L’Italia valuta il ripristino dei controlli di frontiera sui collegamenti con la Spagna dopo l’ingresso di decine di migliaia di migranti a Ceuta, la città autonoma spagnola situata sulla costa marocchina. Una misura preventiva con cui il governo intende evitare che una crisi esplosa alla frontiera esterna dell’Unione europea si traduca in movimenti incontrollati all’interno dello spazio Schengen.
Secondo il ministero dell’Interno di Madrid sarebbero circa 49mila le persone arrivate via terra e via mare nelle 24 ore precedenti la mattina del 31 luglio. È un dato preliminare, destinato a essere verificato e aggiornato. Nelle prime ore della crisi erano circolate stime comprese tra 2mila e 3mila ingressi: una differenza così ampia impone cautela, senza ridimensionare la gravità di un afflusso che, nella valutazione più alta, equivale a oltre metà della popolazione di Ceuta. Almeno 19 persone sono morte tentando di raggiungere il territorio spagnolo, soprattutto a nuoto.
Migliaia di uomini, donne, famiglie e minori hanno superato i varchi terrestri o aggirato in mare le barriere del Tarajal, utilizzando salvagenti, camere d’aria e piccole imbarcazioni. Madrid ha inviato rinforzi della polizia e unità militari, mentre le strutture di accoglienza, i servizi sanitari e le forze di sicurezza locali si sono trovati a gestire un afflusso eccezionale.
La crisi è diventata rapidamente un caso europeo. Fonti di Palazzo Chigi hanno comunicato che il governo italiano sta valutando la sospensione di Schengen con la Spagna. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è detta pronta a ricorrere a strumenti straordinari per proteggere i confini e la sicurezza dei cittadini. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sostenuto la stessa linea. Madrid ha reagito convocando l’ambasciatore italiano.
Dietro lo scontro diplomatico esiste una questione concreta. Schengen elimina i controlli ordinari tra i Paesi partecipanti proprio perché presuppone una gestione efficace delle frontiere esterne comuni. Se una di queste viene attraversata in poche ore da decine di migliaia di persone, gli altri governi possono interrogarsi sulle conseguenze per la sicurezza interna e sui possibili spostamenti successivi.
Cosa ha provocato l’arrivo di massa a Ceuta
Ceuta è una città autonoma spagnola di circa 85mila abitanti, costruita su una piccola penisola della costa settentrionale africana, nel punto in cui lo Stretto di Gibilterra incontra il Mediterraneo. Alle sue spalle comincia il territorio marocchino; davanti, oltre il mare, si trova la Spagna continentale. Insieme a Melilla costituisce uno dei soli due confini terrestri tra l’Unione europea e l’Africa. Chi entra a Ceuta dal Marocco non attraversa lo Stretto di Gibilterra: supera la frontiera terrestre oppure entra in acqua lungo la costa vicina per aggirare il frangiflutti e la barriera del Tarajal.
L’arrivo di massa non è nato dal nulla nelle ore del 30 luglio. Nei giorni precedenti era già aumentato il numero delle persone che tentavano di raggiungere la città a nuoto. Migliaia di aspiranti migranti si erano concentrate nel Nord del Marocco, in particolare nei dintorni di Fnideq, a pochi chilometri dal confine.
Quando gruppi molto numerosi hanno iniziato a muoversi contemporaneamente, il dispositivo di sicurezza non è riuscito a contenere la pressione. Alcune persone hanno attraversato i varchi terrestri, altre hanno cercato di aggirare le barriere marittime, esponendosi alle correnti e al rischio di annegamento.
Secondo il governo spagnolo, tra i fattori che possono avere accelerato gli arrivi c’è una falsa interpretazione di una recente sentenza del Tribunal Supremo, diffusa e sfruttata dalle organizzazioni che favoriscono l’immigrazione irregolare. La decisione dei giudici riguarda i cosiddetti respingimenti alla frontiera. La normativa spagnola consente una procedura immediata nei confronti di chi viene sorpreso mentre tenta di superare gli elementi fisici di contenimento presenti a Ceuta e Melilla, come le recinzioni.
