CAI Eagle Team Oman 2025 – 1
di Marco Ghisio
(pubblicato su Annuario del CAAI 2025-2026)
La spedizione in Oman ha rappresentato la naturale conclusione di un progetto incentrato su giovani promesse del mondo dell’alpinismo e arrampicata. Giovani che finalmente hanno potuto godere dei frutti delle varie settimane di formazione e mettere in pratica quanto appreso, in un luogo opportunamente scelto non solo per collaborare allo sviluppo turistico e sportivo del territorio omanita ma anche per la quantità e qualità di pareti rocciose ancora inesplorate a disposizione. È grazie a questi due aspetti fondamentali, uniti alla voglia di fare gruppo che i ragazzi hanno messo in atto, che la spedizione può vantare gli ottimi risultati raggiunti.
In particolare, mi riferisco alle 11 vie aperte, dalle quali risulta evidente come ogni partecipante abbia avuto modo di apporre la propria firma su un nuovo itinerario. Già esperti o alle prime armi, ognuno ha trovato il giusto terreno per scatenare la fantasia e la voglia di ingaggio.
Le Al Hamra Towers
I primi giorni della spedizione hanno dato un po’ di filo da torcere, anzitutto per un problema col noleggio auto che avrebbe potuto limitare fortemente il tour. Avevamo prenotato 3 jeep ma ci hanno consegnato tre berline, dettaglio non trascurabile considerando che buona parte delle strade secondarie sono sterrate e alcuni accessi alle pareti anche molto sconnessi e ripidi, senza contare la quantità di materiale e viveri che dovevamo trasportare, difficilmente stipabile nelle utilitarie.
Questo ci ha costretti a scartare la prima meta, il Wadi Bani Awf, per un’area più a portata di mano in attesa che si risolvesse il disguido.
Così, il primo giorno ci dirigiamo verso le Al Hamra Towers. Mauro Florit e Francesco Leardi, con Riccardo Volpiano e Marco Cocito, Erica Bonalda e Daniele Lo Russo vanno verso la parete nord della Torre est, in quanto Mauro, in una precedente esplorazione nel 2018, aveva adocchiato alcune linee interessanti e non ancora salite. Ecco, quindi che nascono Evening coffee e Old style. lo, Matteo Monfrini e Lorenzo Toscani ci dirigiamo invece verso la Torre centrale dove, parimenti, avevamo intravisto la possibilità di una nuova linea, ma nel nostro caso, dopo i primi tiri ci accorgiamo ben presto che era già stata salita, anche se non presente tra le nostre informazioni, per cui decidiamo di deviare sulla linea di Balha coi Lupi, aperta nel 2017 da Lamantia, Sanguineti e compagni, in realtà, nella parte alta, apportiamo una variante di uscita.
In questi primi due giorni non sono mancati i contatti con la popolazione locale, la prima sera è venuto a trovarci al nostro accampamento un gruppo di ragazzi incuriositi che ci hanno accolto con datteri e thermos di caffè aromatizzato, mentre, il giorno seguente, alla base della parete è arrivato un pastore che ci ha poi condotti al suo “rifugio” anch’egli offrendoci caffè e datteri. Ci ha poi fatto conoscere i suoi figli, nipoti, cugini e ci stava organizzando una grigliata per la sera successiva.
La diversità culturale e la diffidenza verso questi paesi mediorientali che noi occidentali ci portiamo dietro sicuramente ci limita fortemente in queste occasioni, soprattutto al primo impatto, ma bastano pochi minuti e si comprende chiaramente che gli intenti (almeno qui in Oman, per le esperienze avute) sono assoluta-mente piacevoli e ispirati a un grande senso di ospitalità mista a curiosità.
Alla scoperta del Jabal Misfat al Abriyeen
Il terzo giorno di spedizione noi tre tutor avevamo fissato l’appuntamento per la sostituzione delle agognate auto e, mentre i ragazzi erano intenti a ripetere la via Balha coi Lupi, in attesa dell’orario dell’incontro siamo andati in esplorazione al Jabal Misfat al Abriyeen, un bellissimo villaggio, immerso in un’oasi verde piena di terrazzamenti, palme e canalizzazioni per l’acqua, da cui parte chiaramente un wadi dalle pareti interessanti e molto poco valorizzate.
Il giorno successivo, pertanto, decidiamo di recarci qui alla ricerca di nuove linee, lo spazio non manca, ci dividiamo in cordate e partiamo. Purtroppo, subito sul primo tiro Marco Cocito tira un pilastrino all’apparenza solido, ma che all’improvviso si frattura. Risultato: caduta, ferita alla gamba, ospedale.
Ognuno scende dai propri obiettivi e si concentra nell’aiutare Marco a tornare alla macchina e nell’accompagnarlo in ospedale, dove verrà curato in modo perfetto, ma questo infortunio lo costringe ai box per 4 giorni, in attesa di riacquistare un po’ di mobilità e far guarire la ferita. Il giorno dopo torniamo a concludere i nostri progetti e nascono Habibi ad opera di Mauro e Francesco, Feel free to create ad opera di Riccardo ed Erica, alla sua prima esperienza di apertura, e la via Sciugomano, completamento dell’avvio di Marco, per mano di Lorenzo e Matteo che supera l’evidente pancia sopra la cengia.
