Dopo le Considerazioni finali, che hanno raccontato un’Italia chiamata a trasformare resilienza in crescita, e dopo la Relazione sulla gestione e sulla sostenibilità, che ha mostrato il funzionamento operativo dell’Istituto, il quinto Rapporto sugli investimenti sostenibili e sui rischi climatici porta il discorso su un terreno ancora più preciso: come Banca d’Italia investe le risorse finanziarie non connesse alla politica monetaria e come misura l’esposizione ai rischi climatici.
Il Rapporto presenta i risultati raggiunti nel 2025 nell’applicazione dei criteri di investimento sostenibile e responsabile ai portafogli finanziari della Banca non legati alla politica monetaria.
La sostenibilità non viene trattata come una dichiarazione reputazionale, ma come una disciplina di investimento.
Il terzo livello della sostenibilità di Bankitalia
Questo Rapporto va letto come il terzo livello di una stessa narrazione istituzionale.
Le Considerazioni finali guardano al Paese. La Relazione sulla gestione e sulla sostenibilità mostra come Bankitalia opera dentro quello scenario. Il Rapporto sugli investimenti sostenibili e sui rischi climatici entra, invece, nella dimensione più finanziaria: come i criteri ESG vengono applicati ai portafogli della Banca non collegati alla politica monetaria.
Non si parla degli strumenti usati per attuare la politica monetaria dell’Eurosistema, ma di portafogli finanziari gestiti dalla Banca come investitore istituzionale. Proprio per questo il Rapporto consente di osservare una dimensione delicata: come conciliare rendimento, rischio, liquidità, responsabilità pubblica e transizione climatica.
Perché il clima è diventato un rischio finanziario
Il Rapporto parte da una premessa che ormai attraversa il lavoro delle banche centrali: i rischi climatici non sono esterni alla finanza.
Ci sono rischi fisici, legati a eventi climatici estremi, danni materiali, perdita di produttività e vulnerabilità delle infrastrutture e ci sono rischi di transizione, legati a regolazione, tecnologia, prezzi dell’energia, cambiamento dei consumi, costo delle emissioni e riconversione dei modelli produttivi.
Il Rapporto mostra un approccio più sofisticato: non penalizzare automaticamente i settori oggi più emissivi, ma distinguere tra imprese ferme e imprese impegnate in una transizione credibile.
È una scelta importante, perché evita una scorciatoia frequente nel dibattito ESG: vendere le imprese ad alta intensità carbonica e dichiarare il portafoglio “più verde”, senza contribuire davvero alla decarbonizzazione dell’economia reale.
La doppia rilevanza: rischio per il portafoglio e impatto sulla società
Uno degli aspetti più rilevanti del Rapporto è la logica della doppia rilevanza.
Nella finanza tradizionale, il rischio climatico può essere letto soltanto come rischio per l’investitore: se un’impresa è esposta a carbon pricing, nuove norme o danni climatici, il portafoglio può risentirne. La doppia rilevanza aggiunge l’altro lato: anche l’investitore contribuisce, con le proprie scelte di allocazione, a orientare capitale verso imprese, Stati, progetti e strumenti finanziari con caratteristiche diverse.
Per una banca centrale questo equilibrio è particolarmente sensibile. Le azioni di contrasto al cambiamento climatico spettano prima di tutto ai governi, che dispongono degli strumenti regolamentari, fiscali e industriali per orientare produzione e consumo, ma le banche centrali possono svolgere un ruolo circoscritto e rilevante: misurare rischi, migliorare la qualità dei dati, integrare criteri climatici nella gestione dei propri portafogli, promuovere trasparenza e contribuire alla stabilità finanziaria.
Il Rapporto si colloca esattamente in questo spazio: non sostituirsi alla politica climatica, ma non ignorarne gli effetti finanziari.
Cosa c’è nei 192,6 miliardi analizzati
Gli investimenti considerati comprendono tre aree: il portafoglio finanziario, le riserve valutarie e il Fondo pensione complementare dei dipendenti della Banca. Il valore di mercato complessivo, pari a 192,6 miliardi di euro a fine 2025, rende evidente la scala del tema.
La strategia di investimento integra criteri finanziari e di sostenibilità sia nella fase di allocazione strategica sia nella selezione degli emittenti. Tuttavia, l’approccio cambia in base alla classe di attività, perché non tutti gli strumenti offrono la stessa qualità di dati ESG e non tutti consentono gli stessi criteri di selezione.
