Immaginate di aver lavorato per anni in Germania, di essere tornati in Italia e di voler semplicemente domiciliare la bolletta della luce sul conto corrente che avete sempre usato. Risposta dell’azienda: impossibile, il vostro Iban non è italiano. È la storia, paradossale ma tutt’altro che rara, che si ripete ogni giorno per tantissimi cittadini, lavoratori e pensionati in tutta Europa. Si chiama “discriminazione dell’Iban” ed è, a tutti gli effetti, illegale.
Un diritto europeo ignorato da procedure obsolete
A denunciarlo con numeri alla mano è Altroconsumo, la più grande organizzazione indipendente di consumatori in Italia, che ha presentato ieri (15 settembre) alla Camera dei deputati i risultati della campagna lanciata lo scorso febbraio insieme a Satispay. Il fenomeno riguarda chi lavora all’estero ma mantiene un conto in un altro Paese europeo, chi ha scelto una banca con sede in uno Stato membro diverso dall’Italia, o semplicemente chi utilizza un conto aperto fuori dai confini nazionali per gestire bollette e rate.
Eppure la legge, su questo punto, è chiarissima. L’articolo 9 del Regolamento europeo 260/2012 stabilisce che chi accetta bonifici o riceve fondi tramite addebito diretto non può discriminare un conto corrente in base al Paese in cui si trova. Un Iban francese, tedesco o svedese ha lo stesso valore di uno italiano: vale per ricevere un bonifico come per domiciliare stipendi, pensioni o utenze. È la logica alla base della Sepa, l’area unica dei pagamenti in euro che dovrebbe garantire a ogni cittadino di operare con un solo conto in tutto il continente, senza doverne aprire uno nuovo a ogni confine.
I numeri della protesta: 1.200 firme e oltre 100 segnalazioni
Sulla carta, dunque, il problema non dovrebbe esistere. Nella pratica, la realtà racconta un’altra storia. Sono circa 1.200 le persone che hanno firmato la petizione promossa da Altroconsumo, mentre superano quota 100 le segnalazioni di discriminazione raccolte attraverso la piattaforma dell’associazione e già trasmesse alle autorità competenti: Banca d’Italia e Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Un dossier che continuerà a crescere, perché l’iniziativa, spiegano dall’associazione, proseguirà anche nei prossimi mesi.
Le criticità emerse toccano sia i pagamenti in uscita sia quelli in entrata, e coinvolgono un ventaglio sorprendentemente ampio di soggetti: aziende private, banche, università, enti pubblici. Al primo posto tra le lamentele ci sono le domiciliazioni bancarie per bollette di telefonia, energia, pedaggi, streaming e assicurazioni, seguite dai casi di accredito di pensione e stipendio bloccato, dai bonifici e dai pagamenti fiscali tramite F24. Non manca chi si è visto negare persino un finanziamento rateale solo per la “nazionalità” del proprio conto.
Lussemburgo e Lituania in testa alla classifica degli esclusi
A guardare la provenienza degli Iban finiti nel mirino, il primato spetta al Lussemburgo, seguito dalla Lituania e dagli Iban italiani collegati a operatori esteri.
Un elemento tecnico aiuta a spiegare perché: molte aziende italiane utilizzano il servizio Seda, uno standard opzionale nazionale pensato per semplificare la gestione delle domiciliazioni bancarie. Un sistema comodo per le imprese, ma che di fatto si trasforma in una barriera per chiunque possieda un Iban emesso da un operatore di un altro Paese europeo.
Le contromisure “fai da te” dei cittadini
Di fronte al muro burocratico, gli utenti non restano con le mani in mano, ma finiscono per adottare soluzioni scomode e spesso costose. C’è chi apre un secondo conto corrente solo per aggirare il problema, chi mantiene conti esteri o italiani che avrebbe voluto chiudere da tempo, chi ripiega sul bollettino postale — talvolta gravato da commissioni che l’addebito diretto non prevede — o chi ricorre a bonifici manuali al posto della comoda domiciliazione automatica. Altri, semplicemente, cambiano fornitore. E c’è anche chi, esasperato, rinuncia del tutto al servizio.
«Non sono casi isolati, ma una criticità sistemica»
All’incontro alla Camera, promosso nella Sala Stampa di Montecitorio, sono intervenuti l’onorevole Giulio Centemero della Commissione Finanze, Francesca Squillante dell’Antitrust, Francesca Provini di Banca d’Italia, il fondatore e ceo di Satispay Alberto Dalmasso e Federico Cavallo, responsabile relazioni esterne di Altroconsumo.
Proprio Cavallo ha usato parole nette per descrivere il fenomeno: la ricorrenza dei casi segnalati dimostra che non si tratta di episodi isolati, ma di una criticità sistemica capace di limitare la concorrenza nel mercato dei pagamenti. Un diritto garantito dalle norme europee che, ha aggiunto, viene ancora ostacolato da procedure obsolete e da sistemi informatici incapaci di dialogare con il mercato unico. Da qui l’appello alle istituzioni: rafforzare i controlli e prevedere sanzioni realmente dissuasive.
Satispay: «Non può essere un prefisso a bloccare un bonifico»
Sulla stessa linea Alberto Dalmasso, che ha ricordato come la stessa Satispay sia nata da un’intuizione legata proprio alla Sepa. Molte delle comodità che oggi diamo per scontate, ha spiegato, esistono grazie all’area unica dei pagamenti, così come l’Erasmus ha permesso a due generazioni di sentirsi a casa in ogni angolo d’Europa. Eppure, ha sottolineato, la discriminazione dell’Iban viola tre delle quattro libertà fondamentali sancite dai trattati comunitari, compresa quella di muoversi e stabilirsi liberamente nel continente. In un Paese che ha ancora bisogno di educazione finanziaria, ha aggiunto, non è accettabile che sia un semplice prefisso nazionale a bloccare un bonifico. L’obiettivo dichiarato, condiviso con Altroconsumo, è che il prossimo anno non sia più necessaria un’altra campagna come questa.
Ultimo aggiornamento: mercoledì 16 settembre 2026, 05:00
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