Io e Daniele purtroppo siamo costretti ad abbandonare la nostra via causa roccia scadente, impareremo il mood della spedizione: evitare le zone di roccia gialla anche se estetica-mente interessanti!
Sulle spettacolari pareti del Jabel Kawr
Complessivamente in questi primi giorni la roccia non convince, c’è un po’ di scetticismo nel gruppo e forse un pizzico di delusione iniziale, per cui decidiamo di spostarci verso l’area che fin da casa sembrava riservare il più alto potenziale, lo Jabel Kawr e lo Jabel Misht. Soprattutto su quest’ultimo riponevamo grandi aspettative in quanto eravamo interessati ad una via del
grande Auer, ma da subito abbiamo capito che non sarebbe stato possibile ripeterla. La parete, alta 1000 m prende sole dalle 7 alle 18 e di giorno si arrivava a oltre 30 gradi, una combinazione improponibile viste anche le difficoltà della via.
Nell’area del Jabel Kawr sapevamo che le pareti del Said Wall e dell’Al Kumeira Wall sarebbero state una valida alternativa: nord pieno e vie di 500 metri, molto frequentate negli anni da Simon Messner e dove è presente anche la via di Matteo Della Bordella e Simone Pedeferri Vacanze (R)omane.
Per raggiungere l’area sottostante le pareti ci attendono 40 minuti di sterrato di montagna. Arriviamo quindi nel “villaggio” di Al Kumeira, ormai disabitato, ma dove è presente una moschea immersa in una piccola oasi. È proprio qui che ci piazziamo per i giorni a venire, quelle palme e la canalizzazione di acqua, sono state la nostra salvezza in un ambiente totalmente arido e assolato.
Siamo al 25 febbraio, installiamo un nuovo campo base e ci buttiamo a esplorare le pareti, studiando obbiettivi e avvicinamento, per poi definire le cordate per l’indomani. Qualche momento di tensione per via di obiettivi discordanti si risolve con un buon esercizio di pazienza, e si parte. Per me, Matteo e Lorenzo destinazione Vacanze (R)omane, abbiamo voglia di scontrarci con un po’ di alta difficoltà. Erica e Daniele si dirigono su Ticket to the Moon, una delle vie di Messner. Riccardo e Mauro, eterni esploratori, vanno invece verso uno sperone al Said Wall, per aprire una nuova via e creano Dreaming the tower. Marco, ancora fermo per via della ferita, e Francesco si prendono la giornata per un giro turistico ma ci fanno un regalo enorme, organizzando una cena coi fiocchi, molto apprezzata da noi famelici arrampicatori. Avvicinamenti e discese sono assai più lunghi che ad Al Hamra e le giornate si fanno impegnative.
26 febbraio, rest day. Ci dirigiamo al Wadi Damm perché ci hanno parlato di alcune pozze dove poterci rilassare. Ma Matteo aveva in testa una nuova linea su quel mare di calcare e insieme al nostro King Riccardo, che aveva sentito odore di avventura, prima di concedersi il riposo fanno un altro giro di esplorazione per studiare meglio la possibile linea. Anche chi si rilassa al Damm è sempre con un occhio vigile e intravede una parete sopra al wadi non presente sulla guida e in nessuna cronaca.
I piani per l’indomani sono presto fatti, ognuno di noi ha puntato nuove linee: io, Matteo e Riccardo partiamo per la via studiata nei giorni precedenti, su una parete di cui non sappiamo neanche il nome, proprio al centro tra le due note Said e Al Kumeira Wall, con il materiale da bivacco e la determinazione di portarla a casa. Anche Daniele ed Erica si dirigono su una linea intravista molto a destra su Al Kumeira Wall, che li obbliga a dare il tutto e per tutto, toccando i propri limiti su terreno nuovo, ma purtroppo sono costretti a scendere, comunque molto contenti dell’esperienza portata a casa.
Marco, che il giorno prima aveva testato la gamba, torna in pista e, insieme a tutti gli altri, si dirige verso la parete sopra il Damm, anch’essa con nome ignoto. La chiameranno Al Wal, interpretazione di un’indicazione fornita da un locale sulla possibile toponomastica del luogo. Qui tracciano Patatonia, una via destinata a diventare una classica.
lo, Matteo e Riccardo ci siamo alternati in apertura per tutta la giornata, i primi tiri ci hanno impegnato notevolmente così, pur arrivando molto in alto, per pochissimo non riusciamo ad uscire dalla via e siamo costretti al bivacco. Poco male, abbiamo il necessario e percepiamo che l’indomani ci mancherà veramente poco e su difficoltà modeste. Così, alle 8 del 1° marzo, concludiamo Drips of Joy, chiamata così per la quantità di tiri esaltanti su muri a gocce.
In parete fino all’ultimo giorno!
Siamo poco oltre la metà spedizione e decidiamo di spostare il campo per iniziare a riavvicinarci alla città, facendo alcune tappe lungo il percorso.
Ci piazziamo giù al Damm, posto abbastanza centrale per gli obiettivi di tutti dell’indomani. Matteo e Riccardo non digeriscono l’idea di ripartire senza aver messo mano sulla montagna simbolo del luogo, Jabel Misht. Così optano per una corsa sul classico French Pillar cercando di scappare dalla calura.
lo, Mauro e Francesco torniamo ad Al Wal per aprire Dattero d’oro. Francesco porterà anche un ottimo contributo allo sviluppo del trekking in Oman, segnando con notevole quantità di ometti una via normale della parete, utilissima per la discesa.
