Nasce Trame, il nuovo progetto di VareseNews dedicato alle persone che tengono insieme comunità e territori. Giuseppe Geneletti racconta storie di legami, relazioni e sguardi capaci di far riflettere. Mariano Lazzati – Parte 7 (qui la parte 1 – qui la parte 2 – qui la parte 3 – qui la parte 4 – qui la parte 5 – qui la parte 6).
La prima neve di Mariano Lazzati non è quella delle grandi stazioni. È Brinzio. Da bambino andava a sciare lì. C’era neve, allora. Neve vera, abbastanza per trasformare i prati sopra il paese in una piccola stazione d’inverno. Lui ci andava con una istitutrice tirolese, che parlava italiano e tedesco.
Si saliva con gli sci ai piedi. Nello zaino la merenda: un’arancia, un po’ di cioccolato. Un panino, forse. Il resto era freddo, neve, fatica e bambini che imparavano a stare in equilibrio.
La domenica arrivavano i pullman. Mariano ricorda quelli con il muso lungo della Castano, gli sci caricati sopra il tetto. Pieni. Gente che andava a Brinzio come oggi si va in una località alpina. Ricorda Pierino. Il più bravo. Quello che saliva più in alto possibile e poi scendeva come un razzo.
La pista era sulla strada per Cabiaglio, ai piedi del Campo dei Fiori. A un certo punto un tal professor Caraffa mise in piedi anche un piccolo skilift. Motore a scoppio, una fune, dei ganci a cui attaccarsi. Alla fine, quando tornavano a casa, le giacche a vento erano sporche di grasso. Gli sci erano di legno. Le racchette di bambù. Mariano, il più piccolo dei maschi, ereditava l’attrezzatura dai fratelli maggiori. Poi, per quelli di Varese, c’era l’Alpe di Mera. C’era una specie di seggiovia per salire. Faceva un freddo tale che davano una coperta, altrimenti arrivavi su da staccare dalla seggiola. A Mera facevano anche i campionati studenteschi. I primi tre andavano ai campionati italiani. A Mariano capitò di andare a Limone Piemonte.
Sciava da autodidatta. Sensazioni da imparare sulla neve. Lo sport, nella sua vita, comincia così. Come esposizione. Freddo. Pullman. Salite. Attrezzature ereditate. Maestri improvvisati. Campetti. Gare. Famiglia. Merende nello zaino.
E poi la pallacanestro. Mariano dice che lo sport di squadra, per lui, è iniziato con il basket. Ignis. Palestra dei pompieri, in viale 25 Aprile. La palestra dove giocava anche la prima squadra. Aveva tredici, quattordici anni. Allievi, juniores, campionati giovanili. Le partite importanti erano contro Cantù e Milano. Le altre nei campetti di periferia, dalle parti di Castellanza, in palestre e spazi che oggi sembrerebbero un altro mondo.
Gli chiedo chi ci fosse, quali personaggi. Lui non trasforma la squadra in una galleria di campioni. Dice una cosa diversa: era uno sport di squadra, di amicizia. L’allenatore, racconta, non era un genio. Però aveva la forza di tenerli insieme. Come amici. Come persone. Di farli crescere. Questa è una frase da segnare. Perché nel racconto sportivo di Mariano c’è sempre qualcuno che tiene insieme qualcuno. Un allenatore, un gruppo, una società, una famiglia, un amico, una compagnia, una cordata.
Lui era fisicamente forte. Però aveva un problema grosso. «La mano quadra». Difendeva. Correva. Stava in campo. Ma il tiro da fuori no. Ogni tanto la metteva dentro, dice, ma non abbastanza. Se avesse avuto una mano migliore, forse avrebbero insistito di più per portarlo in prima squadra.
Invece la sua vita non stava tutta lì. «A me piaceva fare anche altre cose», dice. Sci, basket, moto, camminate. Non era concentrato su un solo sport. Lo dice quasi come un limite. Invece, ascoltandolo, sembra il contrario. La sua forma non è stata la specializzazione. È stata l’attraversamento. Anche nel basket attraversa. Per due anni va a giocare a Lugano, nella squadra di Viganello. Serie B svizzera, dice, ticinese. Non tutta la Svizzera, ma abbastanza per aggiungere un altro pezzo alla mappa.
