Il dibattito sulla pensione anticipata a 64 anni è tornato al centro della scena politica dopo l’apertura del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti alla proposta lanciata dalla Lega. Un’apertura che, a prima vista, sembra motivata da una sola ragione: correggere una presunta ingiustizia tra generazioni di lavoratori. Ma dietro le dichiarazioni ufficiali si nascondono almeno altri due motivi, mai esplicitati con altrettanta chiarezza, che aiutano a capire perché il titolare del Mef guardi con interesse a questa ipotesi di riforma in vista della prossima Legge di Bilancio.
Come funzionerebbe la proposta della Lega
L’ipotesi di uscita a 64 anni allo studio, promossa dalla Lega e discussa tra il vicepremier Matteo Salvini, il ministro Giorgetti e il sottosegretario Durigon, prevede l’estensione della pensione a 64 anni anche ai lavoratori del sistema misto, oggi esclusi da questa possibilità perché hanno iniziato a versare contributi prima del 1996.
L’accesso, però, non sarebbe automatico. Tra gli elementi allo studio figurano:
- il calcolo interamente contributivo dell’assegno, anche per chi proviene dal sistema misto;
- la possibilità di utilizzare una quota del Tfr trasformata in rendita integrativa, per attenuare l’impatto sull’importo della pensione;
- il mantenimento di soglie minime di importo da raggiungere per poter accedere all’uscita anticipata, sul modello di quanto già previsto per i contributivi puri;
- un limite massimo all’importo percepibile fino al raggiungimento dei 67 anni, pari a cinque volte il trattamento minimo (circa 3.059,25 euro lordi mensili nel 2026).
Su questo impianto, tuttavia, si sono già registrate le prime perplessità. I sindacati, in particolare la Cgil, segnalano come il requisito economico necessario per accedere alla pensione anticipata nel sistema contributivo sia diventato progressivamente più difficile da raggiungere, e che entro il 2030 la soglia potrebbe alzarsi ulteriormente. Anche utilizzando il Tfr come integrazione, per molti lavoratori con retribuzioni medio basse il montante complessivo potrebbe non bastare a superare la soglia richiesta.
Il primo motivo non detto: la distorsione tra chi ha iniziato a lavorare prima e dopo il 1996
L’apertura del ministro Giorgetti alla proposta di uscita anticipata a 64 anni di età parte da un dato tecnico che riguarda l’architettura stessa del sistema previdenziale italiano. Attualmente esiste già una possibilità di uscita a 64 anni, ma è riservata ai cosiddetti contributivi puri, cioè a chi ha versato il primo contributo dal 1996 in poi. Per loro bastano 20 anni di contributi, a patto che la pensione maturata raggiunga almeno tre volte l’assegno sociale, soglia che nel 2026 corrisponde a circa 1.638,72 euro lordi al mese.
Chi invece ha iniziato a lavorare prima del 1996, e rientra quindi nel cosiddetto sistema misto (in parte retributivo e in parte contributivo), non può accedere a questa via di uscita anticipata. È proprio su questo punto che Giorgetti ha concentrato le sue perplessità, definendo la situazione una vera e propria distorsione ereditata dalla riforma Fornero. Le sue parole sono state nette: chi ha cominciato a lavorare prima del 1996 viene sostanzialmente trattato peggio di chi ha iniziato dopo quella data.
Si tratta di un’affermazione politicamente rilevante, perché arriva da chi, come ministro dell’Economia, è tradizionalmente il più cauto sulle aperture in materia pensionistica. Estendere la pensione a 64 anni anche ai lavoratori del sistema misto significherebbe, secondo questa lettura, riequilibrare un trattamento oggi iniquo, superando una delle eredità più contestate della riforma Fornero del 2011.
Il secondo motivo non detto dietro l’apertura di Giorgetti
Se la questione della distorsione generazionale è il primo motivo non detto, anche un altro merita attenzione perché sembra avere un peso importante nelle valutazioni del Mef.
Si tratta del calcolo interamente contributivo dell’assegno. A differenza di altre formule di calcolo di pensione anticipata, come Quota 100 o Quota 103, che nel tempo hanno pesato in modo significativo sui conti pubblici, un’uscita basata sul sistema contributivo puro ridurrebbe sensibilmente i costi per lo Stato.
Il motivo è semplice: nel calcolo contributivo l’importo della pensione è direttamente proporzionale ai contributi effettivamente versati durante la carriera lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita tramite un coefficiente legato all’età di uscita. Chi lascia il lavoro a 64 anni, quindi, riceve un assegno più basso rispetto a chi resta fino a 67 anni, proprio perché il montante contributivo viene distribuito su un numero maggiore di anni di pensione attesa. Questo significa che, a differenza delle misure di flessibilità in uscita finanziate dalla fiscalità generale, una pensione a 64 anni calcolata con il metodo contributivo si autofinanzia in larga parte, non richiedendo interventi aggiuntivi di spesa pubblica paragonabili a quelli di altre misure sperimentate negli anni scorsi.
