Roma, 24 settembre 2026 – Il Bonus “Giorgetti” arriva sul tavolo del Comparto Sicurezza e Difesa. Il 23 settembre, presso i locali del Centro Unico Stipendiale Interforze (CUSI) si è tenuta una riunione informativa dedicata alle indicazioni fornite dall’INPS sull’incentivo al posticipo del pensionamento, così come prorogato dalla legge di Bilancio 2026. Attorno al tavolo i rappresentanti dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato, della Polizia Penitenziaria, della Direzione Generale della Previdenza Militare e della Leva e dei Centri Pensionistici delle Forze Armate.
L’obiettivo dichiarato era uno: valutare la portata dell’istituto con riferimento al personale in uniforme e i possibili effetti e ricadute per i militari e gli appartenenti alle Forze di polizia che, pur avendo i requisiti per lasciare il servizio, scelgono di restare.
Perché il tema riguarda direttamente chi porta la divisa
L’incentivo è rivolto ai lavoratori dipendenti iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria (AGO) o alle forme sostitutive ed esclusive della medesima. È proprio quest’ultima categoria, quella delle forme esclusive, che comprende i dipendenti pubblici e quindi il personale militare e delle Forze di polizia. La circolare INPS n. 42 del 3 aprile 2026 conferma espressamente che il regime di non imponibilità fiscale si applica anche agli iscritti alle forme esclusive dell’AGO, chiudendo ogni dubbio sull’accesso del Comparto alla misura.
Il requisito è quello della pensione anticipata ordinaria prevista dall’articolo 24, comma 10, del decreto-legge n. 201/2011: 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini, da maturare entro il 31 dicembre 2026. Chi raggiunge questa soglia e decide di proseguire l’attività lavorativa può accedere al bonus.
Cosa finisce in busta paga
Il meccanismo consente al dipendente di rinunciare all’accredito contributivo della quota IVS a proprio carico, cioè i contributi per invalidità, vecchiaia e superstiti che ogni mese vengono trattenuti sullo stipendio. Secondo quanto indicato nel comunicato diffuso al termine della riunione, si tratta dell’8,80% della retribuzione, più l’eventuale 1% aggiuntivo previsto per le retribuzioni più elevate.
Quella somma, invece di essere versata all’ente previdenziale, viene corrisposta interamente al lavoratore con la retribuzione e non concorre a formare il reddito imponibile, in applicazione dell’articolo 51, comma 2, lettera i-bis), del TUIR. In concreto, il militare o il poliziotto che aderisce vede aumentare il netto in busta paga di un importo pari ai contributi non più trattenuti, senza che su quella cifra si applichi l’IRPEF.
L’amministrazione, dal suo lato, resta obbligata a versare la quota IVS a proprio carico: la posizione assicurativa dell’interessato continua quindi a essere alimentata, ma solo con la contribuzione datoriale.
La procedura: domanda all’INPS, poi tocca al CUSI
L’accesso non è automatico e non passa dalla catena gerarchica. L’interessato deve presentare domanda in via telematica all’INPS, che verifica il possesso dei requisiti e entro 30 giorni comunica l’esito al lavoratore e, tramite il servizio “Comunicazione bidirezionale”, l’accoglimento al datore di lavoro.
Solo a quel punto l’ente stipendiale può interrompere il versamento della quota a carico del dipendente e procedere all’eventuale recupero a conguaglio delle contribuzioni già versate. Un passaggio che coinvolge direttamente il CUSI, non a caso sede dell’incontro, e che spiega la presenza al tavolo di tutte le articolazioni che gestiscono stipendi e pensioni del Comparto.
Gli effetti decorrono dalla prima scadenza utile per il pensionamento successiva all’esercizio della facoltà, e il lavoratore può in qualsiasi momento revocare la scelta, con effetto dal primo mese di paga successivo.
Il nodo per i militari: quando il bonus si spegne
È qui che la valutazione per il personale in divisa si fa più delicata. La circolare INPS chiarisce che l’incentivo cessa al conseguimento di una pensione diretta oppure al raggiungimento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia, e, nel caso di contribuzione concentrata in un’unica gestione, al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia prevista dalla gestione di appartenenza, se inferiore.
Per i dipendenti pubblici, aggiunge l’Istituto, il bonus cessa al raggiungimento del requisito anagrafico per la vecchiaia anche in caso di permanenza in servizio ai sensi dell’articolo 1, comma 165, della legge di Bilancio 2025. Tradotto per il Comparto: l’incentivo accompagna il militare o il poliziotto che resta in servizio con i contributi già maturati, ma ha un orizzonte temporale che si chiude con l’età prevista per la vecchiaia nella propria gestione, non con il limite ordinamentale eventualmente più alto.
Va inoltre ricordato che la finestra per chi aveva i requisiti della pensione anticipata flessibile (62 anni di età e 41 di contributi) si è chiusa al 31 dicembre 2025: per il 2026 la proroga vale solo per il requisito contributivo pieno.
Le ricadute da valutare
Dal comunicato emerge che la riunione è stata un’occasione per valutare la portata dell’istituto sul personale del Comparto, senza che siano stati resi noti indirizzi operativi conclusivi. Gli elementi sul tavolo sono però chiari: da un lato un incremento netto e detassato dello stipendio per chi ha già raggiunto i 41 anni e 10 mesi o i 42 anni e 10 mesi di contributi e sceglie di non lasciare il servizio; dall’altro la rinuncia all’accredito della quota a proprio carico, con la posizione assicurativa che cresce solo per effetto della contribuzione dell’amministrazione, e un termine di efficacia ancorato all’età di vecchiaia della gestione di appartenenza.
La scelta, in ogni caso, resta individuale e reversibile. Per le istruzioni operative e contabili l’INPS rinvia alle proprie circolari n. 82/2023, n. 102/2025 e n. 19/2026, che insieme alla n. 42/2026 compongono il quadro cui CUSI, Previmil e Centri pensionistici dovranno attenersi nella gestione delle domande provenienti dal personale in uniforme.
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