Poi torna la neve. Sci di fondo. Con altri mette in piedi un club: lo Sci Nordico Varese, tuttora esistente. L’obiettivo sono le marce lunghe. Le granfondo. La Dolomitenlauf, in Austria. La Marcia Gran Paradiso, a Cogne e Valnontey. Gli tornano in mente anche i compagni: in una fotografia d’arrivo della Dolomitenlauf, vicino a lui, c’era Paolo Lamberti. Poi la maratona dell’Engadina, dalle parti di St. Moritz. Quarantadue chilometri.
Una volta, per allenarsi, sale sulla Plaine Morte. Tremila metri. Una pista corta, ma a quella quota girare serviva anche per il sangue, per l’ematocrito, per abituare il corpo. Poi viene giù con gli sci da fondo e da lì il passo allo scialpinismo è breve. Qui la geografia si allarga ancora. Val Colla. Monte Bar. Camoghè. Gazzirola. Le cime intorno a Splügen e al San Bernardino. La Val d’Avers, laterale, bellissima. Il Gran Paradiso, fino in cima, dove a un certo punto gli sci li togli e vai avanti a piedi, con ramponi e corda.
E poi la Svizzera dei grandi nomi. Interlaken. Il trenino. Wengen. La parete nord dell’Eiger. Lo Jungfraujoch. I giapponesi, i cinesi, gli orientali arrivati fino lassù con la ferrovia più improbabile d’Europa. Da lì, racconta, fecero tre quattromila in tre giorni. I nomi gli tornano un po’ fonetici, come spesso succede alle montagne lontane quando passano molti anni. Ma la zona è quella: Fiescherhorn, Mönch, Jungfrau. Rifugi. Sci. Ramponi. Ghiaccio. Cime che, viste oggi dal Forte di Orino, sembrano lame. C’è anche il Monte Leone, dal Sempione. Lì ricorda il traverso. Una corsia, una traccia, un passaggio in cui se perdi appoggio vai giù. Poi, superata quella difficoltà, la salita diventa una gran camminata. Anche lì, a un certo punto, via gli sci e su a piedi.
Colpisce come parla della sicurezza. Non fa l’eroe. Dice che andava solo quando era sicuro al cento per cento. Guardava il meteo, sceglieva bene, evitava di mettersi nei guai. Aveva famiglia, figli, responsabilità. Lo scialpinismo non era incoscienza. Era libertà governata.
Anche questa è una parte importante del ritratto. Lui ha cercato l’avventura, non la posa dell’avventuriero. Ha cercato l’obiettivo, non il rischio inutile. E infatti, quando gli chiedo se gli sia rimasto qualcosa sul gozzo, non parla di una gara persa. Parla di una cima mancata.
Il Pizzo di Claro. Ci era andato con Marco Rigamonti, compagno di tante camminate. Condizioni buone. Niente nebbia. Niente maltempo. Avevano la guida scritta, ma non riuscirono a trovare il passaggio. La cima rimase lì. «Non siamo riusciti», dice. Non drammatizza. Ma se la ricorda. Lo sport, per Mariano, non è solo ciò che è riuscito. È anche ciò che è rimasto aperto.
Camminava molto. Cita un libro di Carlo Meazza, “Passo passo”, dedicato alle montagne intorno, quelle alla portata da Varese: Limidario, valli, cime vicine, itinerari che costruivano una geografia domestica e insieme infinita. La montagna, per lui, non comincia lontano. Comincia appena puoi alzare gli occhi.
Poi arriva la bicicletta. La Società Ciclistica Sant’Ambrogio. Gianni Spartà. I primi giri. Le granfondo organizzate dall’Euratom. Ricorda una partenza da Malgesso. Mottarone. Cuvignone. Ponte Tresa. Ritorno. Duecento chilometri. Forse tremila metri di dislivello. Lui non era preparato come avrebbe dovuto. Gli dicono: alzati alle quattro, mangia un bel riso in bianco. Parte. Sul Mottarone ogni tanto si attacca alla macchina della Sant’Ambrogio.
Lo racconta ridendo, ma dentro c’è il primo impatto con un’altra forma di fatica. Quella lunga della bicicletta. Non lo strappo breve. La durata. La fame. La salita che continua. Il corpo che a un certo punto deve decidere se stare ancora lì. Da lì parte l’avventura ciclistica. Tenerife. Noleggio delle biciclette sul posto. Asfalto non sempre perfetto. Qualcuno buca. Però si sale. La strada arriva ai duemilasettecento metri verso il Teide, il vulcano.
