Tra Pride ufficiali e iniziative indipendenti, in molte città italiane emergono nuove proposte per ripensare il Pride
Giugno è il mese del Pride e decine di città italiane si preparano a ospitare cortei, incontri e iniziative dedicate ai diritti della comunità LGBTQIA+. Un mese di eventi che culminano in una grande manifestazione. Negli ultimi anni però, accanto alle manifestazioni ufficiali stanno nascendo iniziative parallele. A volte si chiamano Pride alternativi, altre volte rifiutano questa definizione. Alcuni nascono da divergenze politiche, altri dal desiderio di ampliare le rivendicazioni oltre i diritti LGBTQIA+, altri ancora semplicemente dalla volontà di creare nuovi spazi di partecipazione. Per provare a capire questo fenomeno abbiamo parlato con alcune delle realtà che quest’anno hanno scelto di organizzare percorsi autonomi a Treviso, Napoli e Taranto.
Dalle rivolte di Stonewall ai Pride italiani
Tutte le persone intervistate, in forme diverse, tornano alle origini di un Pride che nasce come protesta. Nel giugno del 1969 allo Stonewall Inn, un locale di New York frequentato dalla comunità LGBTQIA+, una serie di retate della polizia scatena una ribellione che segna l’inizio del moderno movimento per la liberazione omosessuale. Anche in Italia le prime manifestazioni furono vere proteste. Nel 1972 una quarantina di attivisti contestò a Sanremo un congresso di sessuologia che discuteva dell’omosessualità come malattia.
Da allora i Pride sono diventati sempre più grandi, partecipati e istituzionalizzati. Ed è proprio qui che nasce una parte del dibattito contemporaneo. Molti attivisti ritengono che il Pride abbia progressivamente perso parte della propria natura conflittuale, diventando un evento sostenuto da istituzioni e grandi aziende. Altri considerano invece questa evoluzione il segno di una maggiore inclusione e visibilità. Da questa tensione sono nate molte delle esperienze alternative che oggi attraversano il mese del Pride che non sono solo a Treviso, Taranto e Napoli. Ma anche a Torino, Roma e all’estero in città come Berlino.
Tornare allo spirito di Stonewall
Il Pride quindi nasce come protesta, ed è da questa convinzione che partono molte delle realtà che oggi organizzano percorsi autonomi. A Treviso il nuovo Pride si chiama È ancora rivolta, un richiamo diretto alle rivolte di Stonewall del 1969. «Vogliamo recuperare quella memoria di resistenza e ribellione, ricordando che i diritti di cui oggi godiamo non sono stati concessi, ma conquistati attraverso la lotta», spiegano le organizzatrici. Per questo il loro Pride si è autofinanziato, indipendente e costruito dal basso. «Volevamo creare uno spazio di rivendicazione politica aperto a tutte le soggettività, con particolare attenzione alle persone marginalizzate che vivono il nostro territorio». Una riflessione che emerge anche a Napoli, dove la rete Arrevutamm rivendica la necessità di costruire «mobilitazioni realmente politiche e democratiche» e critica una progressiva istituzionalizzazione dell’evento. Anche Elisa e Mary, di Human Pride a Taranto, richiamano le origini della manifestazione. «Il Pride è un grandissimo regalo che la comunità LGBT ha fatto a tutti noi», raccontano, «ci ha dimostrato che è possibile manifestare, ottenere risultati e continuare a non fermarsi, anche prendendo insulti e violenze».
Il dibattito sugli sponsor
Uno dei temi più divisivi riguarda il rapporto tra Pride e grandi aziende. Negli ultimi anni i cortei hanno attirato un numero crescente di sponsor privati. Solo il Pride di Milano conta oltre 30 sponsor ufficiali. Una trasformazione che per alcuni rappresenta un segnale di inclusione e normalizzazione, mentre per altri rischia di snaturare il significato originario della manifestazione. «Non abbiamo sponsor privati perché crediamo che le aziende usino i nostri corpi per farsi pubblicità», spiega Davide Curcuruto di Arrevutamm. Anche a Treviso la scelta è stata quella di costruire un Pride «senza sponsor», fondato su valori anticapitalisti e transfemministi.
