L’ipotesi di un fondo pensione per ogni neonato riaccende il dibattito sulle politiche familiari. Un contributo pubblico alla nascita, integrabile volontariamente dai familiari, potrebbe costruire nel tempo una pensione complementare. Ma per il Forum delle Associazioni Familiari non può diventare una risposta alla denatalità. Ne parliamo con Adriano Bordignon, Presidente nazionale del Forum delle Associazioni familiari
Che cos’è il Fondo pensione per i neonati e quali finalità ha?
«L’ipotesi oggi al vaglio in Italia è quella di aprire, per ogni nuovo nato, una posizione previdenziale individuale alimentata da un primo contributo pubblico e, su base volontaria, da versamenti di genitori, nonni, familiari e, in futuro, dello stesso ragazzo una volta entrato nel mondo del lavoro. Si parla di una gestione affidata all’INPS, con vigilanza della COVIP.
L’obiettivo ha una sua razionalità: sfruttare il fattore tempo. Un piccolo capitale accumulato molto presto, se investito con criteri prudenti, trasparenti e con costi contenuti, può crescere lungo l’arco della vita e contribuire a costruire una pensione complementare. Sarebbe anche un messaggio culturale: dire a ogni bambino che la comunità nazionale investe sul suo futuro».
Esistono altre esperienze cui guardare?
«In Italia il precedente più recente è quello della regione Trentino Alto Adige, dove è stato previsto un incentivo alla previdenza complementare dei minori: 300 euro all’avvio della posizione e 200 euro per ciascuno dei quattro anni successivi, a condizione che la famiglia versi almeno 100 euro annui. All’estero, il riferimento più citato è la Germania, che ha approvato un progetto di “Frühstart-Rente”, cioè una pensione a partenza anticipata: 10 euro mensili versati dallo Stato in un conto previdenziale individuale dai 6 ai 18 anni. Il capitale resterebbe vincolato fino all’età pensionabile e potrebbe essere integrato successivamente con versamenti privati. È però una misura recentissima: non possiamo ancora attribuirle risultati concreti in termini previdenziali o demografici».
È economicamente realizzabile?
«Questo bisognerebbe chiederlo a Giorgetti e all’INPS. A nostro parere vale la pena trovare le risorse per sostenere quello che è soprattutto un processo culturale che guarda al futuro. Una misura universale, semplice e automatica ha un costo; ma il punto non è soltanto chiedersi quanto costa oggi, bensì quanto costa al Paese non investire nei bambini, nei giovani e nella stabilità delle famiglie. Secondo le indiscrezioni circolate, una delle ipotesi prevederebbe 50 euro al mese per i primi tre anni di vita: 1.800 euro per bambino. In questo caso il costo stimato arriverebbe da circa 200 milioni di euro nel primo anno fino a circa 1 miliardo a regime. Sono cifre rilevanti e, proprio per questo, richiedono coperture certe e continuità, non annunci o sperimentazioni intermittenti.
Come Forum riteniamo che un eventuale fondo debba rispondere a tre criteri: essere realmente universale, cioè destinato a tutti i bambini e non solo a chi può anticipare risorse proprie; essere strutturale, cioè stabile nel tempo, perché una misura che parla di futuro non può dipendere da finanziamenti occasionali; non sottrarre risorse alle priorità immediate delle famiglie, come assegno unico, servizi educativi, congedi, lavoro e abitazione».
Questa proposta non sembrerebbe accessibile a tutte le famiglie.
«Questo è il punto decisivo. Se l’accesso al fondo dipende da un versamento obbligatorio della famiglia, il rischio è evidente: le famiglie con redditi più bassi, con lavori discontinui o con più figli potrebbero essere proprio quelle meno in condizione di aderire. E una misura nata per ridurre le disuguaglianze finirebbe, paradossalmente, per ampliarle.
Per questo lo Stato dovrebbe garantire a ogni bambino una dotazione iniziale certa e automatica, senza condizioni economiche o burocratiche che escludano i più fragili, come già avviene in Trentino Alto Adige. I contributi aggiuntivi delle famiglie possono essere previsti, ma devono restare facoltativi: un’opportunità, non il biglietto d’ingresso alla misura».
Ci sono riscontri sulla sua efficacia?
«Bisogna essere molto onesti: non abbiamo ancora prove che un fondo previdenziale alla nascita faccia aumentare le nascite. Sarebbe improprio presentarlo come la soluzione alla denatalità. Il primo effetto in realtà riguarda la tenuta del sistema previdenziale sul lungo periodo. Le valutazioni disponibili sui conti di risparmio per minori mostrano qualche effetto positivo sulla propensione al risparmio e, in alcuni casi, una maggiore accumulazione per i figli. Quanto ai baby bonds, pensati soprattutto per ridurre le disuguaglianze patrimoniali, le analisi disponibili sono in larga misura simulazioni: suggeriscono un possibile impatto importante sulle disuguaglianze di ricchezza, ma non esistono ancora valutazioni consolidate dei programmi attivati, proprio perché si tratta di strumenti relativamente recenti.
Dunque, un fondo alla nascita può essere utile come elemento di previdenza complementare, educazione finanziaria e patrimonio di partenza per i giovani. Ma non va confuso con una politica di natalità. Le persone non rinunciano ad avere figli perché non hanno un fondo pensione per il neonato; rinunciano o rinviano quando percepiscono precarietà, solitudine, insufficienza dei servizi, difficoltà di conciliazione, costi abitativi insostenibili e penalizzazioni nel lavoro, soprattutto per le donne».
È una priorità tra le politiche familiari?
«È un’idea interessante e merita un esame serio, ma non la consideriamo oggi la priorità assoluta. Può essere un tassello di una strategia di lungo periodo, non il perno della risposta all’inverno demografico».
Quali azioni servono realmente contro l’inverno demografico?
«I numeri dicono che non possiamo più procedere con misure episodiche. Ben venga ogni strumento che accompagni un bambino dalla nascita alla vita adulta, compreso un eventuale fondo previdenziale. Ma la prima pensione di un bambino è una famiglia che può vivere serenamente oggi: con un reddito adeguato, servizi vicini, tempi di vita compatibili con la cura, una casa e una comunità che non la lasci sola. Solo una politica familiare strutturale, universale e continuativa può trasformare il desiderio di figli in una possibilità reale».
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