Per azioni e obbligazioni societarie, la Banca applica due criteri principali: l’esclusione di imprese coinvolte in violazioni di norme internazionali sul lavoro o operanti in settori controversi, come tabacco e armi non convenzionali e la selezione delle imprese migliori per valutazioni ESG, indicatori climatici e impegno nella transizione.
Per i titoli di Stato e per quelli emessi da organismi sovranazionali, la sostenibilità viene perseguita soprattutto attraverso l’acquisto di obbligazioni verdi. I punteggi ESG sovrani presentano ancora limiti metodologici che li rendono meno adatti a guidare direttamente le scelte di investimento.
L’ESG non è una formula uguale per tutti. Cambia se si investe in un’impresa, in un’obbligazione societaria, in un titolo pubblico o in un organismo sovranazionale.
Come Bankitalia applica i criteri ESG
| Classe di attività | Strategia adottata | Logica |
| Azioni | Esclusioni settoriali e selezione delle migliori imprese per ESG e clima | Premiare prassi avanzate e impegni credibili di transizione |
| Obbligazioni societarie | Esclusioni e selezione degli emittenti più solidi sul piano ESG e climatico | Integrare sostenibilità e rischio di credito |
| Titoli di Stato | Acquisto di obbligazioni verdi | Finanziare progetti con effetti positivi sull’ambiente |
| Organismi sovranazionali | Preferenza per titoli verdi dove disponibili | Sostenere emissioni legate a progetti ambientali |
| Fondo pensione complementare | Integrazione dei criteri ESG e analisi rischi climatici | Proteggere valore previdenziale e coerenza di lungo periodo |
| Riserve valutarie | Integrazione compatibile con liquidità e sicurezza | Conciliare sostenibilità, prudenza e funzione istituzionale |
Carbon intensity giù rispetto al 2019
Il dato più forte riguarda la riduzione dell’intensità carbonica media ponderata, la cosiddetta WACI, degli investimenti. Alla fine del 2025, l’indicatore era in linea con l’anno precedente, ma il confronto con il 2019 mostra un cambiamento profondo: per le azioni la WACI risultava inferiore del 59%, mentre per le obbligazioni societarie era inferiore del 67%.
Il 2019 è l’anno precedente alla piena applicazione dei criteri di sostenibilità alla gestione degli investimenti. Il confronto, quindi, consente di misurare l’effetto di una strategia progressivamente strutturata.
Il Rapporto segnala, però, un elemento di grande onestà metodologica. Alla riduzione dell’intensità carbonica contribuiscono tre fattori: le strategie di investimento adottate dalla Banca; i progressi delle imprese nella decarbonizzazione delle proprie attività e l’inflazione, che aumentando il valore nominale dei ricavi posti al denominatore dell’indicatore migliora il risultato a parità di altri fattori.
Imprese in transizione: perché Bankitalia non esclude interi settori
Un altro dato importante riguarda il peso in portafoglio delle imprese con impegni o obiettivi di decarbonizzazione certificati. Alla fine del 2025, questa quota era pari al 78% per le azioni e all’86% per le obbligazioni societarie.
La Banca non dichiara obiettivi intermedi di riduzione dell’impronta carbonica dei portafogli da ottenere semplicemente penalizzando le aziende con elevate emissioni di gas serra. Ritiene, infatti, che escludere semplicemente dai portafogli le società con le emissioni più elevate non sia necessariamente la strategia più efficace per perseguire gli obiettivi climatici di lungo periodo.
La ragione è evidente: molte attività essenziali per l’economia reale sono ancora ad alta intensità energetica, ma alcune di esse sono decisive per la transizione. Escluderle in blocco può rendere il portafoglio più pulito sulla carta, ma non aiutare la trasformazione dei settori produttivi.
Green bond: i titoli di Stato verdi arrivano al 5,8%
La seconda area da osservare riguarda i titoli pubblici verdi. Alla fine del 2025 i titoli di Stato green rappresentavano il 5,8% del totale dei titoli pubblici detenuti nel portafoglio finanziario, in crescita di 0,4 punti percentuali rispetto al 2024, per un valore nominale di 6,8 miliardi di euro.
Le obbligazioni verdi consentono di finanziare progetti con effetti positivi sull’ambiente e rappresentano, per gli investitori istituzionali, uno strumento concreto per orientare capitale verso la transizione. Nel caso dei titoli sovrani, dove gli indicatori ESG generali sono più difficili da usare come criterio selettivo, i green bond diventano un canale privilegiato.
