Note sulla legge elettorale | LibertàEguale


di Giuseppe Calderisi

 

QUESTIONE DEL “PAREGGIO” ED ESIGENZA DI UNA LEGGE ELETTORALE CHE LO EVITI

Quando fu approvata la legge Rosato, nel 2017, il sistema era nettamente tripolare, con il M5S in forte ascesa. Per questo fu concepita una legge elettorale a netta prevalenza proporzionale, con solo il 37% di collegi uninominali, pensando proprio ad un “pareggio”: le coalizioni erano necessarie per vincere i collegi uninominali, ma fu previsto che i programmi e “l’indicazione del capo” fossero di partito (non di coalizione) in modo che, dopo il voto senza vincitori, fosse più agevole scomporre le coalizioni elettorali per dar vita ad una diversa coalizione di governo. Pd e Forza Italia pensavano ad un nuovo governo di “larghe intese” come quello di Enrico Letta del 2013, ma la maggioranza dei seggi la ottennero le forze antisistema, il M5S e la Lega, che infatti fecero il governo giallo-verde.

Nel 2022 Meloni vinse con una netta maggioranza solo perché il campo antagonista era diviso. Ora le due coalizioni hanno consensi equivalenti. Pertanto con il Rosatellum ci sarebbe l’altissima probabilità di non avere un vincitore con una chiara maggioranza. Pertanto, chi dovrebbe governare se le due coalizioni sono estremamente polarizzate e i loro leader escludono tassativamente di poter formare un governo assieme? Diventerebbe molto difficile, se non impossibile, formare anche un governo tecnico. Ci sarebbe il rischio di elezioni anticipate a ripetizione. La prospettiva del pareggio è pertanto concreta e pericolosa, si rischia l’avvitamento del sistema, favorendo l’esplosione di nuove forme di populismo, oltre che l’ulteriore crescita dell’astensionismo. Da qui l’esigenza di un sistema elettorale con un premio attribuito a chi ottiene più voti.

Il paradosso è che anche Schlein e Conte sono contrari al pareggio, ma non presentano alcuna proposta e vogliono che la nuova legge elettorale che assicuri un vincitore sia approvata da Meloni, per accusarla poi di volere i ”pieni poteri”.  Un atteggiamento opportunistico sinceramente non accettabile.

Invece, data l’equivalenza dei consensi dei due schieramenti e il conseguente “velo di ignoranza” sul vincitore, vi sarebbero proprio le condizioni per scrivere assieme la legge in modo bipartisan.

La narrazione che non si può discutere della legge elettorale perché vi sono altri temi  più importanti non sta in piedi. Le due Camere hanno 14 commissioni parlamentari che lavarono in contemporanea, se la prima si occupa della legge elettorale, le altre possono affrontare qualunque altro tema, salari, fisco, energia, sanità…

PREMIO DI MAGGIORANZA E INDICAZIONE DEI CANDIDATI PREMIER

Oltretutto, una legge con il premio di maggioranza è stata proposta da tempo da entrambi gli schieramenti, a partire dalle proposte De Mita-Ruffilli e Pasquino nella Commissione Bozzi nel 1983; negli archivi delle Camere vi sono altre innumerevoli proposte al riguardo.

Anche per quanto riguarda la forma di governo del premier, con l’indicazione preventiva dei candidati alla carica di Presidente del Consiglio, si tratta di un’elaborazione culturale innanzitutto del centrosinistra che la propose con la tesi n. 1 del programma dell’Ulivo (“un patto da riscrivere insieme”). Elaborazione che successivamente è stata fatta propria anche dal centrodestra.

Evidentemente, l’Ulivo e i suoi esponenti, anche i più autorevoli, ritenevano che l’indicazione preventiva dei candidati premier non fosse affatto lesiva delle prerogative del Presidente della Repubblica. Infatti, si tratta di una misura di trasparenza da parte dei partiti e delle relative coalizioni nei confronti degli elettori, non vincola il Capo dello Stato, serve ad evitare la competizione permanente per la premiership, un fattore che mina la stabilità delle maggioranze di governo.

