Genova 2001: domani, 20 luglio, saranno trascorsi 25 anni da quel G8 che per primo metteva assieme i Grandi della Terra. Un summit, però, passato alla storia per le violenze tra manifestanti e forze dell’ordine, le devastazioni della città, la morte di Carlo Giuliani (23 anni, ucciso da un colpo di pistola esploso dal carabiniere Mario Placanica, di poco più giovane di lui) e l’irruzione notturna della polizia nella scuola “Diaz”, centro stampa e dormitorio per il Genova Social Forum, e poi il trasferimento alla caserma di Bolzaneto. La CEDU (Corte Europea dei diritti dell’uomo) parlò di quell’episodio definendolo “macelleria messicana”, in riferimento ai veri e propri atti di tortura compiuti da alcuni poliziotti ai danni dei componenti del Social Forum. Il G8 di Genova, 25 anni dopo, resta “la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale nel secondo dopoguerra”, secondo una definizione di Amnesty International.
Un quarto di secolo da quel luglio, il capoluogo ligure ricorda e si interroga sull’eredità di quel G8 e sulle battaglie future delle nuove generazioni. Fino al 21 luglio una serie di mostre, spettacoli teatrali, dibattiti e tre manifestazioni di piazza animeranno le giornate genovesi. In un dialogo tra passato e futuro che non vuole essere solo sterile commemorazione. Ma per pensare alle lotte future bisogna guardare al passato.
Due giorni di guerriglia urbana
La città chiusa, blindata, divisa in zone d’accesso. Le forze dell’ordine in ogni angolo della città. Genova, quel luglio, si presentava così. I fatti del G8, diventato ormai lessico comune, iniziano il 20 luglio nella zona della stazione Brignole, in centro, in concomitanza con l’avvio del summit. Qui piomba il blocco nero, il gruppo di Black Bloc, che mette in atto la guerriglia metropolitana: sono circa 400 le tute nere che arrivano dall’estero per assaltare banche, bruciare auto e cassonetti. Una minoranza esigua rispetto alle migliaia di manifestanti pacifici appartenenti a1.184 gruppi e movimenti arrivati da ogni parte per chiedere alle otto potenze mondiali rispetto e diritti.
Già il 19 luglio c’era stato qualche tafferuglio ma nulla che facesse presagire quello che sarebbe successo nei giorni a venire: gli attacchi delle forze dell’ordine ai manifestanti pacifici con le mani alzate, le teste spaccate, il corteo delle tute bianche caricato e lasciato senza via di fuga.
La morte di Carlo Giuliani
Gli scontri tra polizia e manifestanti proseguono intorno alla zona rossa, l’area interdetta ai manifestanti per la presenza dei leader mondiali. Alle 17, in piazza Alimonda, un defender dei carabinieri resta bloccato tra i manifestanti durante una carica nella guerriglia metropolitana. Carlo Giuliani, 23enne, afferra un estintore, lo solleva e in quel momento viene colpito da un proiettile esploso da Placanica. Il ragazzo cade a terra, viene investito dal defender che cerca di allontanarsi dalla piazza. Muore poco dopo.
Placanica oggi ricorda: “Quel 20 luglio a Genova sono morto anche io”
“È come se fossi morto anche io a Genova. Non era una cosa che doveva succedere a due ragazzi. Hanno distrutto la vita a me e a Carlo. Avevamo quasi la stessa età” ha detto Placanica in un’intervista. All’epoca era un carabiniere ausiliario di vent’anni, nell’Arma da un anno, con alle spalle “un breve addestramento all’ordine pubblico”.
“Si era venuta a creare una situazione di grave pericolo per tutti” ricorda l’ex militare. E prosegue: “I No global hanno degenerato e noi carabinieri, in tre, siamo rimasti con la jeep da soli. Si vede da lontano – dice riferendosi alle riprese video di quei momenti – che c’erano plotoni ma non sono venuti in nostro soccorso. Me la sono dovuta cavare da solo anche perché il mio collega, Cavataio, aveva problemi a mettere in moto il Defender (il mezzo in uso ai carabinieri, ndr). Raffone, che era dietro, quello che si vede nei video con la mano sull’orecchio, era paralizzato dai colpi che arrivavano nella macchina. I vetri erano rotti. A me è stata buttata una trave in testa. Io ho sparato per allontanarli, non per colpire”.
Il momento dello sparo di Placanica a Giuliani, che prende l’estintore per lanciarlo contro la camionetta dei Carabinieri (Ansa)
19/07/2026
“Ma non possiamo dire – continua l’ex militare – che è stato un incidente perché è una cosa che non doveva accadere”. Secondo l’ex carabiniere infatti “c’è stata una cattiva organizzazione sia dalla parte delle forze dell’ordine sia dalla parte dei No global”. Placanica ha fatto parte dell’Arma fino al 2005, anno del suo congedo. Nel 2003 è stato vittima di un incidente stradale che, spiega, “mi ha segnato la vita. Ho dei bulloni e una piastra nella schiena. Ho difficoltà a fare tante cose. Non ho vissuto bene questi 25 anni. Ho avuto tanti problemi tra cui la denuncia per violenza sessuale, accusa da cui sono stato assolto a Catanzaro in primo e secondo grado perché il fatto non sussisteva. Non sono il tipo che va a fare queste cose. Ma sono rimasto da solo. Ho vissuto nella solitudine”.