Poi altri viaggi. Milano-Roma. Varese-Minorca, via Barcellona con Paolo Moneta. Mondo Bici. Toscana. Giri organizzati. Amici. Società. Mappe. E la Marmotte. Centottanta chilometri. Cinquemila metri di dislivello. Quando ne parla, la cosa più importante non è il tempo. È l’obiettivo. Fissarsi un obiettivo, dice. Confrontarsi con se stessi. Studiare come raggiungerlo. A qualsiasi età. In qualsiasi situazione.
Qui Mariano sembra uscire per un momento dal racconto e dire una regola di vita. Se vuoi arrivare da qualche parte, devi prepararti. Se vuoi fare una salita, devi sapere che salita è. Se vuoi finire una granfondo, devi imparare a stare dentro la fatica.
Poi c’è la vela. Cerro, sul Lago Maggiore. Un’Alpa S. Poi il Laser. La forza del Laser, per lui, era anche pratica: lo teneva appeso in garage. Arrivava sotto con la macchina, lo calava con le carrucole, lo appoggiava sul tetto. Sopra metteva un carrello fatto di tubi di plastica, essenziale come certe soluzioni inventate da chi non ha bisogno di comprare tutto pronto. Con il Fraschini caricavano due Laser sul tetto, uno sopra l’altro, e da Luino attraversavano verso Cannero per andare a fare il bagno. Poi un J/24. Portofino. Una regata. Il Trofeo del Mediterraneo. Olbia, Marciana Marina, le Bocche di Bonifacio. Sardegna, Corsica, equipaggi, mare. Non skipper. Non comandante. A bordo. Anche qui dentro un gruppo.
Le moto arrivano per contagio familiare. Il fratello Marco era appassionato, faceva gare di regolarità. Mariano si lascia coinvolgere. Moto semplici, primordiali. Il fratello usa un Capriolo. Lui uno Stornello Guzzi, con quel suo limite delle aste lunghe che, se andavi fuori giri, si potevano piegare. Qualche gara dalle parti di Abbiate Guazzone, nella brughiera di Tradate. Un terreno affittato a Brinzio per girare senza litigare con pedoni, rumori, divieti, sentieri. Ancora Brinzio. La prima neve e le moto. Come se certi luoghi, nella vita, tornassero sotto forme diverse.
C’è anche il calcio. Una squadra messa insieme partendo dal campo di casa sua. Campionati, amici, nomi. Attilio Fontana, i fratelli Quattrini. Anche lì, più che il risultato, resta il fatto di avere messo insieme persone. E poi, quasi inevitabilmente, l’alpino.
Mariano sta per aprire tutta un’altra storia. Vipiteno, Sterzing, la compagnia mortai, trentacinque chili sulle spalle, esercitazioni, Presanella, campi estivi e invernali, tedesco, sci, lezioni, il servizio militare che lo forgia. Ma quella appartiene già all’episodio successivo, quello delle associazioni, degli Alpini, del fare comunità dopo avere fatto fatica. Qui basta capire una cosa. Lui non è stato “uno sportivo” nel senso stretto della parola. Non ha consegnato la sua vita a una disciplina sola. Non è diventato solo cestista, solo sciatore, solo ciclista, solo velista, solo alpinista. «Non ero concentrato», dice. Ed è vero. Non era concentrato su un solo sport. Era concentrato sul movimento. Sul provare. Sul fare. Sul fissare obiettivi. Sul condividere. Sul corpo come strumento per conoscere il mondo.
Ogni disciplina gli ha dato qualcosa. Lo sci gli ha dato il freddo e la montagna. Il basket la squadra. Il fondo la durata. Lo scialpinismo la sicurezza. La bicicletta l’obiettivo. La vela il vento e l’equipaggio. La moto il controllo. Il cammino la misura dei luoghi. L’alpino disciplina e appartenenza. A guardarli uno per uno, sembrano episodi dispersi. A rimetterli in fila, diventano una forma, una postura.
Nel lavoro diceva: per capire bisognava andare. Nello sport avrebbe potuto dire: per arrivare bisognava provare. Non tutto riusciva. Ma tutto lasciava una traccia. Forse alcune vite non si capiscono cercando una sola vetta. Si capiscono guardando quante strade hanno preso per salire. Mariano, anche nello sport, ha continuato a salire da parti diverse.
Parte 7 (qui la parte 1 – qui la parte 2 – qui la parte 3 – qui la parte 4 – qui la parte 5 – qui la parte 6).
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link