In altri paesi europei esistono norme e convenzioni costituzionali per la stabilità dei governi. In Italia non siamo riusciti a rivedere le norme sulla forma di governo concepite nel 1948, ai tempi della guerra fredda, e non abbiamo neppure quelle convenzioni costituzionali che altrove fanno sì che diventi premier il leader del partito maggiore della coalizione di governo, senza alcuna contestazione né all’inizio né nel corso della legislatura. Ecco perché in Italia occorre una norma al riguardo. Una norma che consenta di avere un chiaro rapporto tra consenso, potere e responsabilità, fondamentale in un sistema democratico.

CRITICITA’ DELLA PROPOSTA DELLA MAGGIORANZA

La proposta della maggioranza aveva inizialmente molte criticità, alcune sono state superate, altre ancora non sappiamo….

Il tetto massimo dei seggi per chi ottiene il premio è stato ridotto (alla Camera) da 230 a 220 seggi. Occorre ancora capire se verranno inclusi nel tetto anche i seggi ottenuti nel Trentino Alto Adige-Sud Tirolo e Val d’Aosta in modo da non superare il 55% dei seggi complessivi e non avvicinarsi ai quorum di garanzia per l’elezione dei giudici costituzionali e dei membri laici del Csm.

Per il Trentino Alto Adige-Sud Tirolo e Val d’Aosta c’è anche la questione fondamentale del computo o meno dei voti degli elettori di queste regioni nella cifra nazionale in base alla quale si decide chi vince e il premio. Non computarli significherebbe pregiudicare l’uguaglianza del voto per tutti gli elettori. Per la tutela delle minoranze basta prevedere la facoltà del collegamento.

E’ stata innalzata dal 40% al 42% per entrambe le Camere la soglia per l’attribuzione del premio. Sono state inoltre inserite norme di coordinamento degli esiti nelle due Camere, esiti che, sia pure improbabilmente, potrebbero essere diversi. Pertanto il premio è attribuito solo se la coalizione vincente è la stessa in entrambe le Camere e se supera la soglia minima in entrambe le Camere. Ma è stato eliminato il ballottaggio, scelta che rischia di dare un grande potere di coalizione e ricatto a componenti minoritarie che potrebbero essere decisive per superare la soglia del 42% e quindi determinare l’assegnazione di tutti i seggi in ragione proporzionale. Purtroppo la permanenza del bicameralismo paritario e il rischio di esiti diversi anche nei due ballottaggi di Camera e Senato ha imposto di eliminare il ballottaggio, strumento che sarebbe invece fondamentale (anche per questa ragione occorrerebbe superare finalmente il bicameralismo paritario).

Rimane il problema della scelta degli eletti, sia per quanto riguarda i listini circoscrizionali per l’attribuzione del premio di maggioranza (70 seggi alla Camera, 35 al Senato), tutti scelti dalle segreterie di partito, sia per quanto riguarda le liste dei collegi plurinominali per l’attribuzione dei seggi in ragione proporzionale, anch’essi scelti dalle segreterie di partito. E’ vero che la Corte costituzionale ha affermato che liste bloccate sono legittime purché corte e quindi conoscibili. Ma qui si tratta di una doppia serie di liste entrambe bloccate. E a parte i dubbi di costituzionalità, vi è anche un’esigenza politica nei confronti degli elettori e del loro diritto di esprimersi anche per quanto riguarda la scelta degli eletti.

PREFERENZE O COLLEGI UNINOMINALI PROPORZIONALI

Quali sono le alternative.

Le preferenze sono sconsigliabili. Con le attuali norme su traffico di influenze e voto di scambio (basta la promessa perché sia reato) il confine tra attività lecite e illecite per la ricerca delle preferenze è labilissimo. Rischiamo di mettere tutto il meccanismo elettorale in mano alle procure. Inoltre la gara per le preferenze si trasforma quasi sempre in una lotta fratricida all’interno dello stesso partito.

La possibile alternativa (considerato che, purtroppo, i collegi uninominali maggioritari non li vuole quasi nessuno) è costituita dai collegi uninominali proporzionali, come nel vecchio “provincellum” e per il Senato prima del 1993:

i partiti propongono candidati in collegi uninominali e vengono eletti quelli che ottengono i migliori risultati, secondo una graduatoria di partito. Restano degli inconvenienti, ma minori rispetto alle preferenze.


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 Giuseppe Calderisi

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