Alla domanda se in tutti questi anni abbia sentito la vicinanza delle forze dell’ordine, Placanica risponde “zero totale. Sono stato abbandonato come un cane alla mia solitudine. La gente ha paura di me, non mi si avvicina più nessuno”. L’ex militare aggiunge: “Di Genova se ne parla spesso qui in città. Gli amici, quando mi vedono, mi domandano ancora. Non mi colpevolizzano” dice. Ma quei fatti drammatici secondo Placanica possono costituire un monito per i giovani, affinché “non si lascino trasportare dalle emozioni o dalla rabbia durante le manifestazioni. Le forze dell’ordine garantiscono la sicurezza dello Stato e vanno rispettate da tutti”. Al tempo stesso, però, le forze dell’ordine devono essere “equipaggiate in modo adeguato per evitare di dover utilizzare le armi. Io ho sparato, è morta una persona, ma non si deve mai arrivare a questo. Mai”.
L’irruzione alla Diaz
Gli scontri si ripetono il giorno successivo, il 21 luglio; la città è di nuovo messa a ferro e fuoco. Quella notte, i reparti mobili della Polizia fanno irruzione nella scuola Armando Diaz. L’operazione fu giustificata come un’azione mirata contro i black bloc. Gli agenti sfondano i cancelli e colpiscono i manifestanti che dormivano nei sacchi a pelo. La notizia viaggia sulle onde radio: un giornalista di radio Gap sta trasmettendo dalla scuola, racconta in diretta ciò che accade. Ciò che è accaduto quella notte, fu definito un “massacro” nella requisitoria del processo di primo grado a Genova. Per giustificare gli arresti, furono mostrate due molotov che però, secondo l’accusa, furono portate all’interno dalla stessa polizia. I giornalisti davanti alla Diaz videro decine di persone portate fuori in barella, sanguinanti, ferite.
Le torture nella caserma di Bolzaneto: la morte del diritto
Ma il G8 di Genova non aveva ancora svelato quanto accaduto nella caserma di Bolzaneto, dove in quei giorni venivano portate le persone fermate. Furono denunciati episodi di tortura: i fermati erano costretti a stare ore in piedi, con le mani alzate, senza avere la possibilità di recarsi al bagno, cambiare posizione o ricevere cure mediche, con le forze dell’ordine che infierivano su di loro, anche con insulti e offese di matrice fascista, nazista e razzista e minacce a sfondo sessuale nei confronti delle donne presenti.
“La morte del diritto”, come sentenze della Cassazione e della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno certificato. Poiché non ci furono solo le violenze fisiche: nel 2012, la Cassazione ha condannato in via definitiva per falso 15 funzionari di polizia per aver coperto gli agenti picchiatori con false prove e false accuse nei confronti dei 93 manifestanti che vennero arrestati (79 dei quali dalla scuola Diaz uscirono feriti) e accusati di associazione a delinquere per devastazione e saccheggio, arresti non convalidati.
I picchiatori sono rimasti senza nome non essendo identificabili ad eccezione dei capisquadra: i reati sono finiti prescritti ma i poliziotti sono stati ritenuti responsabili per i risarcimenti in sede civile. Il processo per le torture di Bolzaneto (così definite anche in questo caso dalla Cedu) ha visto 45 imputati tra poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari e medici. Gran parte dei reati si sono prescritti già prima dell’appello e in Cassazione sono rimaste sette condanne penali ma la Corte ha confermato la colpevolezza di gran parte degli imputati per gli effetti civili. Il terzo principale filone giudiziario ha riguardato i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio: 15 sono stati assolti fin dal primo grado perché secondo i giudici avevano reagito alla carica illegittima sul corteo delle tute bianche di via Tolemaide. Dieci sono stati invece condannati per devastazione e saccheggio con pene dai 6 ai 14 anni di carcere.
Scajola, all’epoca ministro dell’Interno: “Non dimenticherò mai la morte di Giuliani”
Presidente del Consiglio dell’epoca era Silvio Berlusconi, al Viminale c’era Claudio Scajola, oggi sindaco di Imperia, che in una intervista ricorda: “Non scorderò mai l’immagine della morte di Giuliani: quella gestione non riuscita dell’ordine pubblico, in cui un carabiniere alle prime armi ha rovinato la stessa sua vita sparando e uccidendo un altro giovane”.
In città, arrivarono a migliaia per un contro-vertice: erano gli “alteromondisti”, il movimento dei No global. La scelta di Genova, ricorda oggi Scajola, “la ereditammo dal Governo D’Alema”. Una decisione, dunque, già presa e difficile da modificare proprio per la macchina organizzativa della sicurezza, quella stessa sicurezza finita con la condanna dell’Italia da parte della CEDU che sentenziò come fosse stato violato l’articolo 3 della Convenzione dei diritti umani, sul reato di tortura. In Italia, bisognerà attendere il 2017 per una legge contro un simile reato.
L’allora ministro dell’Interno, Claudio Scajola (Ansa)
19/07/2026
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