Da Andrich a Carlesso – passaggi a nord-ovest
di Salvatore Bragantini
Quarantuno anni fa, nell’ormai lontano 1985, feci una bella salita solo per caso; beh, proprio per caso no, eppure in un certo senso sì. Due anni prima avevo ripreso a scalare, dopo un’assenza di un decennio, assorbito quasi totalmente dal lavoro e dalla famiglia. Tornato alla montagna, nel 1983 con Paolo Cutolo salii in modo quasi dignitoso la Liebl-Schober al Pan di Zucchero; quasi arrivati in cima incontrammo due orobici con cui poi familiarizzammo, Augusto Azzoni – purtroppo morto alcuni anni fa – e Alessandra Gaffuri. Soddisfatto, al rifugio Coldai, Paolo – che scalava su ben altri livelli rispetto ai miei incerti passi da ritornante – propose di salire la Andrich alla Punta Civetta. Anche se pensavo di non essere all’altezza accettai, convinto che da primo sarebbe comunque andato solo lui. Dormii male quella notte, sperando forse nella pioggia che, copiosa, al mattino sciolse ogni dubbio, e noi scendemmo a valle.
In quei giorni al Coldai c’era anche Andrea Di Bari, stella di un mondo dell’arrampicata romana che, nella mia assenza, era molto cambiato, e in meglio. Mentre prima consisteva solo di soci della Sottosezione Universitaria del CAI di Roma, Sucai – per ciò stesso, allora, figli della borghesia – negli anni della mia assenza era entrata, imperiosa, aria nuova. C’era sì stata l’eccezione di Gigi Mario, che non andava all’università, ma tale era rimasta, un’eccezione.

Con quell’aria nuova avevano fatto irruzione Andrea e tanti altri, ragazzi e ragazze, alcuni dei quali avrebbero potuto essere miei figli; nella mia qualità di residuo fossile della precedente era geologica, li osservavo con interesse e rispetto – erano arrampicatori fortissimi – ma restavo, se non estraneo, ancora guardingo. Proprio mentre eravamo lì, due di questi ragazzi avevano avuto un serio incidente sul diedro Philipp-Flamm, di cui parlerò fra poco.
Andrea, con la sua travolgente socievolezza, derivante da un’evoluzione tormentata che allora ignoravo (da lui ben narrata nel libro Il fuoco dell’anima), superò questa distanza, smontando i miei residui dubbi. Lo ricordo in particolare afferrare un giornale – io sempre me li portavo dietro nei rifugi – e dopo averne letto il titolo: “Roma, sequestrato ingente carico di hashish”, subito commentò preoccupato: “E mo’ come famo?” Nel mio mondo ben ordinato non c’era dubbio, quella era una buona notizia; l’uscita di Andrea, scherzosa ma sincera, mi preparò a più complicati rapporti familiari in futuro.
Due anni dopo tornai al Coldai, dove con moglie e figli facevamo tappa in un trekking con amici fra Civetta e Pelmo. Ne avevo approfittato per “infilare” nei programmi una salita sulla Punta Civetta, la Andrich o la Aste; nel giorno prescelto tutto il gruppo sarebbe salito al rifugio Tissi, davanti alla Nord-ovest, per poi tornare al Coldai. Non potevo purtroppo contare su Piero Bellotti, storico compagno di tante salite ma impegnato altrove; non avevo che quel giorno, e dovevo farlo fruttare. Per questo avevo fissato da tempo un appuntamento con Marco Geri, anche lui compagno di belle salite. Restai quindi male quando seppi, poco dopo pranzo, che Marco risultava non pervenuto; per di più, presagio sinistro, non aveva prenotato.
Per superare l’ostacolo imprevisto mi misi ad osservare chi si godeva il sole pomeridiano fuori dal rifugio, attento a chi sfogliava guide di arrampicata. Notai subito tre ragazzi austriaci che sembravano fare al caso mio; mi avvicinai a loro come chi bighellona senza meta. Fu subito chiaro che ero capitato bene, i tre volevano fare una via sulla Nord-ovest, ma avevano pensato al diedro Philipp-Flamm. Non mi ero preparato mentalmente per questa salita, ed ero rimasto impressionato dall’incidente ai due forti scalatori romani prima accennato, proprio sul Philipp; colpiti da una scarica di sassi duecento metri sotto la cima, avevano bivaccato in attesa del soccorso, chiamato all’arrivo al Coldai dalla cordata che li precedeva (di cellulari non c’era l’ombra). La mattina dopo i soccorritori li avevano recuperati calandosi per duecento metri, appesi all’argano che, mi dissero, aveva un attacco fisso all’uscita della via.
Confesso di aver speso questa carta in modo viscido e poco onorevole come prova che era meglio evitare il Philipp, tanto pericoloso da richiedere un attacco fisso. L’argomento li convinse e a questo punto mi giocai la carta: voi siete in tre, il mio socio non s’è presentato, potrei venire con voi, se salissimo in due cordate. In breve, concordammo che io e il più maturo dei tre, Erich Spanbloechl, saremmo andati avanti; i due più giovani, Herbert Hackl e Heli Dilli, avrebbero formato la seconda cordata.