Il Tribunal Supremo ha stabilito che questa procedura speciale non può essere applicata automaticamente alle persone intercettate in mare mentre cercano di entrare a nuoto. La sorveglianza marittima attraverso telecamere, droni o altri strumenti, secondo i giudici, non equivale al superamento di una barriera fisica.
La sentenza non impedisce alla Spagna di rimpatriare chi non ha diritto a restare. Stabilisce che, prima dell’allontanamento, la persona debba essere identificata e sottoposta alle procedure ordinarie. Le autorità devono verificare l’eventuale richiesta di protezione internazionale e accertare la presenza di minori o persone vulnerabili.
Secondo Madrid, le reti criminali avrebbero trasformato questa distinzione giuridica in una promessa molto più semplice e ingannevole: chi arriva a Ceuta via mare non può essere rimandato indietro. Il messaggio, circolato attraverso i social network e il passaparola, avrebbe spinto migliaia di persone già presenti nel Nord del Marocco a tentare insieme l’attraversamento.
Già nel maggio 2021 circa 9mila persone entrarono a Ceuta dopo che le autorità marocchine avevano temporaneamente allentato i controlli, durante una grave crisi diplomatica con Madrid. Il Parlamento europeo definì allora difficile considerare spontaneo un movimento di quelle dimensioni e condannò l’utilizzo della pressione migratoria come strumento politico.
La situazione attuale non può essere automaticamente sovrapposta a quella del 2021. I rapporti tra Madrid e Rabat sono cambiati e il governo spagnolo ha sottolineato la collaborazione marocchina nel bloccare ulteriori tentativi.
Il rischio dei movimenti verso gli altri Paesi Schengen
La frontiera di Ceuta è spagnola, ma è anche una frontiera esterna dell’Unione europea. Per questo l’Italia considera la crisi una questione di sicurezza comune e non un problema esclusivamente nazionale di Madrid.
La preoccupazione riguarda i cosiddetti movimenti secondari. Se la Spagna non riuscisse a identificare e gestire rapidamente tutte le persone entrate, una parte potrebbe tentare di raggiungere la penisola iberica e successivamente spostarsi verso altri Paesi dell’area Schengen.
Per Roma, il punto non è sostenere che tutti i nuovi arrivati siano diretti in Italia. L’obiettivo dichiarato è prevenire il rischio che un ingresso eccezionale alla frontiera esterna produca conseguenze all’interno di uno spazio nel quale i controlli ordinari tra gli Stati sono stati aboliti. Ceuta e Melilla sono tuttavia sottoposte a un regime particolare. La Spagna mantiene controlli sull’identità e sui documenti di chi parte in aereo o in traghetto verso la penisola. Entrare nell’exclave non significa quindi poter raggiungere automaticamente Madrid, Barcellona o il resto dell’Europa senza ulteriori verifiche.
Il sistema non rappresenta una barriera assoluta. Alcune persone possono essere trasferite nel quadro delle procedure d’asilo; altre possono tentare di partire clandestinamente o sottrarsi ai controlli. La portata del rischio dipenderà dal numero degli identificati, dalle richieste di protezione, dai rimpatri, dagli eventuali trasferimenti verso la penisola e dalle persone che dovessero risultare irreperibili.
Nella posizione italiana pesa anche una divergenza più ampia con Madrid sulla gestione dell’immigrazione. Tajani ha criticato la regolarizzazione straordinaria spagnola, sostenendo che una decisione di tali dimensioni avrebbe dovuto essere discussa con gli altri Paesi Schengen per le possibili conseguenze sulla libera circolazione. Madrid replica che il provvedimento non è rivolto ai nuovi arrivati, ma serve a regolarizzare persone che vivevano già nel Paese: concede un permesso iniziale di soggiorno e lavoro, non la cittadinanza, ed è riservato a chi si trovava in Spagna prima del 1° gennaio 2026 e può dimostrare almeno cinque mesi di permanenza.