Aumentare progressivamente i titoli verdi significa sostenere strumenti di mercato che legano finanza pubblica, investimenti ambientali e accountability sull’uso delle risorse.
I numeri chiave del Rapporto 2025
| Indicatore | Dato | Perché conta |
| Investimenti considerati | 192,6 miliardi di euro | Valore complessivo di portafoglio finanziario, riserve valutarie e Fondo pensione complementare |
| WACI azioni vs 2019 | -59% | Misura il calo dell’intensità carbonica media ponderata |
| WACI obbligazioni societarie vs 2019 | -67% | Indica la riduzione dell’esposizione carbonica rispetto all’anno base |
| Imprese con impegni certificati nelle azioni | 78% | Mostra il peso delle società con obiettivi di decarbonizzazione |
| Imprese con impegni certificati nelle obbligazioni societarie | 86% | Segnala la qualità climatica del portafoglio corporate bond |
| Titoli di Stato verdi | 5,8% dei titoli pubblici | Quota green bond sul totale dei titoli pubblici detenuti |
| Valore nominale green bond sovrani | 6,8 miliardi di euro | Capitale allocato su strumenti pubblici verdi |
| Crescita quota green bond | +0,4 punti sul 2024 | Conferma l’incremento progressivo della componente verde |
ESG, dati e trasparenza: il problema non è solo investire meglio, ma misurare meglio
Il Rapporto insiste anche su un tema spesso sottovalutato: la disponibilità e la qualità delle informazioni ESG. Anche nel 2025 la Banca d’Italia ha promosso iniziative per incoraggiare imprese, intermediari e operatori finanziari a diffondere informazioni più complete sui profili ambientali, sociali e di governo societario.
La finanza sostenibile dipende dai dati. Senza dati comparabili, affidabili e sufficientemente granulari, gli investitori rischiano di basarsi su dichiarazioni generiche, rating non omogenei o metriche incomplete. Il rischio non è solo il greenwashing. È la cattiva allocazione del capitale.
Per questo Banca d’Italia ha affiancato alla gestione dei portafogli un’attività di ricerca, confronto pubblico e promozione della trasparenza.
Il legame con il Piano di transizione climatica
Il Rapporto sugli investimenti sostenibili dialoga direttamente con il Piano di transizione per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, pubblicato all’inizio del 2026 e richiamato nella Relazione sulla gestione e sulla sostenibilità. La Banca d’Italia è tra le prime banche centrali dell’Eurosistema ad aver adottato un Piano di questo tipo.
Il collegamento tra i due documenti è significativo. Da un lato c’è la riduzione dell’impronta ambientale diretta dell’Istituto, con effetti su immobili, energia, fornitori, mobilità e resilienza operativa. Dall’altro c’è la gestione degli investimenti non monetari secondo criteri di sostenibilità e rischio climatico.
La sostenibilità si muove, quindi, su due piani: ciò che l’Istituto fa al proprio interno e ciò che decide come investitore.
Perché questo Rapporto conta per imprese, banche e risparmiatori
Il Rapporto non riguarda direttamente il portafoglio dei cittadini, ma ha implicazioni più ampie. Per le imprese, segnala che la qualità delle informazioni ESG, la credibilità degli impegni climatici e la capacità di dimostrare piani di transizione stanno diventando sempre più rilevanti per l’accesso al capitale e per la valutazione degli investitori istituzionali.
Per le banche, conferma che rischi climatici, transizione energetica, dati ESG e strategie di decarbonizzazione non sono più temi laterali, ma parte della gestione del rischio, della vigilanza e della stabilità. Per i risparmiatori, aiuta a capire che la finanza sostenibile non coincide con un’etichetta commerciale: richiede metriche, metodi, verifiche, limiti, trasparenza e coerenza.
Il quinto Rapporto sugli investimenti sostenibili e sui rischi climatici mostra una Banca d’Italia che interpreta il proprio ruolo di investitore con una logica prudente, ma evolutiva.
La sostenibilità entra nella gestione del capitale perché i rischi climatici possono diventare rischi finanziari; perché la transizione modifica i settori produttivi; perché la qualità delle informazioni ESG incide sulla capacità di allocare risorse; perché il lungo periodo non può essere protetto con strumenti pensati solo per il breve.
Dopo le Considerazioni finali e la Relazione sulla gestione, questo Rapporto aggiunge l’ultimo tassello: mostra che la sostenibilità non è solo visione, organizzazione o rendicontazione. È anche scelta finanziaria.
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