Quando informai mia moglie Lucia della decisione, fu fieramente contraria: ma come, vai a fare una via con gente che hai incontrato per caso al rifugio, senza neanche sapere se sono esperti e prudenti, o degli scavezzacollo avventati! Come lei ben sapeva, non mi è mai piaciuto chi cerca compagni d’occasione, quasi girando con la corda alla base di una via per cercarli. Avevo però troppo puntato su questo progetto, stavo girando da giorni in Dolomiti con lo zaino pesante per ferraglia e corde; non volevo proprio rinunciarvi.
Tornai allora dai tre dicendogli che dovevamo parlare di come farci sicura, anche per esser certi di capirci; era un modo per poter superare i dubbi di Lucia, facendo un occulto esame sulle sicure che mi avrebbe fatto il possibile compagno. Allora c’erano ancora differenze nei sistemi di assicurazione usati da tedeschi, francesi ed italiani, travolte poi dall’uniformità UIAA. L’esaminato, che avrà avuto 10-15 anni meno di me, superò questo “esame” fugando senz’altro ogni dubbio. Per evitare confusioni escludemmo complicati dialoghi; solo l’urlo “stand”, avrebbe permesso al secondo di salire.
L’indomani uscimmo in quattro dal Coldai che albeggiava, arrivammo sotto la Nord-ovest, superammo in fretta lo zoccolo giungendo al bivio fra la Andrich e la Aste, dove la scelta fu facile; sulla Aste c’era una cordata appena partita e altre due in attesa (seppi poi che queste bivaccarono in cima). Attaccai senza dubbio la Andrich e da lì noi due procedemmo a comando alternato. Sulla salita vera e propria non avrei molto di speciale da dire; fu bella e di grande soddisfazione, ma chi, giunto dove la via diventa un misto fra fessura, diedro e camino, pensasse di essere ormai fuori, sbaglierebbe di grosso.
Nel caso nostro, mentre c’eravamo dentro, la Marmolada s’incappucciò; poco dopo arrivò puntuale il temporale che fu breve, ma trasformò l’ultimo tiro, non difficile, in una cascata, tanto che dovemmo gettare una corda per tirare fuori i due più giovani che ci seguivano. Quando il temporale era ormai lontano, il mio compagno – si chiamava Erich Spanbloechl – mi strinse forte la mano aggiungendo, con un ampio sorriso: Ich bin ein Bergführer, sono guida alpina. Il suo comportamento mi colpì molto, perché mi parve proprio di un animo gentile, oserei dire signorile. Quando gli facevo “l’esame” avrebbe potuto liquidarmi vantando il suo status, come forse avrei fatto al suo posto. Il suo silenzio, anziché guastarmelo, mi ha lasciato il piacere di fare una via, difficile e di notevole impegno, in condizioni che dovevo ritenere di perfetta eguaglianza.
Scendemmo veloci dalla ferrata degli Alleghesi, e da lì al Coldai, dove trovai tutti in ambasce per via del temporale. Il figlio piccolo, Tomaso, che allora aveva dieci anni, passando sotto la parete durante il temporale urlava sconsolato “Papà”, spaventato per la mancanza di risposte. Prima di cena Erich scese all’auto a prendere cibo; aveva certo molta più benzina del sottoscritto, che l’avrebbe fatto solo dietro promessa di ingenti premi in denaro! A sera salutai con affetto e gratitudine Erich e i due compagni che, come previsto, al nostro risveglio erano già sulla via di casa. Mentre scrivevo questo post ho cercato di contattare Erich dopo tanti anni, ma il direttore del sito Bergsteigen.com, Andreas Jentzsch, mi ha scritto che quel mio compagno forte e silenzioso è morto diversi anni fa.

Il mio rapporto con la Nord-ovest tuttavia non era ancora alla fine. Alla verde età di 74 anni mi colse il desiderio di salire la Carlesso alla Torre di Valgrande, che con troppo ingenuo ottimismo pensavo di salire, nonostante l’età, a comando alternato. Ne parlai con l’amico Luca Mozzati, che si presentò puntuale al Coldai con la figlia Marta. Alla sera, nella sala dei materiali trovammo il forte gardenese Adam Holzknecht, diretto con un socio alla Andrich alla Punta Civetta; con loro parlammo a lungo piacevolmente, mentre Federica Mingolla e un compagno si preparavano alla via Chimera verticale, sulla stessa parete.
L’indomani superammo lo zoccolo, che stavolta trovai (come mai?), faticoso; arrivati alla base della via dissi a Luca, “Comincia pure tu”. Quando, arrivato in sosta, vidi il tiro seguente, fui raggiunto finalmente dalla realtà; così rinsavito gli dissi senza più dubbi “Continua tu”. Più in alto, giunto circa a metà via, guardai a destra verso l’immensa parete nord-ovest, severa e bellissima, salutandola; dopo tanti anni ci eravamo ritrovati, ma ora dovevo dirle addio, per sempre stavolta. Tornammo al Coldai nel pomeriggio, ma Adam e il compagno correvano già sui prati verso la macchina.
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