Lorenzo, Marco, Erica e Daniele si dirigono invece verso la via Le paradis des granouilles, sempre al Said Wall ma con differente accesso e definita come una delle più belle della zona…
Però forse la cosa più bella è scalare senza tutor e ci arrivano notizie di una giornata di grande goliardia. Alla sera ci ritroviamo tutti soddisfatti ad Al Hamra, finalmente con la possibilità di fare una doccia dopo giorni a mimetizzarci con le capre locali.
4 marzo: ultimo giorno di vie. Matteo e Lorenzo vogliono tornare sulla loro creazione, Sciugomano, per liberare l’ultimo tiro, Matteo ci riesce e lo valuta 7c+.
Un altro gruppetto vuole andare al Wadi Nakar dove ravvicinamento è pressoché nullo, ma, a dire di Mauro, la parete è stata scalata pochissimo rispetto alle potenzialità, come pratica-mente tutto in Oman.
Dopo un po’ di indecisione iniziale Erica, Marco e Daniele si dirigono verso la parete sud-ovest del wadi per aprire Vento del deserto, io e Riccardo optiamo per la parete est ed apriamo All you need is a date e Crack Pole, quest’ultima una linea tutta in fessura dove sembra di essere sulle nostre Alpi.
Un po’ di turismo
Il giorno seguente avevamo già in programma di fare una giornata tutti insieme in falesia e visitare Gorgette, per poi dirigerci verso Mascate. Non ci è rimasto più un briciolo di pelle sulle mani, per cui l’ultimo giorno associamo un po’ di visita alla città e un paio d’ore di deep water solo. Eravamo però anche tutti attratti dalle notti d’oriente e da questo fascino medio orientale, per cui, incuriositi, partiamo per un tour in macchina facendo tappa alla Royal Opera. Come potete immaginare, però, le costruzioni dove gli omaniti danno il meglio sono le moschee: tante, luccicanti e illuminate a giorno. La principale, quella del sultano Quaboos, è qualcosa di veramente incredibile, la più grande al mondo, prima di quella di Abu Dabi. La musalla principale (la stanza della preghiera) ospita 6500 persone, è ricoperta da un tappeto di 4343 mq e illuminata da un lampadario di 14 metri.
Dopo la visita alla moschea ci rechiamo al souk, tipico mercatino, ma a parer mio un po’ troppo commerciale e poco caratteristico. Ultimo step, un po’ di mare ma sempre con la possibilità di mettere le scarpette per chi ancora ne avesse voglia, per cui ci rechiamo al porto dove i pescatori sono ben contenti di accompagnare con le loro barche gli arrampicatori a scalare sulle scogliere. Qui l’Oman ci regala un’ultima sorpresa: l’acqua sotto le scogliere non è molto limpida, ma fra le onde si scorgono comunque tantissime tartarughe marine!
Le impressioni
I mondi differenti
di Francesco Leardi (Presidente CAAI – Gruppo Orientale)
Come risaputo, sono sempre stato favorevole a un’iniziativa come Eagle Team e la mia partecipazione, per come l’ho vissuta, è stata rappresentativa di una generazione il cui passato è stato un momento di crescite personali ma anche di forte spinta motivazionale per chi sarebbe venuto dopo. Non per tutti, come si sa molti hanno sempre pensato più a preservare e personalizzare la loro identità per la paura di essere sminuiti.
Ho sempre creduto nei giovani e questa esperienza mi ha permesso di affrontare una realtà materiale che, nella vita reale, è sfuggente perché propinata da social, che per quanto divulgativi sono sempre sintonizzati sul gesto invece che sul senso del prima e del dopo.
Ho partecipato a questa avventura facendo tesoro di due opportunità. La prima mi ha offerto le personalità di questi ragazzi che, al mio essere, apparivano quanto mai misteriose, e credo sia il termine giusto, perché i piani di comprensione iniziali erano lontani e diversi. Da solitario quale sono, ho guardato con interesse, curiosità e un certo distacco, che non voleva essere un atto di presunzione bensì un personale accrescimento, anche se può sembrare un paradosso.
La cosa sorprendente comunque è stata vivere la seconda opportunità, la realtà territoriale dell’Oman, dove tutto o nulla è scontato. Credo che la visione del differente fosse ben presente anche nei ragazzi: non posso dire che la società omanita sia migliore o peggiore, è semplice-mente diversa, e alcune peculiarità ci hanno davvero sorpreso, accrescendo il valore dell’elemento umano.
Strade sterrate e polverose ci hanno condotto tra le montagne, immergendoci in mondi surre-ali rispetto ai quali, istintivamente e in un primo tempo, ho avuto la percezione che fossero un mondo a parte. Ma non era così, e la percezione di quanto detto l’abbiamo avvertita girando tra le case di queste oasi, dove le persone vivono con assoluta dignità e un credo religioso invidiabile e di tutto rispetto.
Ricordo con piacere i datteri che ci hanno offerto nell’oasi di Al Kumaira, ma soprattutto mi emoziona il gesto, compiuto con estrema delicatezza ma anche risolutezza. Il segnale era: “Ti accolgo e rispetto, ma ricorda che sei nel mio territorio!”
