L’Europa guarda a Nord. Dal vertice artico di Rovaniemi


Nel giro di pochi giorni, tra Rovaniemi e Bruxelles, l’Unione Europea ha messo a fuoco un disegno strategico che punta dritto verso l’estremo Nord del pianeta. Da un lato il primo vertice europeo sull’Artico, dall’altro l’apertura a una formula inedita che potrebbe trasformare il Canada in “membro associato” dell’Unione. Due tasselli dello stesso mosaico: un fronte occidentale rafforzato per bilanciare Russia e Cina in una regione sempre più contesa.

Il 13 e 14 settembre, la città finlandese di Rovaniemi – meglio nota ai più come la patria di Babbo Natale – ha ospitato il primo European Arctic Summit. Un appuntamento nato dall’urgenza di rispondere a tre fenomeni convergenti: l’aumento dell’attività militare russa nell’Alto Nord, il crescente interesse della Cina verso la regione, e le nuove rotte marittime che si aprono con lo scioglimento dei ghiacci.
Al tavolo, oltre al premier finlandese Petteri Orpo, si sono seduti il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro polacco Donald Tusk, la premier danese Mette Frederiksen, i vertici di Estonia, Lettonia, Lituania e Romania, insieme al presidente del Consiglio europeo António Costa e all’Alta rappresentante UE Kaja Kallas. Assente l’Italia, pur essendo Paese osservatore del Consiglio Artico.
Il vertice anticipa la nuova strategia UE per l’Artico, attesa entro fine ottobre, che conterrà — nelle parole di Kallas — “progetti concreti” sulla sicurezza.

Mosca, Pechino e la “flotta ombra”

Durante il summit, Kallas ha usato toni netti: Mosca starebbe riattivando vecchie basi sovietiche e conducendo esercitazioni missilistiche nell’Alto Nord. Particolare attenzione è stata dedicata alla cosiddetta “flotta ombra” russa, definita dall’Alta rappresentante come una serie di “bombe ecologiche a orologeria” che minacciano gli ecosistemi marini e, al tempo stesso, contribuiscono a finanziare la guerra contro l’Ucraina. Anche l’interesse crescente della Cina per la regione, ha avvertito Kallas, impone all’Europa di “rimanere vigile”.

Una sicurezza che riguarda tutti i Ventisette

Per António Costa, l’Artico non è una questione che riguarda solo i Paesi più settentrionali: ciò che accade nella regione coinvolge l’intera Unione. Il presidente del Consiglio europeo ha proposto di costruire una rete di partner europei e non europei che colleghi le aree del Baltico, dell’Artico e del Nord Atlantico, con un approccio comune a sicurezza e difesa — da finanziare, in parte, attraverso il prossimo bilancio UE 2028-2034.
Sulla stessa linea si sono mossi dodici governi — Finlandia, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania e Svezia — che hanno firmato una dichiarazione per chiedere a Bruxelles un ruolo “più strategico e proattivo” nella regione, con investimenti in mobilità militare, trasporti, reti digitali, tecnologie satellitari e capacità di contrasto alle minacce ibride.
Sul fronte industriale, la Finlandia ha rilanciato la proposta di una flotta comune europea di rompighiaccio, forte delle capacità dei propri cantieri navali. Kallas, tuttavia, non ha annunciato né acquisti né finanziamenti, ricordando che varranno le normali regole UE sugli appalti pubblici.

Sullo sfondo del vertice restano le ripetute richieste dell’amministrazione Trump di portare la Groenlandia sotto controllo statunitense per ragioni di “sicurezza nazionale”. Un’eco della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti disponevano sull’isola di 17 installazioni e oltre 10mila militari: oggi ne resta solo una, la base di Pituffik, con circa 200 uomini.
Per bilanciare queste pressioni, pochi giorni prima del summit Ursula von der Leyen si era recata a Nuuk, capitale groenlandese, annunciando un partenariato da 200 milioni di euro con il territorio autonomo danese, destinato anche a infrastrutture per l’estrazione di materie prime strategiche.

