C’è chi guarda con preoccupazione, e comprensibile fastidio, all’aumento dei requisiti per la pensione previsto da gennaio 2027, quando l’adeguamento alla speranza di vita sposterà in avanti di un mese il traguardo per lasciare il lavoro.
La pensione di vecchiaia passerà così a 67 anni e 1 mese, mentre per quella anticipata serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi, un anno in meno per le donne. Salirà invece a 71 anni e 1 mese l’età richiesta per la pensione di vecchiaia riservata ai contributivi puri con almeno 5 anni di versamenti effettivi.
Il punto, però, è che non sarà l’ultimo aumento visto che la legge di Bilancio 2026 ha già previsto un secondo passaggio nel 2028, con altri 2 mesi che porteranno l’incremento complessivo a 3 mesi rispetto ai requisiti attuali. E per il biennio 2029-2030 le proiezioni della Ragioneria generale dello Stato indicano un possibile ulteriore scatto di 3 mesi: la pensione di vecchiaia arriverebbe quindi a 67 anni e 6 mesi.
Bisogna però distinguere gli aumenti già stabiliti dalle stime per gli anni successivi. Per il 2029, infatti, l’incremento non va ancora considerato definitivo in quanto dipenderà dall’andamento della speranza di vita e dagli eventuali interventi dei governi, che potrebbero modificarlo o attenuarlo. È quanto accaduto per il 2027-2028, quando l’aumento di 3 mesi è stato distribuito su due anni.
Chi prevede di andare in pensione nel 2029 o nel 2030 deve quindi mettere in conto, sulla base delle proiezioni attuali, requisiti più alti di 6 mesi rispetto a quelli del 2026. Vediamo allora come potrebbero cambiare le condizioni di accesso alle principali forme di pensionamento e quali requisiti considerare per programmare l’uscita dal lavoro.
I nuovi requisiti per chi ci va dal 2029
Andare in pensione dal 2029 potrebbe richiedere mezzo anno in più rispetto a oggi. All’aumento complessivo di 3 mesi già confermato per il biennio 2027-2028 si aggiungerebbe infatti un ulteriore incremento di 3 mesi, stimato dalla Ragioneria generale dello Stato per il 2029-2030. Se questa previsione venisse confermata, e senza interventi legislativi che ne modifichino gli effetti, cambierebbero sia l’età richiesta per la pensione di vecchiaia che i contributi necessari per quella anticipata.
Partiamo dalla pensione di vecchiaia, per la quale il requisito anagrafico salirebbe a 67 anni e 6 mesi, rispetto ai 67 anni previsti nel 2026. Resterebbe invece fermo il requisito contributivo ordinario di almeno 20 anni: in questo caso, quindi, l’adeguamento riguarderebbe soltanto l’età.
Per i contributivi puri, ossia chi ha iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996, l’accesso alla pensione di vecchiaia con almeno 5 anni di contributi effettivi slitterebbe invece a 71 anni e 6 mesi.
L’aumento interesserebbe anche la pensione anticipata ordinaria, alla quale si accede indipendentemente dall’età anagrafica. Nel biennio 2029-2030 gli uomini dovrebbero raggiungere 43 anni e 4 mesi di contributi, mentre alle donne ne servirebbero 42 anni e 4 mesi. A questi requisiti andrebbe aggiunta poi l’attesa per la decorrenza dell’assegno: la finestra ordinaria è di 3 mesi, ferme restando le regole specifiche previste per alcune categorie.
Per la pensione anticipata contributiva, invece, il doppio adeguamento porterebbe l’età minima a 64 anni e 6 mesi e i versamenti necessari ad almeno 20 anni e 6 mesi di contribuzione effettiva. In questo caso, infatti, l’incremento coinvolge entrambi i requisiti, come già previsto per il 2027 e il 2028. Resterebbe inoltre da rispettare la condizione economica: un assegno almeno pari a 3 volte l’Assegno sociale, soglia ridotta a 2,8 volte per le donne con un figlio e a 2,6 volte per quelle con almeno due figli. Il corrispondente importo in euro dipenderà dal valore dell’Assegno sociale nell’anno del pensionamento.
Anche la cosiddetta Quota 41 cambierebbe per i lavoratori precoci soggetti all’adeguamento. Per disoccupati, caregiver e invalidi che soddisfano le condizioni richieste, il requisito salirebbe a 41 anni e 6 mesi di contributi.
Gravosi e usuranti, cosa succede dal 2029?
Un discorso separato riguarda i lavoratori impegnati in attività gravose o particolarmente usuranti, per i quali sono previste alcune deroghe agli aumenti dei requisiti pensionistici. Attenzione, però: le esenzioni confermate per il 2027-2028 non vanno considerate automaticamente valide anche per il biennio successivo.
Pensiamo alla Quota 41 per i lavoratori precoci. Mentre per disoccupati, caregiver e invalidi il requisito contributivo salirà progressivamente, gli addetti alle attività gravose e usuranti che soddisfano le condizioni previste potranno continuare ad accedere alla misura con 41 anni di contributi nel 2027 e nel 2028, senza subire l’incremento legato alla speranza di vita.
Sono previste agevolazioni anche per la pensione di vecchiaia. Nel biennio 2027-2028, per le categorie tutelate con almeno 30 anni di contributi, il requisito può restare a 66 anni e 7 mesi, rispettando le condizioni richieste dalla normativa, tra cui la durata dell’attività svolta. Per chi rientra nella tutela prevista per le mansioni gravose esercitate per almeno 6 anni negli ultimi 7, invece, l’età resta a 67 anni.
Restano poi i canali specifici per le attività particolarmente usuranti, che in determinate situazioni consentono l’uscita con almeno 61 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contributi, purché venga raggiunta anche la quota richiesta. Non basta, quindi, soddisfare separatamente questi due requisiti minimi.
Cosa succederà dal 2029? Per queste categorie non è corretto aggiungere indistintamente 6 mesi ai requisiti attuali, ma neppure promettere che resteranno invariati. Bisognerà verificare quali deroghe saranno applicabili al nuovo biennio e se interverranno ulteriori provvedimenti di tutela. Il blocco riconosciuto per il 2027-2028, da solo, non garantisce un’esenzione permanente dai futuri adeguamenti.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