La crisi di Ceuta ha reso più evidente questa distanza politica. Roma insiste sulla necessità di prevenire gli effetti che le scelte di un singolo governo possono produrre in un’area senza frontiere interne. Madrid rivendica invece la propria capacità di gestire la situazione e distingue gli arrivi di questi giorni dalla regolarizzazione delle persone già presenti sul territorio.
Cosa significa sospendere Schengen con la Spagna
L’espressione “sospendere Schengen con la Spagna” sintetizza politicamente uno strumento previsto dall’ordinamento europeo: il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne.
L’Italia non può escludere unilateralmente la Spagna dall’area Schengen. Può però reintrodurre controlli sui collegamenti provenienti dal territorio spagnolo qualora individui una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna.
Il Codice frontiere Schengen richiede che la misura sia necessaria, proporzionata, circoscritta e limitata nel tempo. Deve inoltre essere utilizzata come ultima risorsa, quando gli strumenti ordinari di cooperazione di polizia e di controllo non sono considerati sufficienti. Non sarebbe un’iniziativa estranea alla prassi europea. Diversi Paesi hanno ripristinato negli ultimi anni controlli temporanei per ragioni legate al terrorismo, alla criminalità organizzata, ai grandi eventi internazionali e ai movimenti migratori irregolari.
L’Italia mantiene già controlli alla frontiera terrestre con la Slovenia. L’attuale proroga, valida dal 19 giugno al 18 dicembre 2026, è motivata dal rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi lungo la rotta balcanica, dall’immigrazione irregolare e dalla presenza di reti criminali attive nel traffico di persone.
Italia e Spagna, invece, non condividono un confine terrestre. Le eventuali verifiche riguarderebbero soprattutto aeroporti, porti e collegamenti marittimi. I passeggeri provenienti da Madrid, Barcellona, Valencia o da altri scali spagnoli potrebbero essere sottoposti a controlli dei documenti prima dell’imbarco o all’arrivo.
La misura non comporterebbe il divieto di viaggiare. I cittadini italiani, spagnoli e degli altri Paesi dell’Unione conserverebbero il diritto alla libera circolazione e non verrebbero introdotti visti. Cambierebbero le procedure, con più verifiche, tempi di attesa maggiori e un impiego aggiuntivo di personale nei porti e negli aeroporti.
In presenza di una minaccia improvvisa, un governo può introdurre immediatamente i controlli per un mese, informando nello stesso momento la Commissione europea, il Consiglio, il Parlamento europeo e gli altri Stati membri. Le verifiche possono essere prorogate, ma la durata complessiva prevista per un evento imprevedibile non può superare tre mesi.
La crisi arriva poche settimane dopo l’entrata in applicazione, il 12 giugno 2026, del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Le regole prevedono la registrazione delle persone arrivate irregolarmente, verifiche di identità, sicurezza, salute e vulnerabilità, procedure più rapide per l’asilo e i rimpatri e un meccanismo di solidarietà per i Paesi sottoposti a una pressione eccezionale.
Ceuta rappresenta una delle prime grandi prove della capacità dell’Unione di trasformare queste norme in una risposta concreta. La Spagna deve riportare sotto controllo la frontiera, il Marocco deve garantire una collaborazione stabile e gli altri Stati devono valutare i rischi per lo spazio comune senza rinunciare agli strumenti di solidarietà.
La posta in gioco supera il confronto tra Roma e Madrid. Una frontiera esterna attraversata da decine di migliaia di persone in un solo giorno riguarda tutti i Paesi che hanno eliminato i controlli tra loro. La tenuta di Schengen dipenderà dalla rapidità della risposta spagnola, dalla cooperazione con Rabat e dalla capacità europea di impedire che una crisi alla frontiera africana produca nuove divisioni all’interno dell’Unione.
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