Un’idea nata a Bruxelles, rilanciata da Ottawa

La prima formulazione pubblica dell’ipotesi, in ambito europeo, porta la firma dell’eurodeputato italiano Sandro Gozi (Renew Europe, commissione Affari costituzionali). In un’intervista a Euronews del 29 agosto 2026, Gozi ha proposto che l’UE valuti per il Canada uno status di “special association”, che potrebbe includere un dialogo politico rafforzato — con la possibilità per il premier o i ministri canadesi di partecipare ai lavori del Consiglio UE — e una cooperazione congiunta sulla difesa. Secondo l’eurodeputato, i confini dell’Unione sono da sempre definiti dalla geografia, ma il Canada, che ne condivide valori e visione del mondo, potrebbe mettere alla prova quei limiti aprendo la porta a una nuova forma di associazione con Bruxelles. “Porre la domanda ci colloca in un punto a metà tra la speranza e la provocazione costruttiva”, ha dichiarato Gozi, convinto che il nuovo ordine geopolitico renda la questione ormai ineludibile.
L’idea non nasce dal nulla. Già il 13 giugno 2026, a Dublino, lo stesso Mark Carney aveva anticipato la svolta con parole nette: “Il nuovo ordine mondiale sarà costruito dall’Europa. Il Canada è il paese non europeo più europeo, e stiamo trasformando la nostra cooperazione con l’Unione Europea. (…) In un mondo più pericoloso e diviso, il Canada ha scelto di costruire e lavorare in partenariato con l’Europa.”

La mossa di Carney: il Canada “membro associato” dell’UE

È in questo contesto che si inserisce la notizia, emersa a metà settembre, di un’accelerazione dell’iniziativa da parte del premier canadese: portare Ottawa a uno status inedito di “membro associato” dell’Unione Europea. Non un’adesione piena, né l’ingresso nel mercato unico, ma una formula di integrazione informale in settori strategici come energia, intelligenza artificiale, minerali critici e difesa.
Il Canada, che controlla circa il 20-25% della costa dell’Oceano Artico — seconda quota mondiale dopo la Russia — condivide con l’Europa lo stesso interesse a rendere più sicura la regione di fronte alle mire di Mosca, Pechino e, da qualche tempo, anche degli Stati Uniti di Trump, che ha più volte evocato l’annessione tanto del Canada quanto della Groenlandia.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, funzionari di entrambe le parti indicano che l’UE si sarebbe mostrata aperta all’idea. Sul tavolo ci sono ipotesi ambiziose: la posa di cavi sottomarini tra le due sponde dell’Atlantico, la costruzione congiunta di data center e reti satellitari indipendenti dai giganti tecnologici statunitensi, gasdotti per reindirizzare il gas canadese verso l’Europa, e l’accesso congiunto a litio, cobalto e nichel — le stesse materie prime al centro dell’accordo UE-Groenlandia.
La mossa, letta da diversi osservatori come una risposta al deterioramento dei rapporti commerciali tra Ottawa e Washington, arriverebbe a coronamento di mesi di colloqui riservati tra Carney e i principali leader europei — un percorso che culmina in questi giorni con la sua visita a Strasburgo (15-17 settembre) come ospite d’onore della plenaria dell’Eurocamera, in vista del prossimo vertice Canada-UE previsto a Ottawa il 29 e 30 ottobre.
Va detto che lo stesso Carney, parlando ai giornalisti al Toronto International Film Festival il 13 settembre, ha in parte corretto il tiro sull’etichetta: ha escluso l’ipotesi di un’adesione piena all’Unione, parlando piuttosto di una “alleanza unica” tra Canada e UE (“Non puntiamo a diventare membri dell’Unione Europea. Ciò che cerchiamo… è un’alleanza unica.”). Del resto, come notano diversi analisti, lo status di “membro associato” non esiste nei trattati UE: crearlo richiederebbe un accordo tra tutti gli Stati membri su una categoria capace di offrire al Canada un accesso profondo al mercato senza gli obblighi dell’adesione — un’ipotesi che Bruxelles ha finora evitato, temendo richieste analoghe da altri partner.