Così ogni mattina arrivavano all’oasi, dopo una decina di km di sterrato assai difficoltoso, i custodi del territorio, ogni giorno diversi, per irrigare i terrazzamenti grazie a magistrali opere idrauliche.
Un episodio mi ha colpito, durante la breve istruzione su come piantare a mano gli “spit roc”, radunati intorno ad Erica che forava la superficie di un masso. Ebbene, un giovane omanita, con nostra sorpresa, ha sguainato lo smartphone dalla tunica per fare un video alla nostra compagna di avventura. Non mi ha colpito la ripresa del video, ma l’assoluta spontaneità con la quale il ragazzo, di ben altra cultura, ha fatto questa operazione accompagnata da uno sguardo sereno e compiacente. Così i “mondi differenti” si sono incontrati.
Ci sono due termini con cui definirei il gruppo dei ragazzi: competitivi, come ovvio non solo tra di loro ma molto con sé stessi, e amalgamati, una parola di derivazione araba che significa impasto. Ecco, questa avventura, queste prestazioni sono state un impasto di menti, volontà, entusiasmo, determinazione, abilità.
Non ho tenuto diari, ma ho sempre scritto per necessità, cercando di cogliere il momento opportuno. Gli aneddoti sarebbero molti ma ritengo che il senso del “gruppo” sia emerso da queste poche righe.
Tutti noi ricorderemo con piacere la disponibilità del popolo omanita che in ogni occasione e senza rendiconto ci ha accolto. Dal nulla più totale, tra queste eterne sterrate polverose, compariva ogni tanto una jeep di omaniti che si fermava per chiedere se avevi necessità di qualche cosa o desideravi un passaggio. Un gesto semplice ma significativo ed emozionante come era il momento del saluto quando si portavano una mano al cuore e poi te la porgevano. Una semplice mano che racchiude enormi significati!
Una valigia piena di esperienze
di Riccardo Volpiano
Oman 2025, spedizione finale del progetto CAI Eagle Team. Per me è stata la mia prima spedizione extraeuropea e in realtà anche la mia prima spedizione alpinistica. Da subito ero molto motivato, non c’era nulla che mi preoccupasse, perché il feeling che avevo col gruppo era molto buono: con gli altri cinque ragazzi abbiamo avuto modo di conoscerci durante le settimane di formazione del progetto, mentre con i tre tutor dell’Accademico, incontrati solo qualche mese prima di partire, c’è stata subito una grande intesa.
Devo ammettere che la spedizione mi ha sorpreso, nel senso più positivo del termine; la bellezza dei paesaggi, la gentilezza della popolazione locale, la quantità di pareti inesplorate, la qualità della roccia, ma soprattutto la libertà di poterci accampare dove volevamo per scalare ed esplorare i posti che ci intrigavano di più.
Ecco, se dovessi riassumere questa avventura con una parola sola, credo che sceglierei “libertà”.
Siamo partiti con un programma più o meno definito, avevamo individuato i posti che sembravano più interessanti basandoci sul materiale trovato sulla guida e in rete, tuttavia, una volta in Oman abbiamo molto spesso stravolto i piani.
Il fatto che di giorno la temperatura raggiungesse a volte i 32 gradi ci ha costretto a scartare i progetti sulle pareti sud, altri inconvenienti ci hanno portato a modificare gli spostamenti previsti dal piano originale, ma siamo riusciti ad adattarci ed elaborare nuovi programmi in modo talmente veloce e organizzato che, riguardando indietro, sembra quasi che quanto fatto fosse ben chiaro fin da subito. È capitato che ci fossero obiettivi diversi su pareti diverse, ma con la giusta organizzazione e determinazione siamo sempre riusciti a sfruttare al meglio le tre auto e accontentare tutti, ritrovandoci poi la sera stessa o al massimo quella successiva a raccontarci le nostre avventure.
Le 4×4 ci hanno permesso di visitare molti luoghi che altrimenti sarebbero stati irraggiungibili. Qualsiasi posto poteva diventare casa: sotto un albero, vicino a un fiume, nel letto di un fiume secco. Cinque tende, boccioni d’acqua, cibo, fornelletti e un’ottima compagnia: nessuno ha sentito la mancanza dei comfort di un albergo. Abbiamo così avuto la possibilità di incontrare pastori e contadini locali, un’esperienza preziosa. Tutti gli Omaniti che abbiamo incrociato o che sono venuti a salutarci, ci hanno sempre offerto qualcosa, caffè, datteri o pancake, oltre a darci spesso indicazioni utili su dove trovare acqua, roccia e cibo. Persone molto cordiali, mai invasive, sempre ospitali. Ogni giorno, un’ora prima dell’alba, alle 12.30 e al tramonto in qualsiasi punto dell’Oman ti trovassi, si sentivano le preghiere recitate ad alta voce nelle varie città, grosse o piccole che fossero.
Ad Al Khumeira, un villaggio isolato a 11 chilometri di sterrato dalla città, dove oramai sono presenti solo più ruderi, si trova una bellissima oasi con una vasca per l’irrigazione che si riempie giornalmente e dove l’unico edificio ancora in piedi e ben tenuto è proprio una piccola moschea.