La posizione di Human Pride è diversa. Pur mantenendo una forte vocazione politica, il collettivo tarantino racconta di aver trovato sostegno da parte di realtà locali. «Abbiamo sempre incontrato generosità», spiegano, «ci sono alcuni sponsor che ci permettono di sostenere le attività durante l’anno e organizzare il corteo».
Nuove possibilità
Questi Pride alternativi però non nascono allo stesso modo. In alcuni casi sono il risultato di divergenze politiche maturate negli anni, in altri della volontà di sperimentare percorsi differenti senza necessariamente entrare in conflitto con le manifestazioni già esistenti. A Treviso, per esempio, gli organizzatori raccontano di aver tentato un confronto con le altre realtà cittadine, ma di aver trovato «differenze politiche troppo profonde» per costruire un percorso comune. «Non si trattava di questioni organizzative o personali, ma di visioni diverse su cosa debba essere un Pride, su quali lotte debba portare avanti e su quali pratiche politiche debba adottare». A Napoli una delle questioni centrali è stato il modo in cui vengono prese le decisioni. Arrevutamm critica quello che definisce un sistema poco partecipativo, «noi decidiamo ogni cosa tramite assemblea orizzontale in cui uno vale uno, abbiamo voluto creare uno spazio politico alternativo e non oppositivo per dimostrare che, seppur dura, è possibile immaginare nuove strade per rivendicare i diritti queer». La storia di Taranto, invece, non nasce da una rottura con altre realtà cittadine, ma dall’incontro tra attivisti impegnati su temi differenti. «Non parlerei di scissione», spiegano, «ci siamo resi conto che molte realtà associative si sentivano sole e abbiamo deciso dicreare una rete che potesse mettere insieme persone e battaglie diverse».
Un Pride che rivendica anche altri diritti
Se c’è un elemento che accomuna molte di queste esperienze è il tentativo di allargare il perimetro delle rivendicazioni. «La liberazione della comunità LGBTQIA+ non può essere separata dalle altre lotte contro le oppressioni», spiegano da Treviso. «Per noi la lotta queer è intrecciata a quelle del lavoro, della casa, delle migrazioni, dell’accessibilità e dell’antifascismo». Una posizione simile emerge anche da Napoli. «Non siamo solo il matrimonio egualitario, il diritto all’adozione o il Ddl Zan», spiega Davide Curcuruto di Arrevutamm. «I corpi queer sono corpi reali con esigenze materiali come casa, lavoro, sanità e reddito». «O sistema s’adda arrevuta!», sintetizza.
A Taranto questa visione ha preso la forma di una rete che lavora tutto l’anno. Human Pride organizza incontri sulla violenza di genere, attività di prevenzione sanitaria, distribuzione di test HIV e iniziative sociali. «Lavoriamo tantissimo durante l’anno e poi alla fine ci regaliamo il nostro Pride, un Pride non riservato solamente alla comunità LGBTQIA+, ma per tutti, che celebra proprio l’umanità», raccontano, «è un contenitore contro le ingiustizie in senso lato».
Più Pride significano più divisioni?
È la domanda che viene naturale farsi. Per le organizzatrici di Treviso la presenza di più eventi rappresenta «un’occasione in più, non una divisione». Per una città di provincia, spiegano, avere più momenti per discutere di autodeterminazione e giustizia sociale dovrebbe essere «motivo di orgoglio». A Taranto la posizione è ancora più netta. «Ai Pride si partecipa», raccontano le due organizzatrici di Human Pride, «Che sia una manifestazione, che siano due o che siano tre, è importante con i nostri corpi e con le nostre menti scendere in piazza e rivendicare diritti». Anche a Napoli, pur dentro un contesto più conflittuale, la presenza di due Pride viene letta come apertura di spazi politici diversi: «Non siamo un Pride contro», spiegano da Arrevutamm, «ma uno spazio che prova a mettere al centro ciò che viene escluso dal racconto dominante del Pride».
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Olga Colombano
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