiesta di un intervento.
La battaglia per non perdere l’alloggio Ater
La vicenda nasce dalla decisione del Comune di Aprilia che aveva dichiarato la decadenza dall’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica gestito dall’Ater.
Un provvedimento che, oltre a mettere in discussione la possibilità per il cittadino di continuare a vivere nell’abitazione, aveva portato anche alla risoluzione del contratto di locazione.
Di fronte a quella decisione, il cittadino ha cercato una strada per far valere le proprie ragioni. Invece di rivolgersi al TAR del Lazio, ha presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, uno strumento previsto per contestare alcuni provvedimenti della pubblica amministrazione e alternativo al ricorso davanti alla giustizia amministrativa.
Nel suo atto ha raccontato la propria situazione e le difficoltà legate alla perdita dell’alloggio, chiedendo un intervento che potesse portare a una revisione della decisione del Comune di Aprilia.
Il problema, però, secondo i giudici, era proprio nel modo in cui quella richiesta era stata formulata.
Il ricorso al Presidente della Repubblica che arriva al Consiglio di Stato
Il passaggio davanti al Consiglio di Stato può sembrare sorprendente, perché il cittadino aveva indirizzato il proprio atto al Presidente della Repubblica.
In realtà si tratta del normale percorso previsto per questo tipo di procedimento.
Il ricorso straordinario, infatti, non viene deciso direttamente dal Capo dello Stato attraverso un esame personale della vicenda.
Dopo l’istruttoria svolta dal ministero competente, la questione viene sottoposta al Consiglio di Stato, che deve esprimere un parere obbligatorio. Sulla base di quel parere viene poi adottata la decisione finale con decreto del Presidente della Repubblica.
In questo caso, però, i giudici di Palazzo Spada non sono stati chiamati a stabilire se il Comune di Aprilia avesse correttamente revocato l’alloggio oppure se il cittadino avesse ragione.
La loro valutazione si è fermata prima: hanno dovuto stabilire se il documento presentato potesse essere considerato un vero ricorso.
Quando una richiesta non è un ricorso
Il punto centrale della decisione riguarda infatti la differenza tra un ricorso e un semplice esposto.
Un ricorso amministrativo deve contenere una contestazione precisa. Chi lo presenta deve spiegare perché il provvedimento dell’amministrazione sarebbe illegittimo, quali errori sarebbero stati commessi e per quale motivo dovrebbe essere annullato.
Non è sufficiente raccontare una situazione difficile o chiedere all’autorità di intervenire. Un ricorso deve individuare un problema giuridico legato all’atto contestato.
L’esposto, invece, ha una funzione diversa. È uno strumento con cui una persona porta all’attenzione di un’autorità un fatto o una situazione che ritiene meritevole di essere valutata.
Può contenere una richiesta di aiuto o di verifica, ma non ha la struttura necessaria per ottenere l’annullamento di un provvedimento amministrativo.
Secondo il Consiglio di Stato, il documento presentato dal cittadino di Aprilia rientrava proprio in questa seconda categoria.
La motivazione dei giudici: “un mero esposto”
Nella decisione, il Consiglio di Stato ha spiegato che l’atto presentato non conteneva una vera impugnazione del provvedimento comunale.
I giudici nella sentenza hanno scritto che:
“piuttosto che di un ricorso, si tratta di un mero esposto, con cui il ricorrente invoca un intervento del Presidente della Repubblica, esponendogli la sua condizione, senza tuttavia individuare alcuna specifica censura di illegittimità nei riguardi del provvedimento asseritamente impugnato”.
In altre parole, il cittadino aveva spiegato la propria situazione, ma non aveva indicato quali errori avrebbe commesso l’amministrazione nel dichiarare la decadenza dall’alloggio.
I giudici hanno anche precisato che il fatto che il ricorso fosse stato presentato personalmente dall’interessato, senza l’assistenza di un avvocato, non rappresentava un ostacolo.
In questi casi, infatti, gli atti possono essere valutati con una certa attenzione proprio perché spesso vengono redatti direttamente dai cittadini.
Resta però necessario che emerga almeno una contestazione comprensibile del provvedimento contestato.
La decisione non stabilisce chi aveva ragione sull’alloggio
La pronuncia del Consiglio di Stato non dice che il Comune di Aprilia avesse necessariamente ragione nel revocare l’alloggio Ater. Il giudizio non è mai arrivato a esaminare quel problema.
La decisione riguarda esclusivamente lo strumento utilizzato dal cittadino e la forma della richiesta presentata.
Secondo i giudici, il documento non aveva le caratteristiche di un ricorso straordinario e quindi non poteva essere esaminato nel merito.
La vicenda dell’alloggio resta quindi sullo sfondo. Il punto affermato dal Consiglio di Stato è un altro: anche quando un cittadino agisce personalmente e senza un professionista al suo fianco, un ricorso deve comunque contenere una chiara contestazione del provvedimento che si vuole impugnare.
Raccontare la propria storia e chiedere un intervento, da solo, non basta a trasformare un esposto in un ricorso.
Leggi anche: Aprilia, raffica di controlli sui tributi comunali: oltre 950 avvisi tra Tari e Imu per più di 2,2 milioni di euro
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Bruno Fabbri
Source link