Il nodo irrisolto del CETA

Proprio mentre si discute di un salto in avanti nelle relazioni Canada-UE, resta aperta una questione più vecchia e meno spettacolare: il CETA, l’accordo di libero scambio firmato nel 2016 e applicato in via provvisoria dal 2017, non è ancora stato ratificato da tutti gli Stati membri. Secondo le fonti più recenti, dei 27 Paesi UE soltanto 17 hanno completato l’iter di ratifica nazionale; tra i dieci che mancano all’appello figurano, oltre all’Italia, anche Francia, Belgio, Irlanda, Grecia, Polonia, Bulgaria, Cipro, Ungheria e Slovenia.
Lo stesso Carney ha invitato pubblicamente gli Stati europei a completare la ratifica, mentre porta avanti in parallelo il progetto di un partenariato più ambizioso. Anche il gruppo Renew Europe, in vista del discorso di Carney all’Eurocamera, ha chiesto la piena ratifica del CETA, proponendo al contempo una “Associazione Strategica” tra UE e Canada ai sensi dell’articolo 217 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea — la base giuridica per gli accordi di associazione. Un promemoria di quanto, anche di fronte a un’intesa politica di alto profilo, i tempi delle ratifiche nazionali restino un ostacolo tutt’altro che scontato: il CETA stesso, negoziato in sette anni e quasi arenato nel 2016 per il veto di una singola regione belga, resta un monito su quanto possano essere lenti gli accordi transatlantici anche quando c’è ampio consenso politico.

Le posizioni dei gruppi parlamentari: S&D e Renew a confronto

Sul dossier CETA la posizione del Gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) è di lunga data: già nel 2024, tramite il relatore S&D Javier Moreno Sanchez, il Parlamento europeo aveva approvato una relazione che chiedeva ai 10 Stati membri mancanti di ratificare l’accordo al più presto, evidenziando i benefici già registrati — un aumento del 47% dell’export UE verso il Canada tra il 2017 e il 2022 e quasi 75.000 posti di lavoro legati al commercio.
Sulla crisi commerciale tra Ottawa e Washington, il segnale più netto arriva da Bernd Lange, eurodeputato S&D tedesco e presidente della commissione Commercio internazionale (INTA): a fine agosto 2026, dopo la rottura dei negoziati USA-Canada, si è schierato pubblicamente al fianco di Ottawa, sostenendo che gli accordi commerciali vadano negoziati su un piano di parità tra partner, e non imposti unilateralmente attraverso pressioni o ricatti da parte del partner più forte — esattamente ciò che, a suo avviso, il governo statunitense starebbe di nuovo tentando di fare col Canada. Lange ha anche richiamato i negoziati del CETA con l’allora ministra canadese Chrystia Freeland, sottolineando che i Paesi impegnati sui principi di democrazia e Stato di diritto debbano lavorare insieme.
Va però precisato che non risulta, ad oggi, una dichiarazione ufficiale e unitaria del gruppo S&D sulla specifica ipotesi di “membro associato” nella formulazione emersa con Carney. La proposta di una “Associazione Strategica” ex articolo 217 TFUE, spesso associata alla stessa area politica, è stata avanzata formalmente dal gruppo Renew Europe — non da S&D — in vista del discorso di Carney a Strasburgo, insieme alla richiesta di un’Iniziativa di investimento UE-Canada e di un “patto di difesa commerciale” contro la coercizione economica.
Non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori. Tutto questo sta ridisegnando la geografia politica mondiale: è un progetto troppo importante, ne va del nostro futuro e della possibilità di tenere vivi i nostri ideali e i nostri valori. Su un terreno come questo nessuno può permettersi ambiguità e ritardi: bisogna togliersi la maschera, dire chi si è e dove si vuole andare. Coraggio, passione, visione e perseveranza fanno sempre la differenza.

Un disegno strategico che prende forma

Vertice artico, partenariato con la Groenlandia e apertura al Canada sembrano tre mosse coordinate di una stessa strategia: costruire, attorno all’Artico e al Nord Atlantico, un fronte occidentale più coeso e meno dipendente da Washington, capace di contenere le ambizioni russe e cinesi nella regione. Resta da vedere quanto di questo disegno si tradurrà in impegni concreti quando, a fine ottobre, la Commissione presenterà la nuova strategia artica — e quanto, sul fronte canadese, l’ipotesi di una nuova alleanza con l’UE supererà la fase dei gruppi di lavoro tecnici, a partire proprio da un banco di prova già sul tavolo da quasi un decennio: la ratifica, ancora incompleta, del CETA.

Alberto Colombelli, Diplomato ISPI in Affari europei


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