È un aspetto che aiuta a spiegare perché proprio Giorgetti, notoriamente rigoroso sui conti pubblici, non abbia bocciato l’ipotesi sul nascere. Una misura che non pesa sul bilancio dello Stato in modo significativo, o che comunque ha un impatto contenuto rispetto ad altre formule di pensionamento anticipato, è molto più facile da sostenere in una fase in cui il Mef deve rispettare vincoli di finanza pubblica stringenti, anche in vista dei negoziati sulla prossima Legge di Bilancio.
A rafforzare questa lettura contribuisce anche l’ipotesi, avanzata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, di utilizzare una quota del Tfr (trattamento di fine rapporto) come rendita integrativa per attenuare l’impatto sull’importo della pensione. Anche in questo caso, il costo della misura ricadrebbe in buona parte su risorse già accantonate dal lavoratore, e non su nuova spesa pubblica aggiuntiva.
L’unico motivo spiegato: uscire prima rispetto ai requisiti attuali, sempre più alti
L’unico motivo dichiarato per l’accettazione della propsta di pensione anticipata a 64 anni di età riguarda il contesto in cui questa proposta si inserisce: quello di requisiti pensionistici in costante aumento. Se non interverranno novità normative, dal 1° gennaio 2027 l’età per la pensione di vecchiaia salirà da 67 a 67 anni e 1 mese, per effetto dell’adeguamento automatico alla speranza di vita previsto dalla riforma Fornero e confermato dalla Legge di Bilancio 2026. Un ulteriore incremento è già previsto per il 2028, quando il requisito salirà a 67 anni e 3 mesi.
In questo scenario, una pensione anticipata a 64 anni rappresenterebbe per centinaia di migliaia di lavoratori una via di uscita reale rispetto a un’età pensionabile che si allontana progressivamente. Non si tratta soltanto di correggere una distorsione tra generazioni, ma di offrire una risposta concreta a chi, dopo decenni di lavoro, vede continuamente allontanarsi il traguardo della pensione per effetto dei meccanismi automatici legati alla longevità.
Questo secondo motivo ha anche una valenza politica evidente: in un momento in cui l’innalzamento dei requisiti pensionistici genera malumore diffuso tra i lavoratori più prossimi alla pensione, poter offrire una finestra di flessibilità a 64 anni, anche se con un assegno più contenuto, rappresenta per il governo un modo per attenuare le tensioni sociali senza dover intervenire direttamente sul meccanismo di adeguamento alla speranza di vita, che resta comunque in vigore per la generalità dei lavoratori.
Le reazioni: dal sindacato a Elsa Fornero
La proposta ha acceso un dibattito che va oltre i confini della maggioranza di governo. Anche l’ex ministra del Lavoro Elsa Fornero, autrice della riforma del 2011 che porta il suo nome, è intervenuta sul tema, riconoscendo che alcune distorsioni tra generazioni diverse esistono davvero e che, in alcuni casi, può essere necessario correggere le formule pensionistiche quando i costi imposti dalle norme del passato si rivelano eccessivi per le generazioni successive.
Un’apertura, quella di Fornero, che va letta come un riconoscimento tecnico del problema sollevato da Giorgetti, più che come un endorsement pieno alla proposta della Lega, sulla quale restano da sciogliere diversi nodi, a partire dalla sostenibilità finanziaria complessiva e dall’effettiva platea di lavoratori che potrebbe beneficiarne.
Cosa aspettarsi dalla prossima Legge di Bilancio
Alla luce delle ultime dichiarazioni di Giorgetti, le quotazioni di un intervento in questa direzione risultano in crescita. È possibile che la prossima manovra porti a una maggiore uniformità delle regole tra chi ha versato contributi prima del 1996 e chi lo ha fatto successivamente, rendendo il sistema pensionistico italiano più flessibile rispetto agli attuali requisiti.
Resta il fatto che, dietro l’apertura del ministro dell’Economia, non c’è soltanto la volontà di correggere un’ingiustizia generazionale. Ci sono anche ragioni più pragmatiche legate alla sostenibilità dei conti pubblici, garantita da un calcolo contributivo meno oneroso per lo Stato, e alla necessità di offrire una risposta concreta a lavoratori sempre più lontani dalla pensione a causa dell’innalzamento dei requisiti previsto dal 2027. Tre motivi diversi, ma complementari tra loro, che insieme spiegano perché il tema della pensione a 64 anni sia destinato a restare al centro del confronto politico nelle prossime settimane, in vista della definizione della Legge di Bilancio.
Dott.ssa Serena Benedetti
La dott.ssa Serena Benedetti è un’esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell’assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all’analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi…
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