In mezzo a queste distese di terra arida, pietraie, pareti e letti di fiumi perlopiù secchi, sono presenti dei magnifici canyon, chiamati wadi, dove l’acqua riesce a dar vita a delle splendide oasi verdi, sempre ben tenute e coltivate. Le pareti rocciose di questi canyon si sviluppano di solito per diversi chilometri e, oltre a essere estrema-mente suggestive, sono state spesso l’obiettivo delle nostre scalate.
Per raggiungere le pareti in generale non esistono sentieri, ma solo la motivazione e l’intuito dell’alpinista che ha individuato una linea di salita che lo ha stregato e vuole a tutti i costi arrivare alla base della parete per poi ridiscendere una volta compiuta la missione, nonostante le pietre instabili, gli arbusti molto spinosi e le temperature a volte proprio elevate.
Sulla scalata ci sarebbe molto da dire, ma forse è sufficiente aggiungere che gli ultimi giorni la pelle delle nostre mani era completamente consumata a causa della elevata abrasività della magnifica roccia omanita. Non è sempre stato facile individuare e capire quali fossero i punti con la roccia migliore e abbinarne correttamente il colore alla solidità, ma a fine spedizione avevamo imparato. Molto spesso si partiva puntando a una zona di parete che sembrava interessante poi, in prossimità, si deviava per evitarla, ché non era come ce l’aspettavamo, ma qualche metro a fianco si trovava inaspettatamente della roccia bella e compatta. È stato molto formativo e piacevole poter scalare e aprire nuove vie con tanti soci diversi, imparando da ognuno qualcosa e, soprattutto, divertendoci sempre; abbiamo anche bivaccato in parete! Certo, alcune salite mi hanno dato più soddisfazione di altre, ma in questi posti e situazioni, ogni giornata è una vittoria: la difficoltà, la lunghezza, la stanchezza, perdono rilievo, rimane solo la gioia per aver trascorso dei momenti unici in un posto bellissimo, seguendo la nostra passione.
Abbiamo avuto anche la possibilità di visitare la capitale Muscat e la sua incredibile moschea, oltre ad abbracciare gli splendidi scogli che spuntano nel vicino oceano, praticando il “deep water solo” durante l’ultimo pomeriggio prima di ripartire per l’Italia, diventando attrazione nell’attrazione per i turisti impegnati nel giro in barca ad ammirare gli scogli.
Torno a casa senza rimpianti, con il bagaglio pieno non solo di vestiti, materiale d’arrampicata e datteri, ma anche di bellissime esperienze formative ed esplorative che a priori non mi sarei aspettato.
Non resta che ringraziare di cuore il CAI e il CAAI per questa opportunità, sperando che si ripresenti in futuro, non solo per me, ma anche per altri giovani alpinisti che decideranno di partecipare alle prossime edizioni del CAI Eagle Team.
La sfida di fare gruppo
di Mauro Florit (CAAI -Gruppo Orientale)
Che dire di questa esperienza se non che tutte le mie sensazioni sono state confermate? Quanto da sempre sostenuto anche stavolta si è rivelato come verità. No, non ho nessuna dote particolare di premonizione, solo una certezza: gli alpinisti sono lo specchio della nostra società, ma, nel mondo dell’alpinismo, o più in generale dell’arrampicata, c’è una altissima percentuale di brava gente.
I sei ragazzi che ho avuto la fortuna di conoscere in questa esperienza omanita si sono dimostrati delle bellissime persone… belle persone, ancora prima che fortissimi alpinisti. Che fossero dei fuoriclasse alpinisticamente parlando non vi era nessun dubbio, anche conoscendo il lungo ed impegnativo percorso che li ha portati a questa esperienza. Ma che si dimostrassero anche delle persone grandi, non era per nulla scontato. Il loro percorso, fino al momento in cui siamo saliti sull’aereo per l’Oman era, bene o male, una continua sfida per risultare i migliori; riuscire a cambiare radicalmente registro e diventare un gruppo affiatato, che condivideva i medesimi obiettivi, è stata la sfida più impegnativa. Una sfida che hanno saputo accettare e vincere.
Ringrazio Marco e Francesco che hanno saputo lavorare per la riuscita di questa avventura, ma soprattutto ringrazio Erica, Lorenzo, Marco, Matteo, Daniele e Riccardo per avermi ricordato com’ero io quarant’anni fa, quando la passione per questa splendida ed inutile attività mi ha contagiato. Auguro a loro, ma anche a tutti quelli per cui la Montagna è terapeutica e motivante, di vivere intensamente ogni momento che la vita ci regala.
Pareti nuove e nuove amicizie
di Lorenzo Toscani
Chiudo gli occhi un momento e mi addormento. Mi sembra di sentire l’odore di spezie del mercato di Muscat, il continuo vocio dei venditori che cercano di richiamare la nostra attenzione proponendoci merce completamente assurda e inutile.
Siamo in aereo verso Malpensa, mentre faccio un bilancio di questo viaggio. Le emozioni sono ancora fresche e ci vorrà qualche giorno per metabolizzarle. Il posto, le persone, i miei compagni di viaggio: tutto si è rivelato molto meglio delle aspettative, che già erano alte.
E si sa, gli attriti, la roccia brutta, gli incidenti fanno parte del percorso, non potrebbe essere diverso quando parti per scoprire pareti nuove, amicizie nuove.
Personalmente torno molto arricchito da questo viaggio; abbiamo scalato tutti i giorni disponibili, abbiamo aperto delle vie e ne abbiamo ripetute altre, ci siamo confrontati, abbiamo finito strati e strati di pelle, sfondato le scarpette. Ci sono stati molti momenti da ricordare, ma uno dei più belli è stato senza dubbio concludere l’apertura della via Sciugomano (7c+ max) insieme a Teo e Marco. Il crux della via supera un tetto orizzontale, per poi affrontare una placca a tacche e buchi. Una linea davvero particolare, tracciata in un canyon pratica-mente vergine.
Adesso si torna a casa, con il telefono pieno di foto di pareti inesplorate, pronti a studiare gli obiettivi del prossimo viaggio in questa terra così ricca di stranezze. Una terra dove la povertà vive esattamente un passo di fianco alla ricchezza, dove chi non ha niente è pronto a dare tutto a dei passanti qualunque come noi, dove l’acqua è un bene sacro e il caldo una costante. Shukran, Oman.
Oman, un bilancio
di Daniele Lo Russo
Difficile riassumere due settimane tanto intense in poche righe senza cadere nel banale e scontato. Infiniti gli aneddoti, ma alcuni più di altri mi son rimasti impressi nella memoria.
Si potrebbe dire di come sono trascorsi rapidi i primi giorni sulle Jabal Fokha, guglie di due/trecento metri a un paio d’ore da Muscat, mentre scoprivamo la tranquillità e la lentezza di un popolo sempre sorridente, aspettando i fuoristrada che: “… domani saranno pronti”.
Oppure di quando, la prima sera, mentre riorganizzavamo sacconi più pesanti di noi nel parcheggio di terra battuta dove avevamo montato le tende, siamo stati raggiunti da una decina di ragazzini. Venivano curiosi di conoscere quegli strani turisti, dalla pelle chiara già un po’ bruciata dal sole. Dal thermos hanno riempito dei bicchieri di carta con ottimo caffè speziato e, con qualche parola in un inglese stentato, ci hanno fatto intendere che avrebbe fatto loro piacere se lo avessimo accettato. Un paio di foto per immortalare il singolare momento e già si stavano allontanando, lasciandoci alle nostre faccende, quasi imbarazzati da tanta gentilezza gratuita in quella calda serata.
Si potrebbe dare spazio all’arrampicata, raccontando di quando al Wadi di Misfah Al Abriyyin Marco Ghisio ed io, uniti dalla passione per la scalata in fessura, abbiamo provato ad aprire una linea su un lungo diedro giallo, con l’idea di passare solo con protezioni tradizionali, senza riuscirci. Oppure di quando io ed Erica abbiamo iniziato ad aprire una via sul grande scudo nero verticale al Jabel Kawr, anche qui senza sbucare in vetta: infatti dopo quattro tiri dove abbiamo dato tutto, siamo stati costretti a buttar giù le doppie, consapevoli che non c’era tempo per una simile via per due come noi. O ancora di quando, uno degli ultimi giorni, al Wadi Al Nakhr, con Erica e Marco, parto senza alcuna voglia di scalare e poi mi ritrovo, incitato dai miei compagni, ad aprire un bellissimo tiro di una via splendida, che mi catapulta il morale alle stelle.
Potrei perdermi in descrizioni dei tramonti che fermavano il tempo e ci lasciavano a bocca aperta a guardare l’orizzonte, oppure nel racconto della desolazione delle distese desertiche intorno alle montagne, e quanta vita contengano le oasi dove abbiamo avuto la fortuna di piantare la tenda e farci un bagno. O potrei raccontare delle cene improvvisate con ciò che avevamo, delle partite a carte, delle sveglie traumatiche per evitare il caldo, delle serate trascorse a raccontarci storie e confidenze, dubbi e perplessità, dei sorrisi, delle poche ore di sonno, o dei datteri mangiati in qualsiasi forma, qualità e quantità. Potrei raccontare ancor di più, ma finirei per confondervi o, peggio ancora, annoiarvi. Sono sicuramente racconti che si prestano meglio ad accompagnare una serata davanti a un fuoco, magari nel prossimo viaggio!
Ma, visto che alla fine di un progetto si tirano le somme, vi parlerò di bilanci.
Guardando il rapporto tra risultati e tentativi, nel mio caso questo viaggio potrebbe sembrare un flop, quando invece non è affatto così. Vorrei porre l’attenzione su tre aspetti generali: culturale, spirituale e personale. Dal punto di vista culturale, quest’esperienza mi ha permesso di assaporare una realtà molto diversa da tutte quelle che ho avuto modo di conoscere durante i miei precedenti viaggi. In Oman l’estraneo, che ero io, viene accolto con curiosità e ospitalità e non con timore.
Il discorso spirituale invece è strettamente legato all’arrampicata: gli episodi che ho raccontato spesso si sono conclusi con delle ritirate, ma sono state esperienze dove mi sono spinto al limite, dando tutto me stesso, che mi hanno calato a terra svuotato di energie ma pieno di vita. Per questo non le vedo come sconfitte ma, al contrario, come alcune tra le giornate in parete più belle, produttive e formative della mia carriera.
Condividere l’intensità di questi attimi assicurato o assicurando amici che provano la stessa forte passione per questa strana “filosofia di vita” che è la scalata, è un regalo davvero speciale. E qui si entra nel terzo aspetto, quello personale e relazionale. In generale vivere a stretto contatto, in situazioni non sempre facili da gestire, mi ha dato modo di approfondire il rapporto con i miei compagni, creando un legame più forte e solido, permettendomi di scoprire qualcosa in più di loro ma anche di me. Allo stesso modo mi ha fatto scoprire Francesco, Marco e Mauro, tre persone speciali che hanno dedicato il loro tempo e le loro energie a questo progetto, mettendo noi ragazzi e i nostri sogni davanti alle loro ambizioni.
In conclusione, rientro da questo viaggio “carico”: carico di nuovi amici, di esperienze, di una maggiore conoscenza di me stesso, di ambizioni, di voglia di mettermi in gioco, di fame di arrampicata e di voglia di ripartire! Non potrei essere più contento!
Vento del deserto: esplorazione inattesa
di Erica Bonalda
Dopo due anni ricchi di avventure, esperienze, amicizie, soddisfazioni, delusioni… è arrivato il momento di partire. Ecco la tanto attesa spedizione. Meta l’Oman.
Atterrati a Muscat, la capitale, mi è caduto il mondo addosso. Forse perché era tutto diverso da come mi aspettavo, forse perché fino a quando non mi ci sono trovata non ho avuto il tempo di realizzare cosa potesse significare. In questi due anni ero passata da sognare la Patagonia a iniziare ad accettare la sconfitta, il fatto che sarei rimasta a casa; in parte non ci avevo neanche provato, non avevo accettato le regole del progetto, avevo combattuto per i miei ideali di montagna; un po’ forse anche per la paura di dover affrontare la Patagonia con la pressione forte di andarci con l’Eagle Team, agli occhi del mondo esterno il gruppo dei quindici alpinisti giovani più forti d’Italia, guidati da uno dei più grandi alpinisti italiani, Matteo Della Bordella.
Durante il viaggio di andata in aereo percepivo un’eccitazione d’animo a cui non sono abituata. La mia attenzione era catturata dai molteplici stimoli esterni, senza lasciarmi tregua. Le luci dei numerosi microschermi, tutti con una diversa immagine, i rumori, le voci, il pianto della bimba seduta davanti a noi, gli odori umani mischiati ai profumi artificiali… tutto nell’impossibilità di muoversi negli spazi stretti dell’aereo, il compagno di viaggio dorme e blocca il passaggio per fare due passi.
Una volta atterrati ricordo una sensazione di liberazione misto a stupore: l’aeroporto era vuoto e tutto molto pulito, intorno a me oltre ai miei otto compagni di viaggio c’erano solo uomini, ad eccezione di un gruppo di donne, forse indiane. E poi il paesaggio arido, distese di roccia rotta, montagne di sassi che sembrano volersi sgretolare da un momento all’altro, luce accecante, foschia che non ti lascia percepire l’orizzonte… e caldo, tanto caldo…
Il mio primo pensiero è stato: ma dove ci hanno mandato? È una vacanza o siamo qui a conquistare un pianeta sconosciuto? Quello che riuscivo a vedere con gli occhi semi chiusi per la troppa luce era un paesaggio che ricorda il fondale di un mare senz’acqua.
Quando, dopo due ore di attesa per le auto, siamo riusciti a lasciare l’aeroporto e abbiamo raggiunto la cittadina dove iniziava la strada sterrata per le montagne, abbiamo deciso di fermarci e preparare le tende per la notte. Poco dopo l’arrivo del buio e di una temperatura che potrei con un po’ di coraggio definire fresco, abbiamo avuto i primi contatti con la popolazione locale: nella penombra si è avvicinato un gruppo composto da una decina di ragazzi giovani e due signori più anziani, tutti vestiti con il classico abito intero omanita, col cappello a motivi geometrici. All’inizio non capivamo bene cosa stesse succedendo. Per un attimo ammetto di aver avuto anche un po’ di paura: poi abbiamo capito che erano venuti a salutarci, curiosi di cosa ci facessimo lì, e ad offrirci datteri e caffè. Le presentazioni sono state accompagnate da una stretta di mano a tutti i miei compagni di viaggio. A me è toccato uno sguardo dapprima sorpreso, poi rispettoso, seguito da un saluto senza alcun contatto fisico. Sono partita per l’Oman con l’idea di ripetere vie di arrampicata a più tiri.
Nello specifico avevo in testa di voler ripetere una via di Hansjörg Auer sulla parete più imponente dell’Oman, lo Jebel Misht. Una volta arrivati in vista della parete mi sono subito resa conto che il mio progetto non sarebbe stato realizzabile. I mille metri di parete dello Jebel Misht dove corre la via “Fata Morgana” mi si sono presentati davanti come un gigantesco specchio riflettente luce e calore. A mezzogiorno era quasi difficile guardarla, senza occhiali da sole ti si chiudevano gli occhi e dopo poco non vedevi l’ora di risalire a bordo dei fuoristrada con l’aria condizionata. All’improvviso le pareti esposte a nord dello Jebel Kawr, sopra la località di Al Kumeira, che dalle immagini presenti sulla piccola guida di arrampicata a nostra disposizione non sembravano interessanti, sono entrate a far parte dei miei piani.
Prima di questo viaggio non mi era mai capitato di aprire una nuova via di arrampicata. Ad essere sincera non pensavo neanche che mi potesse piacere, e forse fino ad ora l’avevo vista come una cosa a cui bisogna dedicare tanto tempo e che, per adesso, non mi interessava.
E proprio su queste pareti, su una roccia che viene definita calcare come quella a me ben nota delle pareti in Valle del Sarca (ma che garantisco è molto diversa in quanto a scalata), ho capito di aver voglia di provare. A dire la verità è stata anche una necessità, dato che in Oman l’arrampicata come la conosciamo noi deve ancora svilupparsi, le pareti e le linee più belle sono ancora perlopiù da scoprire, da creare, da aprire. Dopo una prima esperienza su qualche tiro facile su roccia mediocre, in cui Riccardo con pazienza mi ha insegnato a usare il trapano, io e Daniele abbiamo deciso di cimentarci in qualcosa di più simile a quello che rappresenta per me la scalata. Abbiamo scelto una linea dove la parete è verticale, con pochi punti deboli e ci siamo detti: proviamo qui, la roccia sembra bella, l’esposizione non manca, l’ingaggio è assicurato, la possibilità di fallire evidente…
Arrivati sotto la parete abbiamo preparato il sacco da recupero con tutto l’occorrente: friend, chiodi, martello, spit, trapano, batterie, tanta acqua, arance, datteri… ero un po’ agitata. Sul primo tiro ho fatto fatica, non perché fosse effettivamente difficile da scalare, ma più per l’ansia che mi creava intraprendere questa nuova esperienza. Per tranquillizzarmi e avere fiducia in me stessa mi ripetevo che questa cosa la avevo già fatta tante volte. Pensavo a quando mi è capitato di perdermi in parete, di finire fuori via. Tutto inizia a non combaciare più con la relazione della via, e ci si ritrova quindi a scalare su una porzione di parete inattesa. Questo con tutte le difficoltà del caso: capire dove andare, che linea seguire, che sequenza di appigli e appoggi, verificare la tenuta delle prese, rimuovere i massi instabili, decidere se e dove mettere le protezioni, capire dove costruire la sosta. E più pensavo a queste esperienze, più mi veniva in mente l’agitazione che caratterizza queste situazioni di incertezza.
Poi quando è stato il momento di aprire un tiro un po’ più difficile, tutti questi pensieri hanno lasciato la mia mente, che si è concentrata sul momento, sulle sensazioni, talmente tanto da farmi esaurire le forze e far sosta dopo neanche venti metri di arrampicata. Alla fine in una lunga giornata abbiamo aperto quattro tiri. Mi sono resa conto di quanto tempo, concentrazione ed energie servono per aprire anche solo una lunghezza di corda. Quando siamo scesi ho guardato il mio compagno di cordata, Daniele, e gli ho detto “Ma oggi dove è finito il tempo?”
La sera poi mentre scrivevo il mio diario ho capito la differenza fondamentale tra aprire una via e perdersi in parete. Forse ho anche capito perché quest’esperienza tanto intensa mi ha fatto venire voglia di riprovarci. Quando apri hai scelto tu di infilarti in un punto della parete che non ha mai scalato nessuno, e lo hai scelto spinta dalla curiosità e dalla voglia di disegnare la tua strada, di costruire la tua opera con la tua etica e le tue regole, di lasciarci in qualche modo una parte di te. Non ci sei finita per sbaglio o disattenzione. Penso che i ridotti stimoli esterni in combinazione con l’assenza di un percorso già scritto da seguire abbiano permesso di concentrarmi talmente tanto su ciò che stavo vivendo da permettermi uno stato di totale distacco dal mondo esterno.
E così qualche giorno dopo ci abbiamo provato di nuovo. In accordo col mio compagno di cordata abbiamo deciso di non concludere la via che avevamo iniziato. Forse si trattava di un progetto troppo ambizioso, non tanto per le nostre capacità alpinistiche, ma più per il tempo che avremmo dovuto dedicarci. Sono felice che sia stata una decisione condivisa. Personalmente, sono felicissima di aver sbattuto il naso contro qualcosa di difficile per me in quel momento, ma sono anche contenta di aver scelto di esplorare anche altre pareti, altri posti e condividere altre esperienze con i compagni di viaggio. Penso che la prima volta in cui mi trovo in un posto nuovo sia importante esplorare e dare sfogo alla mia infinita curiosità. In quel momento non sentivo il bisogno di perdermi su una sola linea di roccia.
Uno degli ultimi giorni abbiamo avuto anche una piccola sorpresa. Quella che definirei una soddisfazione anche agli occhi di chi ha seguito dall’esterno il nostro progetto: abbiamo aperto una via, e questa volta anche concluso. Cordata da tre, con Daniele e Marco Cocito, che finalmente ha potuto tornare a scalare dopo il piccolo incidente di inizio viaggio. È stata la volta di Vento del deserto, breve via aperta nel Wadi Nakhar, molto varia come stili di arrampicata e oserei anche dire molto bella.
Al rientro in Italia, in conclusione del progetto dell’Eagle Team, porto a casa due anni di esperienze intense, crescita alpinistica ma soprattutto personale. Porto nel cuore tanti ricordi e tante persone fantastiche con cui condivido una grande passione comune, ma che ognuno di noi vive un po’ a modo suo.
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